— Sono il vostro nuovo vicino, mi dichiarò sorridendo. Ve lo dicevo, iersera, che i ponti sarebbero stati sbarrati?

Lo guardai. Era un piccolo uomo più basso di statura molto di me: mi arrivava appena alla spalla. Andava un po' curvo, a passi brevi e ineguali, stretto in un mantellino color cioccolato, con il cappuccio tirato sopra una berretta di panno verde, tonda come una papalina. Doveva avere poco meno di trent'anni. La sua faccia era olivastra pallida, con una rada barba corta e increspata e tutti i tratti propri della sua razza: gli occhi grandi e neri, le labbra leggermente tumide. Sentii che da quel momento avrei dovuto subirlo come una mosca. Infatti, con quelle parole mi si accompagnò, salì con me le scale, entrò con me nella nostra camera. E poi che si fu sgrullata la neve dal mantellino ed ebbe abbassato il cappuccio, si tolse il berretto, e, rivolto a Luisa, le domandò con il tono più naturale del mondo, come se l'avesse conosciuta da vent'anni:

— Che ne dice lei, signora Luisa?

Così Isacco si introdusse nella nostra intimità: senza cerimonie, divenne uno di casa. Isacco era commesso in una botteghina di libri usati situata all'angolo dell'Università, molto frequentata dagli studenti poveri. Si credeva, e ancora si crede, un sapiente. Sa a memoria i titoli di centinaia di libri. Conosce la storia dei loro autori, l'anno in cui furono stampati. Ben presto manifestò per me una simpatia esagerata, un attaccamento quasi morboso. Ogni sera veniva ad aspettarmi quando uscivo dalla tipografia e mi riaccompagnava a casa. Se mi vedeva con un viso più buio del solito:

— Capisco, mi diceva, che questa sera non vi va di parlare...

E, facendo uno sforzo che doveva costargli molta fatica, camminava al mio fianco in silenzio, misurando il suo passo sul mio, le mani affondate in tasca, il capo insaccato tra le spalle. Me se per poco avevo il viso sereno, allora incominciava a raccontarmi mille storie diverse e non si stancava di domandarmi che cosa io ne pensassi. Io non pensavo mai nulla di nulla, ma Isacco non si arrendeva facilmente alla mia indifferenza. Spesso non ritornavo subito a casa, ma mi perdevo in lunghi giri per le vie più deserte della città. Senza mostrare nè impazienza nè stanchezza, mi seguiva nei miei vagabondaggi, anche sotto la pioggia o nella neve, come se non avesse altro desiderio che di camminare senza uno scopo in quelle fredde sere d'inverno. Giunti all'angolo della nostra casa, Isacco si separava da me per andare a mangiare in una bettola poco lontana, mentre io salivo quassù dove m'aspettava la mia magra cena. Ma prima di allontanarsi mi diceva:

— Fra poco vi rivedo... Voglio augurare la buona notte alla signora Luisa...

Così bussava discreto alla porta, metteva fra i battenti la sua faccia pallida tutta annerita dai peli e dagli occhi, e domandava dolce:

— Si può?

Io levavo il capo dalla tavola e lo guardavo senza simpatia. Mi era odioso. Non lo potevo soffrire. Lo giudicavo il più grande importuno che fosse mai nato sulla terra e consideravo la sua compagnia come l'ultima delle mie sventure. Ma Isacco, incoraggiato da un mezzo sorriso di Luisa, entrava facendo un profondo inchino alla vecchia che lo guardava dalla poltrona con quei suoi occhi di stupore, e si veniva a sedere fra noi due, accanto al lume.