Poco dopo la porta lentamente si socchiuse, e Silvina, sorpresa e intimidita, vide apparire fra i due battenti la faccia gialliccia dello zio Stanislao. Senza attendere un suo invito, egli si fece avanti a piccoli passi di danza, e, baciandole umilmente la mano, le domandò:

— Mi perdonate, signora?

Il tono della sua voce era così dimesso, i suoi modi così modesti, che Silvina non potè fare a meno di perdonarlo con un breve sorriso. Gli indicò una sedia, ed egli subito pronto a quel gesto si sedette, mentre Silvina, sedutasi dinnanzi a lui, lo contemplava con uno sguardo pieno di studiata indifferenza, così freddo ed estraneo che il poveretto si sentì d'un tratto mancare la voce.

— Signora, disse alfine, balbettando, vi chiedo scusa se ho osato salire quassù senza il vostro permesso. Ma Silvio non vi parlò mai del principe Stroztki, suo amico?

S'interruppe, e poichè Silvina ebbe assentito con un lieve cenno del capo, s'inchinò e soggiunse:

— Il principe Stroztki sono io...

Pronunciate queste parole, egli abbassò gli occhi modestamente ed attese. Silvina ricordava benissimo quel nome, e ciò che Silvio le aveva detto di lui, e cioè che, avendola ammirata all'Alhambra, l'aveva paragonata ad una viola mammola. Ma dovette compiere uno sforzo per scartare l'immagine dello zio Stanislao, che fino a quell'istante ella aveva considerato con un senso di invincibile ironia, e sostituirla con l'immagine ben altrimenti rispettabile e interessante di un principe. Silvina aveva scoperto allora allora il trucco del parrucchino nero che stava leggiadramente posato sulla fronte di Stanislao, e pensava di vedere la sua testa brillare d'un tratto denudata da un colpo di vento; la sua testa tutta pelata, che doveva essere tonda gialla e liscia come il suo viso. Non s'era mai incontrata con un uomo simile, che non avesse un pelo in faccia, così irrimediabilmente calvo, nonostante quella perfetta parrucca, e così giallo da non parer fatto di carne, ma impastato di una carta pesta ingiallita. Poteva avere qualunque età, fra i trenta e i sessanta anni; eppure, piuttosto che d'un vecchio, aveva l'aspetto di un uomo non finito, d'un burattino al quale, passata sul viso una prima mano di vernice e incollata in fretta sul tondo della zucca una parrucchetta di peli neri, senza appiccicargli nè sopracciglia, nè ciglia, nè baffi, nè barba, e dare alle sue labbra e ai suoi pomelli una spennellata di rosso carnicino, fosse stato mandato per il mondo, a vivere in compagnia d'altri burattini tutti rifiniti per bene. Il sarto, sì, aveva compiuto perfettamente l'opera sua, vestendolo con abiti di un taglio, come si dice, irreprensibile e secondo l'ultimo figurino; alti colletti a pizzi rotondi, cravatta di seta colorata, biancheria finissima immacolata di seta, tutto tirato a lucido, e infine scarpine con tomaie di pelle di un delicato color tortora, che stringevano il suo piede sottile e lungo come in un guanto. Ma una volta scoperto che quel burattino era un principe, bisognava riconoscere che non sarebbe sembrato un vero principe se non avesse avuto quell'aspetto di burattino. Gli antichi videro metamorfosi ben più stupefacenti di questa. E se Mirra potè mutarsi in pianta, e Nictimene in gufo, e Niobe in roccia, a maggior ragione potè lo zio Stanislao, agli occhi di Silvina, mutarsi in un principe, la cui calvizie altro non fosse se non un indizio dell'antichità della razza, stanca ormai di produrre tanti principi polacchi tutti adorni delle più sontuose zazzere d'Europa.

Mentre in Silvina avveniva una così ardua revisione della sua persona ridicola, il principe Stanislao pensò che fosse inutile procrastinare di qualche minuto ancora il momento in cui, divenuto insostenibile quel silenzio che durava già troppo tempo, egli avrebbe dovuto in ogni modo parlare, confessando a Silvina la segreta ragione di quella visita. Egli dunque chiamò a raccolta tutti i suoi spiriti coraggiosi, e composto il gesto in una specie di ieratica immobilità, abbassò il capo per non vedere come Silvina avrebbe accolto le sue parole. Quindi con voce velata di commozione disse:

— Silvina, sono venuto per confidarvi un segreto: un segreto così grave, che da esso dipende tutta la mia vita. Se sentiste, Silvina, (e si premette una mano sul cuore) come il mio cuore batte in questo istante, sono certo che credereste subito a quanto sto per dirvi, senza dubitare mai mai che io possa fingere o mentire. Così come mi vedete, non più giovinetto, ho ancora l'anima semplice d'un fanciullo. Sì, ho anch'io vissuto intensamente, ho amato e sono stato amato, ho viaggiato molto, e, frequentando uomini e donne d'ogni razza, posso dire d'avere più d'ogni altro un'esperienza assai estesa del mondo. Ma io vengo da un paese freddo, dove l'ingenuità è degli uomini oltre che dei fanciulli, e perciò ancora oggi soffro di una ingenuità quasi infantile. La mia prima giovinezza trascorse tutta tra severe regole, nell'isolamento assoluto di un vecchio e tetro castello lituano. La solitudine di quegli anni influisce ancora su molti lati del mio carattere. In ogni caso io sono incapace di mentire, così come sono incapace di nascondere i palpiti del mio cuore; e quando il mio cuore parla, sono incapace di tacere. Mi promettete almeno, Silvina, di ascoltarmi con benevolenza, e di giudicare poi non tanto le mie parole, quanto le mie intenzioni? Sì, Silvina, soggiunse con un tono di voce più bassa, ciò che io sto per dirvi è molto grave. Tutto dipende da voi...

Silvina, senza distrarsi dallo studio accurato della persona del principe, lo ascoltava con un vago senso di noia. Ma a quel mutamento di voce, che egli fece improvvisamente, ebbe un breve palpito di paura e domandò: