— Ah! Silvina, gemette il principe, se lui non fosse mai ritornato, voi sareste stata sempre mia, non m'avreste trattato così. Fino a ieri siete stata buona con me, amorevole, piena di promesse. Mi diceste, proprio ieri, prima di lasciarmi: — Se sarete degno di me, sarò vostra per sempre!
— Ma oggi, disse solennemente Silvina, così come vi vedo, mi sembrate mille volte indegno di qualunque donna.
— Silvina, Silvina, gemette il principe, come siete crudele! Perchè indegno? Chi mi ha ridotto così? Basta una vostra parola, perchè io ritorni quello stesso di ieri.
Silvina non parlò.
— Una piccola elemosina di speranza, supplicò il principe. Che io possa almeno vedervi, parlarvi, adorarvi in silenzio, e attendere umilmente che il destino vi riconduca a me...
— Se voi foste savio! esclamò Silvina. Ma insensato a questo modo?
— Savio, savio! balbettò il principe illuminandosi d'un sorriso. E in furia si alzò, cercò di ricomporre i suoi abiti disordinati, si precipitò allo specchio, vide la sua testa pelata, cercò affannosamente la parrucca sopra e sotto il letto, se la calzò con destrezza dalla nuca alla fronte, riannodò la cravatta, e così, in sembianze più umane, si rivolse a Silvina e attese in silenzio una parola di perdono. Silvina lo guardò dalla testa ai piedi e disse:
— Così, Stanislao, potete sperare qualche cosa da me, e non piangendo come un bambino....
Egli le si avvicinò timido, le prese la punta di una mano e gliela baciò.
— Grazie, disse con un sospiro, voi mi ridate la vita.