— Ricordati, gli disse, scandendo una per una le sillabe, che senza tutta questa gente nuova non sarei ancora qui a sopportare le tue stupide inquisizioni. Nuove o vecchie, io sono libera di scegliere le mie amicizie, di ricevere i fiori che m'offrono, e di portare i vestiti, le pellicce, i cappelli che mi piacciono, e di fare e disfare il mondo intero a modo mio... Ed ora vattene, perchè sono annoiata di te.

A viso alto, sdegnata, ella si avviò verso il cassettone. Silvio in gran fretta, come se le parole di Silvina avessero suscitato in lui una viva collera, s'infilò il soprabito ed uscì.

Rimasta sola Silvina indossò il migliore dei suoi vestiti, e tranquillamente incominciò a pettinarsi. Da qualche giorno portava i capelli annodati alti sul capo, con solo due brevi riccioli che le ricadevano sulle tempie. Quella pettinatura le allungava graziosamente il viso e la faceva più alta di tutta la persona. Poi si incipriò le mani, le braccia, il collo, le gote; si tinse di nero gli occhi, di rosso le labbra e si contemplò soddisfatta. In quel medesimo istante alcuni colpi affrettati risonarono contro l'uscio e Soave entrò correndo.

— Silvina, disse concitata, non ne possiamo più! Tutta la notte non ha fatto che piangere, che smaniare. Credo che impazzirà, se tu non vieni a calmarlo...

— Ma non lo sapete dunque, gridò Silvina, non lo sapete che Silvio è tornato?

— Lo sappiamo, lo sappiamo, rispose Soave, e per questo appunto si dispera così.

— E perchè si dispera? domandò Silvina. Non sapeva anche lui che quando fosse ritornato Silvio tutto doveva finire tra noi?

Furono bussati altri colpi contro l'uscio, ed entrò correndo Odette:

— Per carità! disse ansando, non indugiate un minuto di più! Lo abbiamo ripreso per miracolo a metà delle scale. Veniva qui correndo come un indemoniato, e ora in quattro non riusciamo a tenerlo disteso sul letto.

— Silvina! supplicò Soave, giungendo le mani.