Benchè vostro valor eterna fama
per sè vi acquisti, caro mio signore,
quanto 'l sole gira e Battro abbraccia e Tile.
(PETRARCA, Sonetto XCVI, v. 9-11).

Della Tullia giunsero a noi un _Dialogo dell'infinità di amore_ [55], giudicato "uno dei dialoghi più vivi che noi abbiamo, nell'ordine più basso degli scritti letterari del secolo decimosesto..... per una certa franchezza e disinvoltura, e anche talvolta per una certa saporita fiorentinità ch'ella attinse per avventura dal suo consorzio coi fiorentini e singolarmente col Varchi", ed un poema in ottava rima: _il Meschino e il Guerino_ [56]. Il Crescimbeni fa di questo poema elogi sperticati, dicendo che "nella tessitura può paragonarsi all'Odissea di Omero [57] ", esso però è così inverosimile e contrario tanto alla storia, alla cronologia, alla geografia, e con buona pace dell'ottimo abate, anche al buon senso, che non sappiamo invero trovarvi alcuna analogia con l'opera dell'Omero; lo stile ne è trascurato, e spesso conviene lavorare di serio proposito per raccapezzare il senso di qualche ottava, i canti, trentasei in tutto, appaiono disordinati e spesso senza nesso tra loro. La Tullia avverte che trasse il poema da un vecchio romanzo spagnuolo in prosa, ma certamente ella si servì di una traduzione e non del testo originale che vuolsi scritto in italiano [58]. L'Aragona nella prefazione di questo poema si scaglia contro il Boccaccio, e mentre lo compassiona perchè non seppe eleggere il verso a forma del _Decamerone_, lo accusa che _tante sue scellerate_ novelle scritte con altrettante _scellerate parole_, servendo solo a demoralizzare e rendere ridicoli i più santi vincoli della società, siano impossibili a leggersi, senza frutti nocivi, da maritate e nubili, vedove e monache, e persino cortigiane. Questi scrupoli che parrebbero curiosi nella Tullia, sono da ella medesima spiegati, non essendo cosa nuova che ad una donna per necessità o per altra mala ventura sua sia avvenuto di cadere in errore del corpo suo e tuttavia si disconvenga non men forse a lei che alle altre l'essere disoneste e sconcie nel parlare e nelle altre cose; ed ella, contrariamente al Boccaccio, vuole scrivere per tutti, il suo poema potrà essere dato in mano alla più pudica donzella senza alcun pericolo, volendo con esso porre un debole argine a quell'invadente corruttela che ogni dì spandeasi con maggior forza e brutalità, e pur sempre per opera dei letterati ed anche degli _umanisti_. L'idea della Tullia, se togliesi quella sfuriata contro l'umanismo che proprio non aveva a che fare, non era cattiva e sinceramente credette averla attuata col suo _Guerino_; dichiarandosi di tutto debitrice a Dio solo "dal quale solo viene ogni bene e da cui solo io riconosco questa gran grazia d'avermi in questa mia età non ancor soverchiamente matura, ma giovenile e fresca, dato lume di ridurmi col cuore a lui e di desiderare e operare quanto posso che il medesimo facciano tutti gli altri così uomini e donne". Ma Dio non aveva proprio nulla a che vedere col _Guerino_, ed è proprio il caso di ripetere che quantunque il diavolo si vesta da frate, quattro dita di coda gli spuntano sempre sotto la tonaca; infatti ciò che la Tullia narra del cavaliere di Durazzo, di Brandisio e della figlia dell'albergatore nel canto VIII [59], e di Pacifero innamorato di Guerino nel canto X [60], non è roba atta a far mettere il poema vicino al libro di devozione di una vergine o di una monaca. E pur tale era lo scopo.

