— È di Silvio che volete parlare?
Il principe scosse il capo negando e sorrise con malinconia.
— No, Silvina, soggiunse, io non debbo darvi nessuna grave notizia di Silvio. Spero che Silvio non corra nessun pericolo, ma non senza dolore vedo ora come voi lo amiate. Forse sarebbe più prudente per me che io rinunciassi senz'altro a parlarvi... Forse commetto una pazzia, giuoco disperatamente la mia felicità. Ma come potrei ora andarmene, senza sembrare ai vostri occhi il più ridicolo degli uomini? Ascoltatemi, dunque, e siate buona con me. Dovete sapere, Silvina, che da quella sera, in cui vi vidi per la prima volta all'Alhambra, la vostra immagine non mi ha più abbandonato. Considerate fino a che punto la nostra felicità sia alla mercè del caso! Chi può non credere alla fatalità? Mille volte, incontrando una donna non mai veduta prima in nessun luogo, ho esclamato: — È lei, è lei quella che ho sempre sognato d'amare! La sola che potrebbe rendermi felice! Ma, dopo averla ammirata per tutta una sera, dopo aver costruito progetti su progetti, fantasticando di tutto il mio avvenire, quella donna, com'era apparsa improvvisamente sul mio cammino, così improvvisamente scompariva, e per quanto cercassi, non riuscivo più a rintracciarla. Sempre, sempre, tutte sono scomparse, come se il destino, dopo avermele spinte incontro per tentarmi con la loro presenza, poi subito se le riprendesse, riportandole via, lontano da me, per modo che io non potessi mai più rivederle. Debbo dirvi, Silvina, che ho temuto anche per voi la stessa sorte? Quando interrogai Silvio ed egli mi disse: — È mia moglie... — sentii che la sua gelosia avrebbe provveduto a tenermi lontano da voi forse anche più di quanto non avesse fatto il destino per tutte le altre; e rassegnato rinunciai ad ogni mia speranza. Ma, ieri sera, incontrandovi inaspettatamente una seconda volta, pensai (debbo confessarlo, Silvina?), che io avevo disperato del destino forse nel momento stesso in cui era pronto a soccorrermi...
Il principe parlava con voce uguale, commossa. Silvina pensava: — Come è lungo! E per quanto non tradisse alcun pensiero, era impaziente e curiosa di giungere alla conclusione.
— Mi ascoltate, Silvina? domandò il principe ad un tratto.
Ella accennò di sì, e il principe continuò:
— Da principio credetti di essermi ingannato. Come potevate essere voi, proprio voi, in quella casa? Quelle ragazze mi chiamano lo zio Stanislao, perchè io le tratto con confidenza, come un vecchio amico. Ma non giudicatemi male, Silvina. Io sono un uomo debole, ma non un libertino. Cerco di sfuggire allo spleen unendomi a qualche allegra compagnia, senza per questo abbandonarmi al vizio. Del resto ognuno prende un'ora di spensierato oblio, un attimo di piacere, là dove li trova. Da questo lato la casa di madama Humbert è migliore di tante altre. Ma voi? Eppure, passato il primo momento di dubbio, ebbi la certezza di non avervi confusa con nessun'altra donna. No. Eravate voi, proprio voi, seduta in quella poltrona rossa, in compagnia di Odette e di Manon, di Mimì, di Soave. E Silvio? Ammalato. E voi? Sola. Lo credete? Rimasi così profondamente turbato da questo incontro che quando Odette volle trascinarmi nell'altra stanza perchè l'accompagnassi al piano, non ebbi la forza di rifiutarmi. Così, mentre non avrei mai più voluto allontanarmi da voi, fui costretto a rimanervi tutta la sera lontano. Ma quali sofferenze, dopo! Una voce interna mi diceva: — Meglio così, Stanislao, meglio averla sfuggita! E un'altra voce diceva: — Vile, vile! Odette ha potuto separarti da lei ancora una volta. Tu perderai anche questa, e poi incolperai il destino di non averti aiutato. Vergognati, Stanislao! E allora io riconobbi in questa seconda voce la vera voce del mio cuore, la voce dell'anima mia...
Giunto a questo punto critico del suo discorso, egli si arrestò impaurito dal pensiero che oramai non era più possibile divagare ancora. Levando per un attimo gli occhi su Silvina, la vide, rannuvolata, posare su di lui uno sguardo freddo ed ironico. Il suo silenzio e la sua immobilità lo spaventarono, ma pensò che gli era ormai impossibile indietreggiare. Allora, come uno che, dopo essersi tenuto per lungo tempo con inauditi sforzi in equilibrio sull'orlo di un precipizio, d'un tratto disperatamente si abbandona, il principe chiuse gli occhi e disse:
— Per aver ubbidito a quella voce, Silvina, io mi trovo ora qui, dinnanzi a voi. Credete che non veda come la mia situazione sia piena di pericoli, nello stesso tempo dolorosa e ridicola? Ebbene, ora vi domando: — Silvina, siete veramente la moglie di Silvio? Siete almeno la sua fidanzata? E se non siete nè moglie nè fidanzata, è vero che amate Silvio teneramente? E se neppure lo amate con passione, lo amate almeno per capriccio? E se questo capriccio fosse finito, permettereste ad un altr'uomo di occupare un posto nel vostro cuore? Pensate, Silvina, pensate quanto questa vita sia indegna di voi! (e con un gesto egli abbracciò la miseria di quella stanza). La vostra bellezza esige ben altra cornice. Voi potete avere tutto ciò che desiderate da un uomo che vi adora...
Pronunciando con forza queste parole, il principe Stanislao cadde in ginocchio ai piedi di Silvina. Ma prima che egli avesse toccato terra, Silvina s'era alzata, e saettava sulla sua testa prona i fulmini di uno sdegno che le riempiva gli occhi di lampi. Egli udì la sua voce sarcastica che diceva: