La nobil valorosa antica gente,
che di novo i fratelli ancisi vede,
e in acerbo esilio a pianger riede,
Signore, a te, s'inchina umilemente.

E potendo vendetta arditamente
gridar da' monti, e piaghe, e mille prede,
mercè sola e pietate a te richiede,
di comune voler, pietosamente.

O sanator de le ferite nostre,
mira la velenosa e cruda rabbia,
che 'l sangue giusto, ingiustamente sugge.

Così tosto avverrà, ch'in te si mostre,
com'a gran torto, tanti danni or abbia
la gente, cui pietate e doglia strugge.

[V. 2 B. D. E. nuovo.]
[6 B. C. D. E. de' morti. _Componimenti poetici_, ecc.,
ediz. cit. pag. 112.]

XXI. -- Al Molza

Poscia (ohimè) che spento ha l'empia morte
l'alma gentil, ch'in sua più verde etade,
a gran passi salìa l'erte contrade
che menan dritto a la superna corte;

chi fia che leggi così crude e torte,
spirti amici d'onor e di bontade,
non pianga meco ognor, ch'a le più rade
virtù die' sempre il ciel vite più corte?

Molza ben pianger dei, poi ch'al camino
ove ti sprona un disusato ardire,
perduta hai meco la più fida scorta.

Io per me dopo sì fero destino
non voglio altro, non deggio che morire
se morir deve e puote, chi è già morta.