Bench'io, poi ch'ognor più m'inaspro e induro
del duol, cui lungo a voi fo larga strada
de la mia pena sola, non pur rada
fra quante sono al mondo e quante furo,
dovrei trovar pietà, ch'asprezza eguale
o più selvaggia e solitaria vita,
non sentì mai e visse alcun mortale.
Fera legge d'amor, sperar aita
del dolor che n'ancide, e del suo male
pascer l'alma, via più che saggia, ardita.
35. -- Dello stesso
Pur non sentir la turba iniqua e fella
così larga al mal dir, come al ben parca,
da lei, che nel mio cuor siede monarca,
non men cortese che leggiadra e bella;
non mio voler seguendo ma mia stella,
parto col corpo sol, che l'alma scarca
de la soma mortal meco non varca,
ma riman seco obediente ancella.
E se quel, che fra me tacito e solo
cantando vo' con più di mille insieme,
per la Garza, e Forcella, e Tavaiano,
udisse pur un dì l'invido stuolo
ben morria di dolor veggendo vano
tornar l'empio ardir suo, ch'indarno freme.
36. -- Dello stesso
Se da i bassi pensier talor m'involo
e me medesmo in me stesso ritorno;
s'al ciel, lasciato ogni terren soggiorno,
sopra l'ali d'amor poggiando volo: