Iginio Curti cava dal taccuino tre lettere e le presenta senza alcuna affettazione a suo suocero, il quale, questa volta, non le rifiuta.

— In seguito — continua il buffo fregandosi le mani — sempre che Serafina scrisse a suo padre, io intercettai le lettere. Capirà, non volevo che, tornandomi a casa dopo un viaggio inutile, andassero nelle mani di mia moglie prima che nelle mie. Ho conservato anche quelle, ma non le ho indosso, perchè sono parecchie. Faustina, il nonno ora ce l’hai; digli che non se ne vada più, che rimanga con te, così avrai tempo di giocare con lui. Ma non cacciargli i pugni in bocca; le buone bimbe non fanno così.

Faustina si volta tutta stupita a guardare suo padre, che le vieta una cosa tanto semplice, ma comprende che bisogna obbedire.

— Quando fu necessario che Serafina ricevesse un conforto da suo padre, io lo feci arrivare anche in paesi lontani.

— Lo so — balbetta Marcantonio.

— Ma tutto era vano. Lei sa com’è Serafina; si era messa in capo che non poteva essere felice senza le carezze del babbo, ed io capiva benissimo che queste non gliele poteva dare stando all’estero. Perciò stavo all’estero.

Marcantonio rialza un tantino la testa, ma comprende subito. È il segnale dell’ultima battaglia nel cuore del nonno, felice a suo dispetto; dopo un breve silenzio, di cui Faustina approfitta per cavare l’orologio dal taschino del nonno ed accostarselo all’orecchio, Marcantonio, cercando di nascondere una lagrima fra i capelli della bimba, porge la mano a suo genero senza dir parola. Iginio Curti la stringe in silenzio e prosegue:

— Un giorno finalmente dico a me stesso che bisogna tentare il gran colpo; era morto mio padre, lasciandomi erede d’una discreta sostanza — mi rimaneva poca voce e poca voglia di cantare; dissi a mia moglie: «andremo a Milano; darò lezioni di canto. Nostro figlio (io era certo che doveva essere un maschio) sarà milanese e si chiamerà Marcantonio, ma promettimi che non farai nessun tentativo di avvicinarti a tuo padre se non te lo dirò io stesso, o se egli non te ne darà licenza.» Serafina promise, ed eccoci a Milano. Fin dal primo giorno, io ebbi il piacere di vederti uscire di casa e d’informarmi delle tue abitudini. Il giorno dopo Anna Maria veniva a salutare la sua antica padroncina.

— Anna Maria?

— Sì, Anna Maria è stata un istrumento innocente; essa non sa quasi nulla, cioè sa questo solo, che il suo padrone e la sua padroncina sono lì lì per far la pace, e che intanto bisogna stare molto zitti per non guastare la faccenda. Pochi giorni sono, quando era?... giovedì mi pare, sì, giovedì appunto — giovedì dunque, Anna Maria viene da me e mi dice che tu l’hai mandata all’ufficio del Secolo, che ha consegnato uno scritto da inserire in quarta pagina due volte la settimana, il giovedì e la domenica, per tre settimane consecutive, che ha pagato lire 22 e centesimi. — Sai che cosa contiene quello scritto? — No, Anna Maria non lo sapeva, però aveva notato che l’impiegato del Secolo si era messo a ridere sotto i baffi leggendolo, e che a quella vista un altro impiegato si era avvicinato a leggere ed aveva riso anche lui, ma sempre con discrezione. Divento curioso, curiosissimo, ma non voglio guastare le buone qualità di Anna Maria, che è una fantesca preziosa, e non dico altro.