— Nonno — dice Faustina mettendo la sua vocetta nel primo intervallo del silenzio — me la comperi davvero la bambola che mi hai promesso?

— Sì, bimba mia, sì.

— Una bambola grossa come quell’altra....

— Sì, come quell’altra....

Faustina, entrata in questo argomento piacevole, avrebbe molte cose a dire, ma non le danno retta, e si deve contentare della carezza muta del nonno e del tic-tac monotono dell’orologio.

— Si trattava d’indovinare il tuo annunzio perduto nella quarta pagina del Secolo. Non era difficile; sapevo che l’annunzio era breve, perchè ti costava poco, sapevo in quali giorni doveva essere inserito. Cominciai dal pigliar nota degli annunzi che si facevano il venerdì e il sabato — confrontando poi il numero della domenica, non vi trovai che quattro avvisi nuovi; uno offriva un modo sicuro di vincere al lotto, un altro una villa in Brianza, con 20 pertiche di terreno per sole 60,000 lire, il terzo chiamava la gente ad una liquidazione di bottiglie di Francia, il quarto era il tuo....

Un breve silenzio.

— Quell’altra — dice la bimba — ha perduto un braccio e non parla più, ma io le voglio bene lo stesso.

— Ho bisogno di tutta la tua indulgenza — prosegue Iginio Curti abbassando la voce. — La mia prima idea fu di costringerti a leggere ad una ad una tutte le lettere di tua figlia, mandandole al nuovo recapito, al Signor Io.... ma mi parve troppa audacia — non potevo prevenire le conseguenze della tua collera. Bisognava fare altrimenti, metterti innanzi tua figlia in un modo misterioso, destare non la tua collera, ma la tua curiosità, e forse il tuo cuore. Ricorsi alla signora Camilla. L’hai veduta la signora Camilla; non è bella, ma essa si vanta in credito di un secondo marito, lo va cercando da un pezzo, e non dispera di trovarlo. Le feci vedere l’articolo, e le misi in capo di tentare. La signora Camilla mi pregò di scrivere io stesso, perchè essa è russa ed inciampa ancora nella nostra ortografia, nella nostra grammatica e nella nostra sintassi; io pregai Serafina. Avevo una gran fiducia nel mio piccolo intrigo; mi pareva che, riconoscendo i caratteri di tua figlia, subito si dovesse sciogliere il ghiaccio del tuo cuore, ma non immaginavo certamente che, non ostante il nome di Camilla, con cui era firmata la lettera, tu ti mettessi in capo che il buffo Curti avesse tirato le calze e che tua figlia fosse vedova davvero. Anche ieri, quando giunse la tua lettera, stentai a comprenderla. Stamane ho detto a Serafina: «Tuo padre ti chiama, va, parlagli del nostro passato, dei nostri figli; di me non gli parlare se non te ne domanda; tieni in mente che, per non so quale concorso singolare di circostanze, egli mi crede morto. Se ti sembra conveniente toglierlo dall’inganno subito, fallo; se no, taci, avremo tempo — ottieni il suo perdono e ritorna.» Così ha fatto.

— Serafina?... — balbetta il povero padre, a cui si sono stenebrati gli occhi della mente e del cuore...