Allora Soave le sciolse i capelli, affondando in quella seta morbida le sue mani come aveva fatto prima mia madre, come aveva poi fatto Silvio, e diceva:
— Cara, cara... I tuoi capelli come sono dorati! Questi non occorre tingerli: sembrano raggi di sole, spighe di grano... Come sono fini! Quanti sono! Come pesano!
Glieli accarezzò a lungo, mentre il suo viso si imporporava, chiudendo gli occhi per il piacere che le veniva dall'accarezzare quei capelli così morbidi e densi. E Silvina, ad occhi chiusi, si lasciava accarezzare. Si lasciò accarezzare, e, quando Soave le disse: — Lascia ch'io ti spogli! — lasciò che Soave le slacciasse l'abito viola e poi l'abito azzurro, disse semplicemente: — Avevo tanto freddo! — lasciò che cadessero ai suoi piedi la sottoveste bianca, i calzoncini orlati di pizzo, la camicina ch'era trattenuta appena da un nastro rosa annodato sulla spalla. Rimase così nuda nuda dinnanzi allo specchio, e soltanto quando, aperti ad un tratto gli occhi, si vide così nuda nello specchio, e vide Soave che la guardava estatica, con un piccolo grido si rifugiò nel letto perdendo nel salto le sue scarpette che volarono chissà dove. Ma Soave spense il lume e la raggiunse sotto le coltri, l'abbracciò stretta stretta e le disse:
— Senti, senti, se la mia pelle non è più liscia della pelle di Silvio...
Poi le disse:
— Ora le mie labbra non ti faranno ribrezzo, perchè anche le tue sono dipinte. Senti se il rossetto non è dolce come il miele....
E la baciò sulla bocca. Poi appoggiò la sua testa sulla spalla nuda di Silvina, e dolcemente si addormentò: perchè Soave, Soave era innocente. Ma Silvina non si addormentò subito. Il cuore le batteva forte. Ella pensava con gioia, con una specie di dolorosa, di amara, di cattiva voluttà, che quel corpo tiepido, che era così strettamente allacciato al suo, non era il corpo di Silvio. Ed ella godeva d'un piacere ignorato, al pensiero che il suo letto di fanciulla era tanto lontano, che non si sarebbe mai più coricata in quel deserto candore. Pensava che anche il letto di Silvio era lassù, freddo e vuoto, sotto il solaio, in quella stanza tenebrosa su cui la pioggia piangeva le sue fredde e lamentose lagrime, e che ella, Silvina, non sarebbe mai più stata sola, perchè il suo pudore l'aveva abbandonata, quella specie d'impedimento fisico che la rendeva straniera a tutte le cose che non le appartenessero da lungo tempo. Da quel momento ella era perfettamente libera, tutto le apparteneva, tutto poteva prendere, fare suo. Non esistevano più ostacoli alla sua volontà, non più limiti, non più divieti. Buono era quel letto in cui stava coricata per la prima volta; e come un giorno aveva potuto addormentarsi senza il bacio di sua madre, così ora, tra poco, si sarebbe addormentata senza il bacio di Silvio.
Quando fu giorno, Soave con una carezza svegliò Silvina. Il sonno era stato per entrambe un sereno riposo. Esse si guardarono sorridendo, e videro con gioia che un raggio di sole pallido filtrava attraverso le tende della finestra. Il nuovo giorno non era così triste come l'altro. Silvina si vestì in fretta, si pettinò, e quando fu vestita e pettinata Soave le mise in capo uno dei suoi cappellini di feltro, le attorcigliò intorno al collo una volpe azzurra, e Silvina uscì nel mattino tutto ridente di solicello per andare all'ospedale. L'ospedale era un gran palazzo di pietra grigia. Le strade su cui si affacciavano le file interminabili delle sue finestre puzzavano tutte di cloro. La pioggia non aveva spazzato via quel tanfo nauseabondo, non aveva lavato le sue mura sudicie. Nell'andito una vera moltitudine di miserabili si pigiava in silenzio, e Silvina dovette attraversare quella folla prima di arrivare alla porta. Un corridoio nudo e lunghissimo, attraversato di quando in quando da qualche suora di carità, si presentò dinnanzi a lei, ed ella dovette percorrerlo in tutta la sua lunghezza, e vedere, attraverso le sue cento porte aperte, file e file di letti bianchi, popolati di bianchi fantasmi, per entrare infine in una corsia squallida come tutte le altre. Chiese timidamente di Silvio. Fu portata dinnanzi a uno di quei volti mostruosi, e riconobbe Silvio con un senso di repulsione invincibile, come se non lo avesse mai veduto prima di allora, come se fosse un altro uomo. E Silvio la guardò con le sue ardenti pupille, e non la riconobbe. Ella potè così fermarsi soltanto un istante dinnanzi a quel letto, udire appena il rantolo che usciva dalla gola strozzata dell'infermo, e senza rivolgergli una parola, senza sfiorargli la fronte con una carezza, senza compiere nessuno di questi pietosi doveri, potè fuggirsene via, e sottrarsi al pensiero che quelle labbra gonfie e violacee ella le aveva baciate, e quelle gote, trasudate livide irsute, le aveva carezzate, aveva toccati quei capelli aridi, sorriso a quegli occhi insensati. La giornata invernale era povera povera di sole. L'azzurro del cielo sembrava un'illusione di sereno. Ma a Silvina, quando uscita dall'ospedale si sentì presa in quel solicello, sotto quel cielo timido, sembrò di camminare per le vie di un paradiso primaverile, tutto luce, serenità, gaudio.
IX.
Ad un angolo di strada, in un giardino tutto di palme incappucciate, Silvina vide una serra piena di fiori, e comprò un gran mazzo di rose rosse, che sembravano sbocciate allora nel più tepido sole di maggio. Stringendosi al seno quelle rose, tutta così stupendamente fiorita, attraversò mezza città, salì le scale della sua casa, ed entrò in quella stanza dalla quale la sera innanzi era uscita tremando. Quantunque per l'abbaino piovesse un po' di sole, quella stanza non le sembrò meno squallida. Ma il color vivo delle rose riscaldò con i vaghi riflessi di una aurora il candore nudo di quei muri.