Mentre così sognavo ad occhi aperti, sentii Luisa muoversi leggermente al mio fianco. Credevo che dormisse. Ma ella non si muoveva come ci si muove nel sonno. Pareva che cercasse di allontanarsi da me a poco a poco, preoccupandosi di non fare movimenti bruschi, ai quali il letto avrebbe scricchiolato. Strisciava fra le lenzuola, ed io sentivo benissimo, rimanendo immobile come se fossi addormentato profondamente; che Luisa aveva già piegato le gambe sulla sponda e che fra poco sarebbe uscita tutta dal letto. Un minuto dopo era in piedi. E nella penombra della stanza vedevo, attraverso le ciglia socchiuse, l'ombra bianca della sua camicia, diritta, che lentamente si muoveva. Il viso lo teneva sempre rivolto verso di me (la vedevo contro la finestra grigia illuminata) come se, mentre cercava qualche cosa annaspando con le mani nel buio, sorvegliasse il mio sonno per timore d'essere sorpresa in quell'atto. Così s'avvicinò alla sedia su cui erano posati i suoi abiti, e s'infilò una sottana e un giubbettino di lana. Poi si curvò, e credetti di sentire che raccoglieva le sue scarpe. Io non mi muovevo, ma, dentro, il cuore incominciava a martellare dandomi una pena enorme. Che cosa faceva Luisa? Quando ebbe le scarpe in mano, si curvò sul letto per meglio assicurarsi che io sempre dormivo tranquillo. Nulla m'aveva destato. Poteva andare sicura. Allora, camminando sulla punta dei piedi, scalza, si accostò all'uscio e posò una mano sulla gruccia. Qui incominciava il difficile. Quella porta aveva i gangheri arrugginiti. Sempre, quando si apriva o si chiudeva, dava in un miagolio che terminava con un rantolo quand'era tutta spalancata. In silenzio non concedeva che un'apertura d'un palmo, tanto da passarci un cane o un gatto. Luisa rimase qualche minuto immobile, preoccupata del rumore che quella porta avrebbe fatto nell'aprirsi. Poi si decise, girò la maniglia e trasse a sè adagio adagio l'imposta. Che fortuna esser magri, piccini, in talune circostanze della vita! Certo Luisa allora benedisse d'esser così sottile, perchè dove ci sarebbe appena passato un cane o un gatto, anche lei ci passò. Senza chiudere, riaccostò l'uscio. Dopo, per quanto non udissi nulla, capii che, appoggiandosi col fianco alla parete, si infilò le scarpe. Il suo passo lungo il corridoio lo percepii appena. Al rumore che fece la chiave della porta di Isacco girando nella serratura fu leggiero come il rosichìo del topo. La porta s'aprì con un soffio, con un soffio si richiuse, e Luisa fu nella stanza di Isacco.

M'ero sollevato sul gomito. Non ne potevo più di quell'immobilità in cui ero rimasto fino allora. Non tossivo mai, ma proprio in quel momento un prurito tormentoso mi salì alla gola, e mi mise addosso una specie di frenesia, un bisogno invincibile di tossire. Doveva essere una conseguenza della soffocazione che mi dava il cuore in tumulto, con il suo battere precipitato e ineguale. Credevo di scoppiare. Stando così, vedevo come se questa maledetta parete tanto sottile fosse divenuta anche trasparente, di vetro, vedevo Luisa curva sul letto di Isacco, con il viso vicino vicino al suo. Aveva strofinato uno zolfanello, una candela s'era accesa. Al lume di quella candela Luisa contemplava Isacco che sembrava addormentato. Il suo viso non era più grigio pallido come sempre. Era rosso, infiammato dalla febbre. Ed ella non si contentava di guardarlo, ma lo accarezzava dolcemente con una mano, sulla fronte, sulle gote, sul collo. Poi si curvava ancora di più, e posava la sua gota sulla sua bocca, come per sentire se le sue labbra bruciassero. Bruciavano. Oh! certo: bruciavano le labbra di Isacco, arse dalla febbre. Ma Luisa non staccava la gota da quella bocca, non prendeva un bicchiere d'acqua e v'immergeva un dito per inumidirgliela, ma, voltando appena il capo, posava la sua bocca sulla bocca di Isacco. Teneva gli occhi chiusi, e dai suoi occhi gocciolavano due lacrime. — Amore, povero amore, bisbigliava, sono qui, sono venuta... Sentimi, guardami... Non sei più solo. Luisa tua è con te... Non me ne vado più... No, amore, mai più, mai più.

