Ov'è (misera me) quell'aureo crine
di cui fe' rete per pigliarmi Amore
ov'è (lassa) il bel viso, onde l'ardore
nasce, che mena la mia vita al fine?

Ove son quelle luci alte e divine
in cui dolce si vive e insieme more?
ov'è la bianca man, che lo mio core
stringendo punse con acute spine?

Ove suonan l'angeliche parole,
ch'in un momento mi dan morte e vita?
u' i cari sguardi, u' le maniere belle?

Ove luce ora il vivo almo mio sole,
con cui dolce destin mi venne in sorte
quanto mai piovve da benigne stelle?

XLVI. -- Ad Alessandro Arrighi

Spirto gentil, s'al giusto voler mio
non è cortese il cielo e amico tanto,
ch'io possa con ragion lodarvi quanto
me fate, e io far voi spero e desio;

dolgomi del mio fato acerbo e rio,
che ciò mi niega, rivolgendo in pianto
il mio già lieto e dilettoso canto,
per cui fan gli occhi miei si largo riso.

Ma se fortuna mai si mostra amica
a le mie voglie, non dubito ancora
poter cantarvi tal qual mio cor brama,

e far sentir per questa piaggia aprìca
quant'è 'l valor, ch'in voi mio core onora,
piacciavi s'or lo riverisce e ama.

[Risposta al sonetto dell'ARRIGHI: _S'un medesimo stral duo petti
aprìo_.]