— E tutto forse finisce qui? domandai. Ora, dissi, io ho mangiato, tutti abbiamo mangiato. Possiamo dire di aver fame? Sete? No, certo: non abbiamo nè fame nè sete. Eppure se ci fosse qui, in mezzo alla tavola, una pasta sfoglia, un pasticciotto di crema, e un po' di rosolio, o un bicchiere di vino dolce, non ci sentiremmo forse men tristi? Meno stanchi della nostra giornata? Meno desiderosi di coricarci e di dormire, per non pensare più all'oggi e al domani, alla nostra povera vita di sempre?

— Così è, caro Isacco! soggiunsi battendogli una mano sulla spalla. Io lo so per esperienza. Ma ciò che si è voluto perdere, è inutile che si rimpianga. Allora si finge di credere di non amare più nessuna delle piccole cose che ci davano gioia e piacere un tempo. Addirittura si rinnegano, si disprezzano. Che cosa sono, in fondo, dei fiori? Sono degli stupidi balocchi della natura, una delle tante cose superflue che essa crea, a scapito di tante altre cose necessarie, di cui invece è avara. E a che servono? Quando li hai ben bene tenuti in fresco due giorni, appassiscono e muoiono, e bisogna buttarli via. E i dolci? Siamo forse dei bambini golosi? Vogliamo credere davvero che uno zuccherino ci farebbe contenti? Dobbiamo dichiararci schiavi di una debolezza infantile? Via! Via! Il male è, caro Isacco, che così, a poco a poco, l'uomo discende al bruto. Si riduce, Isacco, alla nostra feroce miseria, alla nostra universale negazione del bene. Con le cose frivole si distruggono anche le cose sublimi, e la nostra vita si riduce arida come un deserto...

Isacco soggiunse:

— È vero, è vero...

Io dissi:

— Ma questa, Isacco, è la nostra vita, ormai...

VIII.

Quando quelle prime rose furono sfiorite, Isacco ritornò a mietere nel giardino dello zio ricco, e mi portò degli anemoni. Poi scese nella cantina di quello zio misterioso e fantastico, e ne rubò uno, due, tre fiaschi di buon vino chiaretto che venne a bere con noi dopo cena. Come se non bastasse, alcuni giorni dopo Isacco si fece amico del cuoco di suo zio. Allora, ogni domenica, ci portò dei pasticcini di pasta sfoglia, o delle frittelle dolci inzuccherate che, di nascosto, quello impastava e friggeva per lui. Ogni qual volta lo vedeva comparire sull'uscio con uno di quegli involti ghiottissimi, il viso di Luisa s'irradiava di gioia. Lo notai la seconda volta, e poi sempre in seguito; ne ebbi piacere per lei. Anch'io bevevo di quel vino, mangiavo di quei dolciumi. Per molto tempo, in principio, mi abbandonai senza sospetti alla modesta gioia che quei fiori, quel vino, quei bocconi prelibati mettevano in alcuni momenti delle mie grige giornate. Senza confessare ad alcuno il piacere che mi veniva da quelle piccole cose, ne godevo segretamente come un bambino. La miseria, le sofferenze, è verissimo che avviliscono l'uomo, e lo rendono debole e incapace di dominarsi. Io ne avevo ancora una prova. Come apportatore di fiori, di fiaschi, di dolci, Isacco non mi pareva più così spregevole e fastidioso come prima, quando si presentava a mani vuote, e solo carico di parole. La sua compagnia incominciava a piacermi. Giunsi persino a pensare che fosse una vera fortuna per noi d'avere un vicino come lui, con uno zio così ricco, con quel bel giardino, quella cantina, quel cuoco tanto sapiente e servizievole. Quando, seduti intorno alla tavola la sera, si sorseggiava quel vinello chiaro, spillandolo giù dal fiasco che gorgogliava contento, in verità mi sembrava che il gelo, che m'ero portato nell'ossa su dalla strada tutta neve e vento, a poco a poco s'intiepidisse, quasi mi si sciogliesse dentro in un liquido vaporoso e caldo che lentamente, sottilmente, s'insinuava poi in ogni vena. Allora la giornata passata sotto il lume, nell'odore nauseabondo della tipografia, mi si presentava al ricordo meno penosa e squallida. La mattina, poi, quando svegliandomi aprivo gli occhi, la prima cosa che vedevo non era più quel sorriso malinconico malinconico nel visuccio di Luisa, ma erano quei fiori con le loro piccole teste variopinte reclinate sull'orlo della brocca, che dal centro della tavola su cui erano posati colorivano di rosa, di viola, di azzurro, di giallo il grigio sporco di queste pareti, la sudicia monotonia di queste quattro carcasse di mobili.

Proprio in quei giorni, certo in conseguenza di quei fiori, di quelle piccole consolazioni che Isacco aveva portato nello squallore della mia vita, pensai per la prima volta, senza ironia, a mia moglie Luisa. La guardavo mentre cuciva cuciva, e non provavo più nessuna irritazione vedendola penare così, mattina e sera, sul bianco accecante delle sue camicie, ma piuttosto incominciavo veramente ad avere soltanto pietà di lei, che così delicata, doveva logorarsi la salute in quel lavoro ancora meno retribuito del mio. Mi pareva anzi che da qualche tempo ella avesse raddoppiata la sua fatica, poichè non si coricava più nemmeno con me, ma rimaneva alzata molto tempo dopo. E se, per non far rumore, non lavorava alla macchina in quelle ore, zitta zitta imbastiva, o tagliava, o cuciva asole a punti fitti e piccini, con gli occhi sull'ago.

— Non affaticarti così, le dicevo ogni tanto. Perchè? In fondo che cosa ne ricavi, da tanto lavoro? Poveri siamo, poveri saremmo se lavorassi anche meno. Purtroppo questo non basta a cambiare il nostro stato... Vieni, vieni a dormire, Luisa. Domani sarai ancora in tempo.....