La vecchia, sempre sveglia, brontolava dietro la tenda che nascondeva il suo letto. Ed io, guardando fra le ciglia semichiuse Luisa tutta infreddolita che si spogliava, consideravo mestamente l'avarizia del suo piccolo corpo di eterna vergine, i suoi senini magri e distanti, le anche su cui la pelle pareva tesa come gomma elastica appena appena rosea, il suo ventre piccino e piatto, ombrato da una strisciolina di peluzzi biondi. E quantunque mi sembrasse una cosina malata e fredda a toccarsi, pure non ne avevo più quel senso di repulsione che fino a pochi giorni prima mi costringeva a chiudere gli occhi per non vederla. E quando m'entrava nel letto rabbrividendo, con la sua camiciola non profumata di bucato o di essenza di rose, ma solo odorosa dell'odore della sua carne che è il profumo del povero, e mi si stringeva contro il fianco per riscaldarsi, io non m'irrigidivo più da capo a piedi, come uno di quei cristi primitivi o di quei morti che si vedono scolpiti nei sarcofagi; ma le posavo (è la parola) le posavo un abbraccio inerte attraverso il fianco, e così cercavo di addormentarmi. Ma prima che il sonno fermasse il moto dei miei pensieri come avrebbe fatto una manata di polvere gettata in un orologio, fingendo di dormire per non muovermi, per non parlare più, chiedevo a me stesso:

— Perchè, perchè non c'è un po' di vero amore in lei? Perchè il suo cuore è così silenzioso, così tepido? Forse se lei volesse, se lei sapesse, un po' di oblio, un po' di gioia potrei anche trovarla in un suo bacio, in una sua carezza, in quello che comunemente si chiama, tutti chiamano: amore. Piccola Luisa... Perchè non sai, perchè non senti nulla? Perchè non indovini? Perchè non tenti? Perchè sei così innocente ed insipida? Piccola Luisa, perchè non mi ami?

Sentivo il suo respiro. Un sibilo sottile sottile le usciva dalla gola. Era quello che la faceva sempre tossire durante il giorno? Povera piccola! E avrei voluto posarle un bacio sulla bocca, un lungo bacio, un bacio d'amore. Ah! se fosse stata un'altra donna! Come quei fiori che mi davano tanta gioia e tanto conforto, così anche lei avrebbe potuto consolarmi un poco delle delusioni passate. Passate da tanto tempo.... Quasi dimenticate... Avrei amato lei sola, per sè stessa, non per il rimpianto o il ricordo di quei lontani giorni.... Non avrei amato nessun'altra in lei... Ormai ero un altr'uomo. Quello d'una volta non esisteva più.

