Rimasta sola e triste, poichè ebbero portato via Silvio con la barella, Silvina non aveva per difendersi dal freddo se non quei due vestiti di seta leggera. Non c'era nè stufa nè camino dove accendere il fuoco. Affacciarsi all'abbaino era da piangere, a veder le nuvole gonfie rotolare sui tetti neri e paurosamente deserti. Per l'appunto pioveva. Le gronde facevano una musica funebre gocciolando gocciolando con esasperante monotonia, sempre lo stesso suono e la stessa pausa, senza sostare un momento. Nel ronzio continuo della pioggia sul tetto, i più piccoli rumori, i più lontani, diventavano sordi tonfi, cupi boati, stridori infernali, e pareva che nel corridoio buio e deserto, nei solai disabitati, si muovessero catene e rimbombassero martelli, e passassero in fuga torme di animali infuriati. Le vecchie suppellettili scricchiolavano tutte con lunghi gemiti, come se spiriti imprigionati nelle loro membra di legno tarlato e inchiodato si torcessero spasimando per liberarsene. Alla porta poi era un ininterrotto bussare, un bisbiglio di voci soffocate, un avvicinarsi e allontanarsi di passi cauti, un provare e riprovare chiavi alla serratura, un lavorio affaccendato di mani ladre lungo i battenti, intorno ai cardini, che non finiva mai. E Silvina se ne stava raccolta in un angolo, con tutti e due i suoi vestiti addosso, le mani inguantate, lo smeraldo al collo, parata e immobile come una madonna di cera. A denti stretti ella cercava di vincere il tremito convulso del freddo e tener sveglia la ragione che tanti brutti pensieri cercavano di ottenebrare. Credo che rivedesse allora il nostro gran focolare, dove tutti noi, raccolti in cerchio dinnanzi ai bei ciocchi ardenti, le sere d'inverno facevamo scoppiar le castagne spingendole con le molle bene in mezzo alla brace; e poi, quando erano scoppiate, e la polpa bianca incominciava a rosolarsi, le pescavamo dalla cenere, facendole saltar sulle dita e soffiando a gote piene, finchè non erano intiepidite. Allora, sbucciate e fattene tante piccole focacce, ce le imboccavamo l'un l'altro ridendo con buffi oremus, laudamus e deo gratias. Certo rivedeva mia madre quando, posando sulla sua fronte il bacio della buona notte, le rimboccava calde calde intorno al collo le morbide coltri del suo buon lettuccio, dove era cresciuta e aveva dormito tanti bei sonni tranquilli. Ma quando al di là dell'abbaino la luce scialba invernale incominciò a scemare e dagli angoli si diffusero nella stanza le ombre nere di quella prima sera di solitudine, Silvina si alzò, aprì l'uscio, attraversò il corridoio, scese correndo tre capi di scale, e senza esitare bussò alla prima porta che le si parò dinnanzi.
VII.
Madama Humbert abitava appunto al terzo piano di quella casa con le sue sette nipoti e con Loreto Re del Portogal. Ogni volta che Silvina scendeva o saliva le scale, la trovava sull'uscio del suo appartamento e doveva rispondere con un inchino al suo saluto. Non s'eran mai scambiate altre parole che: — Buon giorno! Buona sera! — Ma i sorrisi di madama Humbert erano affettuosi inviti ad un'intimità più profonda. Madama Humbert era una distinta signora, che vestiva sempre di nero. Intorno al suo collo portava sempre annodata una trina nera, e il suo aspetto era quello di un'onesta vedova che offrisse alla memoria ormai lontana del suo sposo il tributo modesto sì ma spontaneo di quegli abiti sempre sempre neri. Dalla cintola in su ella era di una magrezza quasi deforme; e il suo collo lungo e sottile pareva dovesse da un momento all'altro piegarsi stanco sotto il peso del capo, che era rotondo e piatto, con un viso tutto naso e bocca, dove gli occhi, privi di sopracciglia, sembravano due forellini neri. I suoi capelli erano di un grigio rossastro e radi, e tutti tirati a formare sul cucuzzolo un ciuffo di peli arsicci, tenuto fermo da un pettine. Sotto la cintola poi il suo corpo s'arrotondava in un ventre enorme, ch'era una specie di mostruosa montagna su cui ella teneva sempre incrociate le mani.
Aveva da poco finito di cenare e, sdraiata sulla poltrona, dove le piaceva riposare dopo i pasti, madama Humbert guardava amorosamente Loreto che si stava appisolando. E vedendo le sue palpebre leggiere come un velo di seta cadere e rialzarsi sulle indecise pupille annebbiate dal sonno, pensava con tenerezza come Loreto rassomigliasse tutto a un cristiano. Le sette nipoti di madama Humbert, tutte fiorenti e giovani, erano mollemente sdraiate sui tre divani intorno intorno al salotto. Ai colpi che improvvisamente risuonarono contro la porta, chi pisolava si svegliò, chi sbadigliava stirò le belle membra elastiche con un miagolio di gatto, e chi guardava distrattamente le rose del soffitto voltò gli occhi dalla parte dell'uscio e aspettò. Soltanto Loreto, cavato il capo di sotto l'ala dove l'aveva allora riposto, e purgatosi in fretta, disse con un sospiro:
— Lo zio, lo zio, lo zio!
Madama Humbert si alzò e a piccoli passi si diresse verso la porta, che poi aprì lentamente.
Allora nella penombra della scala apparve, bianca, Silvina. Ella piegò seria la fronte, passando dinnanzi a madama Humbert che s'era fatta da parte per lasciarla entrare, e poi le domandò guardandola fissamente negli occhi:
— Non la disturbo, signora?
Madama Humbert ridendo e scrollando il capo la prese per le mani e la condusse in salotto, e, mentre le sue sette nipoti s'alzavano in piedi, ella la fece sedere nella sua poltrona, le spinse sotto i piedi un cuscino e accarezzandola con occhiate amorose:
— Signora, le disse, cara, cara! A che si dovrà quest'onore?