ben so ch'a dir di voi sarebber mute
le lingue tutte: e qual prosa nè rima
poria cose aguagliar, che poscia o prima
non furon mai, nè saran mai vedute?

Tacciomi dunque fuor gelato e fioco,
per tema di scemar sì chiare lodi,
ma dentro infino al ciel notte e dì grido:

ringraziando le stelle, il tempo e 'l loco,
gli sguardi, gli atti, le parole e i modi,
che mi donaro a cor gentile e fido.

33. -- Dello stesso

Io non miro giammai cosa nessuna,
o in terra, o in ciel, ov'io non veggia quella,
ch'amor in sorte e mia benigna stella,
da le fasce mi diero e da la cuna.

Ogni nube m'assembra e sole e luna
la mia donna gentil più d'altra bella;
monte o valle non veggio, o poggio, ov'ella
per lo mio ben non sia, ch'è nel mondo una.

L'erbe, gli alberi, i fior, le frondi, i sassi,
mi rappresentan sempre, e l'onde, e l'ora,
quel viso dopo il qual nulla mi piacque.

U' gli occhi giro, ovunque movo i passi,
nulla non scorgo, o penso, o sento fuora
di lei, che per bearmi in terra nacque.

34. -- Dello stesso

Se di così selvaggio e così duro
legno sì aspro frutto, ohimè, v'aggrada:
chi fia ch'unqua vi miri e poscia vada
di non sempre penar, Donna, securo?