In produzioni di uno stesso autore, apparse anche a distanza di molti anni l'una dall'altra, ritrovasi sempre qualche analogia, qualche difetto, alcun che di speciale, quasi direbbesi di proprio, che le riavvicina e riunisce; nulla di ciò tra il _Guerino_ e le _Rime_, anzi una succinta critica forse allontanerebbe molto l'uno dalle altre. Quantunque non sia il caso ora di formare tale confronto ed esaminare a fondo il _Guerino_, non possiamo esimerci dal notare come la prefazione posta innanzi al poema ci abbia fatto triste impressione, fino a crederla apocrifa per ragioni che crediamo buone od almeno meritevoli di esame. Il Ranieri che pubblicò il poema nel 1560 dicendo di averne curato l'edizione sul manoscritto originale _già da parecchi anni da lui posseduto_, non fa parola dell'Aragona che era morta nel 1556, e si profonde solo in ampie ed ampollose proteste cercando di formare una dedica alla quale, per essere di qualche valore, manca solo un poco di senso comune. E quel _parecchi_, posto lì per indicare un lasso di tempo non superiore ai tre anni è per lo meno superfluo: nè più lungo spazio di tempo crederemmo possibile ammettere perchè è abbastanza ragionevole il supporre che l'Aragona avesse sino alla morte conservato presso di sè quel lavoro. Il ricordo ancora che i libri e le carte andarono in mano di un modesto rigattiere, non è privo di valore; se il manoscritto del _Guerino_ era tra la roba acquistata da Francino Francini, uomo probabilmente ignorante e privo di criterio letterario, la sorte del manoscritto era assicurata: finiva in qualche bottega di droghiere o salumaio. Converrebbe adunque credere che o il manoscritto fosse tra le carte devolute a Celio figliuolo dell'Aragona o che la Tullia ne avesse fatto un dono al Ranieri qualche anno prima; ma ancora queste due supposizioni rasentano l'assurdo. Il testamento della Tullia che pure è tanto minuzioso e preciso nei lasciti e legati, non accenna a carte ed altri documenti spettanti al Celio; nè la Tullia poteva donare il manoscritto al Ranieri o ad altri che a lui lo passassero, perchè dal momento che ne aveva condotto a termine anche la prefazione, era certo desiderio suo di darlo alle stampe, e per il nome che godeva e l'appoggio dei letterati che facevanle corona non sarebbe stato difficile trovare un tipografo che ne assumesse l'edizione. Se dobbiamo pur credere alla dichiarazione della Tullia di avere composto il poema "in età ancor giovenile e fresca", quando erasi decisa di darsi a Dio, conviene di necessità ammettere che ella l'avesse scritto in Siena poco appresso il suo matrimonio col Guicciardi, o in Firenze; mai in Roma ove tornando per l'ultima volta nel 1547 non era più in età giovenile e fresca, e l'essere ascritta nel ruolo delle cortigiane pubbliche non era il migliore indizio dell'essersi data a Dio. Anche a questa ipotesi si oppone una seria obbiezione. Era possibile all'Aragona dare ad intendere agli eruditi, massime fiorentini, di aver tratto il _Guerino_ da un romanzo in prosa spagnuolo? Pure ciò afferma nella prefazione, e se il poema non corrisponde esattamente al _Guerino_, in prosa, romanzo cavalieresco del ciclo della Tavola Rotonda, è indiscutibile che da questo ne trasse in massima parte le idee. Nessuno ignora la rinomanza che il _Guerino_ ebbe nei secoli XV e XVI; all'epoca dell'Aragona ne erano già state fatte sei edizioni [61], ed è certo sopra una di queste che fu condotta la riduzione in rima. In conclusione non rifiutiamo al _Guerino_ la maternità dell'Aragona, la sua differenza con le _Rime_ non è prova sufficiente a porre dei dubbi; respingiamo però assolutamente quella prefazione che non è, nè poteva essere della Tullia.

Per la ristampa delle rime abbiamo usato l'edizione prima, Venezia 1547 (A) servendoci per le varianti delle edizioni di Venezia, 1549, (B): ivi, 1560 (C): Napoli, 1593 (D): e delle _Rime_ raccolte dalla Bergalli-Gozzi (E): le abbiamo fedelmente riprodotte, salvo allorchè gli errori erano evidenti, respingendo allora in nota la lezione originale; quando le varianti assumevano importanza assoluta, come per i componimenti tratti dai codici vaticano magliabecchiano, abbiamo stimato necessario riprodurre entrambe le lezioni avvertendo di collocarle l'una a lato dell'altra.

_Dalla R. Biblioteca Vallicelliana

maggio 1891._

ENRICO CELANI

NOTE:

[1] =Graf A.= _Atraverso il cinquecento_. Torino, Loescher, 1888, pag. 215 e seg.--Nell'_Hermaphroditus_ del =Panormitano= (1471) _(Quinque illustrium postarum_, =Antonii Panormitani=, etc. _lusus in Venerem_, Parigi, 1791), la cortigiana non apparisce ancora, come neppure ne è parola in =Giano Pannonio= (1472) _Poemata_, Trajecti ad Rhenum, 1784.

[2] "Avetemi inteso voi donne? Che alla barba di tutti i sodomiti io voglio tenere colle donne, e dico che la donna è più pulita e preziosa della carne sua che non è l'uomo; e dico, che se egli tiene il contrario, egli mente per la gola" (=S. Bernardino=, _Prediche volgari_, ed. =Bongi=, pag. 380).