Silvina ebbe un sorriso sdegnoso. Soave la strinse ancora più teneramente a sè e la baciò sulla bocca. Silvina ebbe un piccolo moto di disgusto e si pulì istintivamente le labbra. Soave la guardò stupita, e poi scoppiò a ridere, battendo allegramente le mani.

— Non ti piace il rossetto? le domandò. Eppure è dolce come il miele. Perchè non ti tingi le labbra? Saresti mille volte più bella. La tua bocca è un poco pallida: così non piace agli uomini. E anche le tue ciglia sono troppo chiare: i tuoi occhi ci si perdono. Perchè non ti tingi gli occhi di nero?

— Vedo, disse poi con un'intenzione di malizia, che non ti ha insegnato nessuno... Ora ti insegno io...

E Soave corse a prendere il lapis nero, e il lapis rosso, il vasetto della pomata e lo scatolino della cipria, e, tutta ilare, costretta Silvina a voltarsi con il viso al lume, incominciò a dipingerla. Prima furono gli occhi. I chiari occhi di Silvina, i chiari occhi che mia madre baciava con tanto amore, che erano freddi ma casti, brillarono d'una strana luce nel cerchio nero che li chiuse intorno intorno alle ciglia. Da quel momento essi perdettero ogni pudore; non furono più gli occhi di una fanciulla. Poi fu la volta delle labbra, delle labbra che mia madre baciava con tanta purità, che erano cattive ma caste nel loro pallore malato, e divennero rosse, sbocciarono in una rosa purpurea e sensuale. La sua bocca divenne da quel momento impura; non fu più la bocca d'una fanciulla. Poi le dita leggiere di Soave spalmarono il viso di Silvina, il caro viso che mia madre accarezzava con tanta tenerezza, d'una pomata bianchiccia che rese la pelle liscia e lucida come seta, illuminando il suo pallore di strani riflessi di madreperla. Quindi sulla fronte, sulle gote, sul mento, sulla gola passò il piumino e vi posò un velo di cipria rosea, e la madreperla si annebbiò d'una opacità calda e vellutata, come l'alito caldo fa sullo specchio.

Così fu distrutta Silvina nostra. Ella fu da quel momento un'altra Silvina.

— Irriconoscibile! esclamava Soave, guardandola raggiante. Che meraviglia! Guàrdati! Guàrdati!

E la trascinò dinnanzi allo specchio perchè anch'ella potesse ammirare l'opera delle sue mani, vedere quanto fosse mutata. E vi dico che Silvina non torse vergognosa gli occhi da quella sua triste immagine, non si rivoltò rabbiosa contro Soave per insultarla, non disfece inorridita quella turpe maschera che le deformava il volto, non si gettò in terra singhiozzando umiliata, ma sorrise con compiacenza alla Silvina che senza pudore le sorrideva dallo specchio e inchinò il capo da ogni lato per ammirare quanto giovasse al suo profilo la bocca così fortemente segnata.

— È vero, disse, con una voce che non era la sua solita voce, una voce che vibrava tutta di commozione, è vero! Come sono diversa!...

— E più bella! esclamò Soave.

— Sì, disse Silvina, quasi più bella...