Sterpoli mi guardò e disse:

— Siamo arrivati troppo tardi. Ha già finito di ballare...

Un'orchestrina cominciò a miagolare una polka, il velario si schiuse e comparvero tra fischi e urli due fakiri indiani. La platea tumultuò. Giovani o vecchi: una strana umanità imberbe o canuta si agitava in quello spazio angusto. Alcune donne, in abiti rossi e gialli, con bizzarri pennacchini e grandi ventagli di piume, se ne andavano intorno precedute da sorrisi incantevoli e da sguardi striscianti come bisce. Incendi. Ed io pensavo per quale miracolo quelle donne potessero avere carni così bianche, e occhi così lustri, e bocche così rosse e attraenti; essere tanto angeliche e tanto peccaminose; e per quale miracolo di continenza gli uomini si accontentassero di guardarle senza strappare violentemente dai loro corpi quei pochi abiti rossi e gialli che ancora le ricoprivano. — Le belle incendiarie! — pensavo io stupefatto. E quelle donne mi sorridevano senza guardarmi, e senza toccarmi mi accarezzavano.

Salimmo una scaletta a chiocciola ed entrammo in una piccola stanza azzurra. Clauss stava seduto sopra un divano. C'erano altri quattro con lui.

— Ti conduco un nuovo discepolo! — gridò Sterpoli sbatacchiando la porta dietro le mie spalle e inchinandosi fino a terra.

Clauss mi guardò.

— Sei tu? — disse senza muoversi e senza sorridere. — Avanti! C'è posto per tutti.

Mi avvicinai ed egli mi baciò. Poi ordinò che portassero bottiglie e bicchieri.

IV.

Noi, dunque, bevemmo, e Sterpoli per brindare urlò: — Questa sera voglio ridere!