— Clauss! — disse con voce così profonda e velata che mi dette i brividi. — È la seconda volta che mi insultate in pubblico, tu e il tuo seguito di servitori. Io non posso più sopportare.... Io sono stanca.... Io ti odio....

Come se queste parole le avessero tolto ogni forza, ella si appoggiò con una mano all'orlo del tavolo per non cadere. Il mantello, aprendosi, lasciò scoperto il suo collo, su cui brillava un grosso smeraldo. Tutti, intorno a me, sembravano pietrificati. Sterpoli era sceso dal tavolo e guardava dinnanzi a sè, bocca e occhi aperti da ebete. Soltanto Clauss pareva calmo. Egli si era alzato e si era fermato di fronte a lei. Le sue pupille diritte fissavano senza tremare il volto della donna; senza tremare sostenevano il suo sguardo torvo e minaccioso.

— Daria, — soggiunse alfine inchinandosi, — che dite mai? Chi vi ha offesa? Chi vi ha insultata?

I suoi occhi si volsero un poco verso Sterpoli, che lentamente si era avvicinato a lui ed ora gli stava a fianco. Il volto del giovane di rosso s'era fatto cinereo. Aveva la fronte imperlata di sudore e a stento tratteneva il respiro. Pareva che volesse parlare, poichè ogni tanto moveva le labbra; ma senza fiato. A un tratto avanzò ancora di un passo, tese la mano, che gli tremava, fino a sfiorare il braccio della donna, e con un filo di voce mormorò:

— Andiamo... Andiamo via... Perchè sei venuta? Perchè?

Clauss non si mosse. Nemmeno Daria si mosse, ma un sorriso pieno di disprezzo inarcò le sue belle labbra lunghe, e illuminò il suo viso.

Paolo attendeva, con la mano sollevata, tremante.

— Infine! — esclamò Clauss con un gesto d'impazienza. — Io non so di che cosa mi possiate accusare... Sono vostro amico... Ho tentato ogni via per piacervi... Che debbo fare ancora per voi?

Daria abbassò il capo, respinse con un moto violento della mano la mano sempre tesa di Sterpoli e si abbattè piangendo sopra una sedia.

Un profondo silenzio seguì quell'avvenimento inaspettato.