Ma ben presto mi riebbi da quella specie di abbandono all'illusione d'una vita che non poteva essere, che non era la mia. Il piacere di quelle piccole cose godute senza altro pensiero che di goderne si mutò subito in amarezza. Perchè Isacco ci regalava quei fiori? Perchè ci elargiva con generosità tanto metodica il vino delle cantine di suo zio, i dolci della sua cucina? E quei doni erano per me o per Luisa? Quando questo dubbio mi assalì la prima volta, stavo mangiando uno spicchio di torta, tutta ricamata di crema, profumata di vainiglia e soffice come la lana. Mi fermai con il boccone in gola, guardai Luisa, guardai Isacco, e posai il pezzo che ancora tenevo in mano sul tavolo. Luisa anche lei aveva uno spicchio di torta delicatamente stretto fra due dita, e la bocca piena. Ma guardava Isacco, e non potendogli sorridere con le labbra, gli sorrideva con gli occhi. Ah! che luce, che vivacità, che ilarità insolite erano negli occhi di Luisa, quella sera! Parevano due carboncini accesi. La luce della lampada vi brillava dentro. E Isacco dove aveva preso, lui, quegli occhi? Grandi e neri, ma di solito sempre appannati e smorti, anche gli occhi di Isacco brillavano d'una luce insolita, vivi, sorridendo a Luisa. Inghiottii quel boccone che mi era rimasto in gola, e per quella sera non toccai più di quel dolce. Isacco se ne andò. E quando Luisa venne a letto, non la sfiorai nemmeno con la punta delle dita. Sentii tutto il gelo che ella portava con sè nella sua carne anemica, cercai di scostarmi da lei voltandomi con la faccia contro il muro. Così, cercando di non sentire il suo respiro sulla mia nuca, il suo odore di fieno nelle narici, incominciai a frugare in tutti gli angoli del mio cervello divenuto terribilmente lucido, e credetti di indovinare, di scoprire la verità. Mi ricordai che ogni mattina, da molto tempo ormai, quando mi alzavo, trovavo Luisa già vestita e pronta ad uscire. E mentre mi vestivo seduto sulla sponda del letto, ecco due tre colpi discreti bussati qui, sulla parete, fra questa stanza e quella di Isacco. Luisa mi si avvicina, mi dice: — Non hai bisogno di nulla? Dunque vado. Prende il suo involto di camicie, ed esce, salutandomi con la mano. Ha un cappellino nuovo, con una penna rossa. L'abito è sempre lo stesso, ma sembra un altro. Quando nel corridoio passa dinnanzi alla porta di Isacco, la porta si apre, Isacco esce: — Buon giorno, signora Luisa, dice. Ed io so che prende il fagotto delle camicie dalle mani di Luisa, e glielo porta per un buon tratto di strada. Tutte le mattine se ne vanno così, insieme. Ed io lo so. Lo so perchè Isacco e Luisa me lo hanno detto, che per lui portare quel fagotto a Luisa è un piacere da nulla, che non gli costa nessuna fatica. Mentre per lei è un piacere immenso non doverlo portare. La strada è ogni mattina la stessa per tutti e due. Tutti e due vanno verso il centro della città. Io poi esco per conto mio, la mia tipografia è subito passato il fiume, mi chiudo, mi seppellisco in quella spelonca buia come un antro, e mi si rivede la sera.

Questa fu la mia grande scoperta di quella notte. La mattina, appena alzato, ebbi la tentazione di prendere il mazzo di fiori dalla brocca posata sul tavolo e di buttarlo dalla finestra. A mezzogiorno Isacco mi si presentò con un paio di scarpe nuove incartate in un giornale. Disse di averle vinte ad una lotteria. E per l'appunto aveva il piede piccino! Infilate ai miei piedi, quelle scarpe calzarono invece come guanti.

IX.

Eccole qua, quelle scarpe: le porto ancora ai piedi. Hanno preso già tanto fango e tant'acqua che non sembrano più le stesse. Eppure sono quelle, proprio quelle scarpe. Chi avrebbe potuto dire a Luisa, a me, a Isacco, per quale strada m'avrebbero condotto queste scarpe? Lasciamo andare: c'è una fatalità in tutte le cose, anche nelle più infime, nelle più banali. Pur accettando quelle (queste) scarpe che Isacco mi offriva, volli ad ogni costo pagarle. Isacco che me le guardava compiaciuto mentre muovevo qualche passo per la stanza battendo il piede per sentire se spianava comodo, dette alla mia proposta in un'esclamazione di stupore offeso. Disse, mi pare: — Ohibò! e se ne fuggì correndo. Era sopravvenuta Luisa. S'era tolto il cappellino, e anch'essa mi guardava quelle scarpe nuove con un viso soddisfatto e contento.

— Eh! sì, dissi, sono buone. Ma non ti pare, Luisa, che gliele debba pagare? Posso non pagargliele, queste scarpe?

Luisa alzò una spalla e mi fece l'occhietto.

— Non pensarci, disse sottovoce, come per paura che Isacco l'udisse dall'altra stanza. Perchè gliele vuoi pagare? Le avesse comprate... Ma le ha vinte alla lotteria. Eh! Se non ti chiede nulla, che bisogno c'è di pagargliele?