Nelle orecchie avevo un ronzio confuso, come il rumore di un risucchio lontano. Come non vedevo nulla, così pure non udivo nulla. Ma mi sembrava di udire. Luisa non si muoveva, non dava un sospiro, una voce. Ma mi sembrava che bisbigliasse non so quali parole oltre quelle che ho scritte. Luisa? Luisa? E anch'io, cauto come un ladro, leggiero come un'ombra, rovesciai le coperte, silenziosamente scesi dal letto, mi avvicinai alla porta, girai lento lento la gruccia, chiusi il battente, detti il paletto. Era fatto. Luisa non sarebbe rientrata più, quella notte, in casa mia. Quando, dopo poco, uscì dalla stanza d'Isacco e, sfilate nuovamente le scarpe, posò una mano contro la porta e sentì che non cedeva alla pressione della sua mano, Luisa non volle credere subito che la porta fosse chiusa. Si ostinò, prima con molta prudenza, poi con orgasmo, a tormentare la maniglia, a graffiare con le unghie il battente. Quindi sentendosi perduta, incominciò a bussare pian piano, poi più forte, finchè disperata si decise a chiamarmi per nome.

— Paris, sei sveglio? Paris, aprimi, Paris, Paris!

Allora mi sentii vendicato dal mio silenzio, mi sentii grande nel silenzio che ebbi la forza, dovrei dire la crudeltà, di opporre ai suoi richiami. Tacevo. Non risposi una sillaba alle preghiere di Luisa. Mi sentivo grande e potente, invincibile, mi sentivo immenso, contro la debolezza, la vergogna, il pianto di quella creatura debole, umiliata, implorante pietà e perdono. Mi sarei mostrato nel centro d'un'apoteosi, con una mitra d'oro in testa, un mantello d'ermellino, ritto sopra una piramide, perchè tutti potessero ammirare la mia potenza, la mia grandezza. La potenza e la grandezza d'un uomo che aveva ridotta in disperazione così, con un semplice giro di chiave, una povera donna, della forza d'un bimbo o d'un uccellino. Io ve lo dico: guardatevi da chi ha troppo sofferto, da quelli ai quali la fortuna ha sempre voltato le spalle, da chi ha subìto affronti e persecuzioni, da chi è stato offeso, insultato, tradito, calpestato, deluso in tutte le sue speranze, deriso, privato d'ogni felicità! Sono i peggiori nemici, i più crudeli, i più pericolosi nemici del bene. Non troverete nè carità, nè tolleranza, nè perdono il giorno in cui cadrete in loro potere. Io ero uno di questi! Io lasciai, senza batter ciglio, che Luisa si disperasse in lacrime contro quell'uscio chiuso. Non ebbi neppure per un attimo l'impulso di aprirle. Non ebbi alcuna pietà di lei. Invece mi rallegrai quando l'udii che s'allontanava singhiozzando, e poi l'udiii, singhiozzando, rientrare nella stanza di Isacco, e abbandonarsi perduta sul suo letto. Era quasi giorno. Incominciava a sbiancarsi l'ombra. Mi vestii in gran fretta, e in punta di piedi m'avvicinai alla porta. Volevo uscire senza essere udito. Ma, fatti due passi, con un brivido di terrore, sentii due mani ossute, dure, che mi si posarono sulle spalle e, voltandomi, vidi contro il mio viso il viso spaventoso dell'idiota. Sua madre, sua madre, mi stava di fronte! Era anche lei uscita dal letto in camicia. Quella camicia era ampia e lunga, e giù per la scollatura si vedeva il suo corpo schifoso di vecchia, la sua orrenda nudità. Il suo capo tremava vertiginosamente, i suoi occhi mi fissavano morti. Non c'era di vivo in lei che quel gesto delle mani ossute lunghe che mi stringevano per le spalle. Allora, freddamente, le afferrai i polsi e a rinculoni la sospinsi verso la sua poltrona e ve la piegai; ve la costrinsi per forza, e la lasciai là seduta, in camicia, a tremare e a gemere. Poi a passi lunghi, senza distogliere gli occhi da lei, attraversai la stanza, aprii l'uscio e lo richiusi d'un colpo dietro di me.

XI.

Luisa rientrò in questa stanza, si gettò piangendo sulle ginocchia di sua madre. Sua madre l'afferrò per i capelli e glieli tirò con furia rabbiosa come una scimmia: le piantò le unghie nella fronte, e gliela fece sanguinare. Luisa pensò che sua madre era in camicia. Con molta pena la vestì. Poi con le mani sugli occhi si avvicinò allo specchio, e osò guardarsi. Vide il suo volto disfatto, la sua fronte che era tuttavia macchiata di rosso come se l'avesse stretta una corona di spine; si sentì distrutta, annientata, non più ben viva, e tuttavia incapace di continuare a vivere così. La vista di quel sangue che le arrossava le tempie le dette un tremito febbrile in tutte le membra, e le suggerì forse un'idea che non le era mai balenata prima d'allora: una cosa alla quale non aveva mai pensato.

Tutta la notte aveva pianto. Era stanca, sfinita. Il cuore le doleva tanto, il respiro le pesava, tutto il corpo lo sentiva spezzato in ogni giuntura, come se l'avessero bastonata. Il letto era là sfatto, come io l'avevo lasciato. Luisa si trascinò accanto al letto e per spogliarsi non ebbe che da lasciar cadere la sottana e il giubbettino, infilati sulla camicia. Si coricò, si abbandonò Luisa sul letto, si coprì con le lenzuola ancora tepide del mio calore. Distese le braccia lungo i fianchi, chiuse gli occhi. Incominciava allora il giorno. Luisa avrebbe voluto che fosse ancora notte profonda, e che nessun pallore di luce le attraversasse le palpebre. In una mano stringeva, Luisa, un coltellino d'argento, un coltellino che le apparteneva, credo, da quando era bambina, e che si vedeva sempre in giro, ora qua ora là, sopra questo o quel mobile, non si sa come, e per che uso, come tante altre piccole cose inutili. Lo aveva ripreso sul cassettone, se lo era portato a letto con sè. Ora lo stringeva in una mano, e sapeva benissimo che era quel suo coltellino d'argento che teneva stretto fra le dita, ma non voleva confessare a sè stessa di sapere che era proprio quel coltellino. No. Non ne sapeva nulla, Luisa, di quella piccola cosa fredda che teneva chiusa nel pugno, nè perchè l'avesse presa sul cassettone, nè perchè l'avesse portata a letto con sè. Luisa non pensava più; era addormentata. Voleva persuadere sè stessa d'essersi addormentata, di non pensare più, di non ricordare, di non sentire più nulla. Come se anche ella fosse divenuta una cosa, una piccola cosa anche lei, posata su quel letto da qualche immenso gigante che l'avesse presa nel palmo della mano, e l'avesse coricata là nel suo letto per farle fare la nanna.

In me il ricordo di quella giornata è terribilmente lucido e angoscioso, come se al solo parlarne la rivivessi intera in ogni suo minuto. Fu una giornata di una brevità assurda. Subito la sera cadde su quelle poche grige ore di luce. M'ero presentato al mattino nella tipografia con una faccia stralunata, da folle. Bastava che uno mi rivolgesse la parola perchè io mi mettessi a ridere. Su ogni bozza di stampa che mi portavano perchè la correggessi, facevo lunghi discorsi: la leggevo ad alta voce, declamando, a rovescio, risalendo dall'ultima parola alla prima. Poi gridavo: — Eccellente! Magnifico! Superlativo! Va tutto bene. Non ci manca nemmeno una virgola! Il proto mi battè amichevolmente sulla spalla e mi disse: — Perchè non vai a prendere una boccata d'aria? — Giusto, risposi: vado subito. Mi calcai il cappello sulle orecchie, e me ne uscii per la strada. Cominciai a girare qua e là. Mi parve molto strano ch'io portassi il soprabito come tutti quanti gli altri uomini che camminavano con me per la via. Stetti più d'un'ora a guardarmi in uno specchio. Poi, battendomi un pugno sulla fronte, mi sfilai il soprabito, e me lo rinfilai alla rovescia. La fodera era a scacchi bianchi e neri, con grosse righe gialle. Le maniche erano nere. Molto soddisfatto dell'aspetto che avevo con quei colori da arlecchino sulla schiena, mi parve che in generale la gente mi desse troppo poca importanza. Allora incominciai a fare grandi inchini a tutti quelli che passavano in carrozza, e toccavo terra con la falda del mio cappello. Ma poco dopo mi stancai, e ripresi a camminare tranquillamente, avviandomi verso il fiume. Molte ore rimasi così, in un tratto semi deserto della sponda, a guardare alcuni barcaioli che scaricavano della legna sulla banchina e un uomo che pescava con la bilancia. Mi pareva di aspettare qualcuno, che dovesse approdare a quella riva con una barca a vapore, e intanto mi domandavo perchè mai in quel punto del fiume non avessero costruito un gran porto. Sarebbe stato facilissimo allargare le due sponde e costruirvi un molo, anzi tutto un sistema di docks, su cui poi avrei pensato io a piantare alcune gigantesche gru. Il problema era semplicissimo. A ognuno che passava domandavo, toccandomi l'ala del cappello: — Scusi, perchè non si costruisce un porto qui? Non le pare che ci starebbe bene? Mi guardavano sorridendo, e scrollando il capo si allontanavano. Nessuno si era posto un problema così semplice, eppure così importante per il commercio della città! Ma incominciò ad imbrunire, scese la nebbia, il pescatore si caricò la rete sulle spalle, e non passò più nessuno per quel tratto di viale. E allora io mi staccai dalla balaustra del muraglione e macchinalmente m'incamminai verso casa mia.

Ero come il cavallo che, quando si sente le briglie abbandonate sul collo, prende la via della stalla. Poichè non pensavo affatto che quella fosse la strada per cui ogni sera passavo uscendo dalla tipografia per ritornarmene a casa. Non potrei giurarlo, ma mi sembra che durante tutte quelle ore, durante tutta quella giornata, il pensiero di Luisa non abbia mai attraversato, neppure per un attimo, la mia mente sconvolta. Quando la casa dove avevo fino allora abitato mi si parò dinnanzi nera, con tutte le sue finestre, le sue botteghe, la sua grande porta quadrata, non mi stupì affatto di trovarmi in quel luogo, nè di vedere Savina, sull'ingresso, fare grandi gesti con le mani levate in alto, e zoppicando corrermi incontro affannata, afferrarmi per il soprabito, gridare: