Io lo trattavo rudemente, quasi con villania, sperando, che, offeso, se ne andasse per non ritornare mai più. Ma Isacco, la sera, non vedeva che Luisa; non si occupava che di lei. Le ripeteva tutte le storie che aveva già raccontato a me durante la strada, e sempre chiedeva che cosa ne pensasse la signora Luisa. Luisa si credeva in obbligo di rispondere, e ne nascevano conversazioni interminabili. A un certo punto, senza parlare, io mi alzavo in piedi e mi avvicinavo lento lento al letto. Incominciavo in silenzio a sbottonarmi la camicia; mi sfilavo la giacca e l'appendevo al piolo. Allora Isacco diceva:
— Lasciamolo che si corichi... Stasera, signor Paris, avete più sonno del solito...
Rimetteva la sedia al suo posto e Luisa lo accompagnava nel corridoio, e là rimanevano ancora a chiacchierare. Io mi spogliavo tutto e mi stendevo tra le lenzuola. Quando finalmente Isacco le dava la buona notte, Luisa rientrava e io le dicevo:
— Basta, basta, per carità! Non la finirete più di parlare... Costui s'attacca come la rogna...
— Piano piano, supplicava Luisa. Lo sai che si sente tutto, di là...
— E che importa a me, se si sente? replicavo. Dico che basta. È peggio della rogna.
Passarono così alcune settimane. A un certo punto Isacco inventò di avere uno zio ricco, che possedeva anche un giardino, e mi capitò davanti una sera con un mazzo di rose.
— Che m'avete detto ieri, passando dinnanzi al fioraio? mi domandò.
— Che cosa?
— Oh! oh! esclamò Isacco ridendo. Non avete detto: «Che belle rose? Un tempo erano la mia delizia, le rose. Chi si ricorda più di quel tempo?»