XLVII. -- A Lattanzio de' Benucci

Io ch'a ragion tengo me stessa a vile,
nè scorgo parte in me che non m'annoi,
bramando tormi a morte e viver poi
ne le carte d'un qualche a voi simile,

cercando vo per questo lieto aprile
d'ingegni mille, non pur uno o doi
suggetti degni de i più alti eroi,
e d'inchiostro al mio tutto dissimile.

Però dovunque avvien, che mai si nome
alteramente alcuno, indi m'ingegno
trar rime, onde s'eterni il nome nostro.

E spero ancor, se 'l mio cangiar di chiome
non rende pigro questo ardito ingegno,
d'Elicona salire al sacro chiostro.

[Risposta al sonetto del BENUCCI: _Deh, non volgete altrove il dotto stile_.]

XLVIII. -- Ad Antonio Grazzini _(Lasca)_

Io che fin qui quasi alga ingrata e vile
sprezzava in me così l'interna parte,
come u' di fuor, che tosto invecchia e parte
da noi ben spesso nel più bello aprile,

oggi, Lasca gentil, non pur a vile
non mi tengo (mercè de le tue carte)
ma movo ancor la penna ad onorarte,
fatta in tutto a me stessa dissimile.

E come pianta che suggendo piglia
novo licor da l'umido terreno
manda fuor frutti e fior, benchè s'attempi: