— Signore, signore... Che cosa è stato! La signora Luisa... Corra dunque! La signora Luisa è morta...
— Morta? Morta? domandai calmo, guardando gravemente Savina.
— Morta le dico! gridò Savina, battendo le mani esterrefatta, come per dire: — Ma capisce lei che cosa vuol dire morta?
Ed io soggiunsi: — Va bene, va bene. E attraversata la strada a passi lenti e solenni, infilai la porta, salii le scale e m'affacciai qui a questa stanza.
Ricordo che questa stanza era insolitamente illuminata. Dappertutto c'erano candele accese. Sul letto non vidi nulla che non fosse bianco, fuorchè gli occhi e i capelli e le mani di Luisa. Il viso di Luisa, le sue labbra, erano d'un biancore di neve. Le sue mani, le sue mani erano rosse! Io non ricordo che il rosso di quelle mani che mi ferì le pupille come un lampo. C'è poi una lacuna, un buio assoluto nella mia memoria, e non so che cosa accadde di me in quel momento. Mi ritrovai inginocchiato accanto al letto dove Luisa giaceva immobile nel suo pallore di morte, con quelle sue mani rosse, pesanti, inerti nelle mie, che urlavo:
— Si è uccisa? Si è uccisa? Perchè si è uccisa?
Intorno a me non vedevo che volti pallidi e muti. Anche Isacco era là, avvolto in un lungo pastrano nero, dal cui bavero non uscivano che i suoi occhi enormemente dilatati dalla febbre.
— Tu! tu! lo supplicavo, perchè si è uccisa? Perchè si è uccisa?
Ma Isacco non mi rispondeva, e continuava a fissare su me quei suoi occhi spiritati. Allora mi rivoltavo verso costei, verso sua madre, verso quest'idiota sorda e muta, e le chiedevo: