Poi soggiunse:
— È una vera fortuna... Ne avevi proprio bisogno, tu, d'un paio di scarpe nuove.
— Sì, dissi io, ne avevo bisogno. Ne ho bisogno grandissimo. Non le vedi là, quelle vecchie? Si possono più chiamare scarpe? Ma, insomma, qui tutto ormai viene da Isacco... Fiori, vino, dolci, ed ora anche le scarpe! Ti pare possibile?
— No, no, esclamai con convinzione, o gliele pago, o gliele rendo...
Così tenni queste scarpe e cominciai ad usarle. Ma non riuscivo a capire come mai Luisa osasse suggerirmi di non pagarle. Doveva credermi molto stupido... Forse cieco. Ormai non nutrivo più dubbi di sorta. Un intrigo c'era fra lei ed Isacco. Ed io avrei dovuto fare da una parte la figura della vittima, dall'altra quella del beneficato. Mi conoscevano male, tanto l'una che l'altro! Quantunque fingessi di non vedere, di non capire, vedevo e capivo ogni cosa. Vedevo in che modo Isacco guardava Luisa, quando c'ero anch'io, la sera, e non avrebbe dovuto guardarla così. Era uno sguardo tutto tenerezza, che sarebbe stato innocente solo negli occhi di un fratello. Ma Isacco non era fratello di Luisa. Ed Esposito, oh! Esposito, suo fratello, certo non l'aveva mai guardata a quel modo. Quando Isacco se ne andava e Luisa l'accompagnava fino all'uscio, e si fermavano ancora a chiacchierare sulla soglia, poi Isacco, nel salutarla, le prendeva una mano e gliela stringeva, e indugiavano sempre qualche minuto così, con la mano nella mano. Due amiche, due amici avrebbero potuto salutarsi con quelle lunghe strette di mano. Ma una donna e un uomo, che non fossero due fidanzati, due amanti? No, certo: non era un modo naturale di salutarsi. Tuttavia non andavo così lontano, con le mie supposizioni. La gelosia non m'aveva ancora completamente acciecato, come poi mi acciecò. Solo pensavo che Isacco fosse innamorato di lei e che Luisa si lasciasse a poco a poco circuire. Io cercavo sempre di persuadermi che se anche questo intrigo fosse realmente esistito, e nelle sue ultime conseguenze, quelle che nemmeno l'uomo più pio subisce e tollera senza rivolta, a me, a me marito di Luisa, a me solo forse fra tutti i mariti, non avrebbe dovuto nulla importare. Cercavo di rafforzare sempre più in me stesso il convincimento che io non fossi un marito come tutti gli altri, e Luisa una moglie come tutte le altre; ma io una finzione di marito e lei una finzione di moglie. Non mi pareva concepibile la gelosia, là dove non c'era l'amore. Ogni sentimento di gelosia, nel caso nostro, mi sarebbe sembrato mostruoso e ridicolo. Geloso poi di Isacco? Era forse un uomo, Isacco? No, non era un uomo. Non era niente, Isacco. Eppure proprio qualche cosa di mostruoso, di mostruosamente ridicolo, cominciava a nascere in me, al pensiero di Isacco e di Luisa, uniti insieme in un solo pensiero. Era una specie di istintiva repulsione per tutto ciò che s'associava a quel pensiero, e m'impediva ormai di provare la più piccola gioia nel guardare i fiori che ornavano la nostra povera tavola, di bere un bicchiere di quel vino buono, d'inghiottire un boccone di quelle torte, di quei pasticci, che Isacco continuava ad offrirci ogni tanto. Mi versavano il bicchiere colmo, ed io vi intingevo appena appena il labbro. Il bicchiere rimaneva pieno. Mi dicevano: — Perchè non bevi, Paris? Rispondevo: — Questo vino non è come l'altro. Non mi va. Non mi piace. Allora m'alzavo, m'avvicinavo alla poltrona della vecchia, che aveva la sete negli occhi, e, sollevatole il mento, le versavo lentamente il vino del mio bicchiere nella bocca aperta, come dentro un imbuto.
Ben presto riuscii insopportabile a me stesso. Gli altri sembrava che non si accorgessero neppure di me. Non potevo più dubitarne: ero veramente geloso! Ero geloso di Isacco, senza amare Luisa. Il sentimento della gelosia è per sè stesso atroce. Ma quando c'è l'amore, penso che l'amore trasformi in una specie di frenetica voluttà questa dolorosa follia dello spirito. Deve essere come l'incontro di due fuochi che generano fuoco. E nell'ardore che divampa, il bene e il male, dolore e gioia, si confondono come la vita e la morte nel delirio d'un agonizzante. Poichè l'amore distrugge incessantemente ciò che la gelosia ha creato, e la passione incenerisce con un soffio i castelli incrollabili che la ragione crede di costruire sulla realtà. Ma nel caso mio non esistevano che tristezze e dolori. La mia gelosia era un sentimento freddo, isolato, arido, un sentimento cattivo ed immobile, che mi trovava sempre completamente lucido, e sempre sempre solo. In ogni momento ero pronto al suo richiamo, pronto a lasciarmi prendere nel giro dei suoi capziosi sofismi, dai quali nulla veniva a liberarmi mai. Orribile vita! Rimanere lontano da Luisa m'era penoso. Durante il giorno, mille volte ero assalito dalla tentazione di lasciare a metà il mio lavoro, afferrare il cappello e il bastone, correre a casa, sorprendere impensatamente Luisa in un momento qualunque della sua vita. Quella vita che io in fondo ignoravo. Che mi sfuggiva. Che non potevo controllare. Ma quando ero vicino a Luisa, la mia pena, il mio tormento, improvvisamente svanivano, e al loro posto subentrava una specie di deserta e dolorosa stanchezza, come un rilassamento dello spirito che mi piombava in una profonda malinconia. Quand'ero lontano da lei, mi sembrava che Luisa avesse un altro viso, un altro corpo, un'altra figura fisica, e che tutto questo mi appartenesse di diritto, fosse cosa mia che non potevo cedere ad altri pacificamente. Quando le ero vicino tutto mi sembrava insignificante in lei, e indifferente che appartenesse a me o ad altri.
Per uscire da questo stato veramente penoso, ordinai a Luisa di non vedere più Isacco, nelle ore in cui ero fuori di casa. Le proibii di uscire con lui la mattina, di riaccompagnarlo la sera nel corridoio e di fermarsi a chiacchierare con lui. Dissi anche che quei fiori non volevo più vederli nella brocca sul tavolo; che da allora in poi, per evitare le visite di Isacco, di bere, di mangiare con lui, ci saremmo coricati subito dopo cena. Luisa accolse senza una parola, senza una domanda, queste mie imposizioni. Ma vidi che ne fu profondamente toccata. Il suo silenzio mi confermò nei miei sospetti. Per non incontrarmi con Isacco, alla fine del mio lavoro, presi l'abitudine di uscire da una porticina secondaria della tipografia, che s'apriva sopra un cortile. Isacco m'aspettò più di un'ora per alcune sere di seguito dinnanzi all'ingresso principale. Poi tralasciò di venire. La nostra vita era così ritornata quella di prima: prima che Isacco fosse venuto a turbarla. Chiesi un anticipo ai miei padroni: feci un debito. Gli lasciai in una busta, dal portinaio, il prezzo delle mie scarpe. Così avrei voluto far alzare qui, al posto di questa parete, un muro maestro, che mi impedisse persino di sentire ciò che faceva Isacco, rincasando la notte, o alzandosi la mattina, nella sua stanza. Mi misi a cercare nel quartiere opposto della città un'altra casa, dove abitare. Non trovai nulla. Quasi non rivolgevo più la parola a Luisa, nelle lunghe ore che ormai passavamo soli insieme. Luisa cuciva, cuciva. Dopo qualche tempo credetti di essermi liberato per sempre dell'incubo della gelosia, e infatti incominciai a poco a poco a rasserenarmi.
X.
Tutti ricordano come è stata rigida la fine dell'inverno. Alla metà d'aprile c'era ancora la neve alta per le strade. La mattina tutto gelava. Pareva che il tempo ci portasse verso una più cruda stagione, anzichè verso la sospirata primavera. Una notte ero così pieno di freddo in tutto il corpo che non riuscivo ad addormentarmi. Luisa, Luisa, invece, respirava tranquilla nel sonno, con quel sibilo nella gola, e pareva che il gelo del letto lo avesse lasciato tutto a me. Improvvisamente accadde qualche cosa d'insolito nella stanza di Isacco. Udii il passo zoppo di Savina, la nostra vecchia padrona di casa, avvicinarsi nel corridoio, e un altro passo meno pesante che s'alternava col suo. Una voce d'uomo disse: — Ah! è qui... Ed essi aprirono la porta di Isacco ed entrarono nella sua stanza. Allora mi ricordai che veramente, quella sera, non aveva udito Isacco rincasare come il solito, all'ora sua, poco dopo le nove. Comunemente arrivava alla svelta, cantarellando (quel canto mi stizziva: lo consideravo una provocazione, un insulto, sia che cantasse per Luisa, sia che cantasse per me), con un rumore secco ficcava la chiave nella serratura e l'apriva, e prima di richiuderla accendeva il lume. Poi, con un colpo, sbatacchiava l'uscio e dava il paletto di dentro. Subito incominciava a gargarizzarsi. Tossiva, sputava, versava l'acqua nel catino, si lavava le mani. Quindi si sedeva sulla sedia o sul letto, e in fretta si spogliava, gettando scarpe ed abiti uno qua ed uno là, con fracasso. Quando s'era coricato, prima che si addormentasse, il suo letto non faceva che stridere e cigolare. Ma quella sera niente di tutto questo era accaduto; come se Isacco non fosse esistito mai. Ora, quando quei due furono entrati nella stanza, il letto d'Isacco stridette e cigolò. La voce di Savina disse: — Non vuol bere, non vuol mangiare. Non si lamenta. Non si muove mai. E quando si parla, non risponde. La voce dell'uomo soggiunse: — È molto grave... Poi il letto cigolò e stridette di nuovo, e infine la voce dell'uomo disse: — Non c'è niente da fare... Vedremo domani. Riaprirono la porta ed uscirono. Li udii scendere, parlando, le scale. Tutto ritornò in silenzio.
Isacco doveva essere ammalato. Il medico aveva detto: — Grave. Isacco era dunque gravemente ammalato. Ora mi spiegavo come mai non lo avessi udito rincasare come ogni sera. Quella mattina certo non s'era neppure alzato e tutto il giorno era rimasto coricato lassù. Forse, senza che io ne sapessi nulla, la sua malattia durava già da tempo. Forse da due, da tre giorni. E che malattia era quella? Savina avrebbe potuto informarmi. Avrei potuto chiedere a lei. Domani mattina, uscendo, le chiederò di che male sia malato Isacco. Non che mi stia molto a cuore saperlo. Ma così, per una semplice curiosità. Mi sta tanto poco a cuore la malattia di Isacco, che proprio non ne provo alcuna pietà. Anzi... Debbo esser sincero? Pensare ch'egli sia malato mi fa quasi piacere. Forse dire: piacere, non è dire cosa esattissima. No: veramente non mi fa proprio piacere, ma penso che, infine, il male che avrebbe voluto fare a me, con quella sua aria di malizioso sventato, in qualche modo ricade sopra il suo capo. Un castigo, qualunque sia, gli sta bene. Imparerà che il dolore è giustamente distribuito in questo mondo, e che ciascuno ne ha la sua parte. Non ho nessun sentimento caritatevole per lui. Non penso nemmeno quanto egli sia solo e abbandonato in quella mezza soffitta, alla mercè di Savina. Non mi si affaccia nemmeno per un attimo l'idea che egli possa aver bisogno di aiuto, durante la notte, così solo com'è. Tutto mi perdo dietro altri sentimenti, altri pensieri. Il male, la solitudine in cui Isacco si trova abbandonato, persino il pensiero della sua morte, non mi toccano affatto. Seguo ora una fantasia che mi conduce molto lontano di qui, in anni tanto tanto lontani, quand'ero bambino, e mi ammalai di tifo. Mi ricordo che mia madre mi vegliava le intere notti con una cuffietta bianca e rossa in capo, con un nastrino rosso annodato sotto il mento. Questo ricordo, sì, e specialmente il ricordo di quella cuffiettina rossa e bianca, mi tocca e mi commuove. Quando si è ammalati tutto è molto confuso. Ma quasi sempre, in tanta confusione di impressioni e di idee, un particolare insignificante, un particolare da nulla, sempre emerge, con una chiarezza meravigliosa, e si ficca nella memoria per non uscirne mai più.