Disse Gibello, lo garzo' reale: —Dolce mia madre, non aver paura ch'i'ho con meco gente imperiale, che da tre re vi terrebon sicura. Questa giustizia non è ragionale, e proverollo colla mia armatura. A Genitrisse lo re sconfiggemmo, si che voi ben, madonna, francheremmo.—

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La novella si spande per la corte come Gibello era figliuol del rene. Tutta la gente se n'allegra forte, e 'l suo fratel gran feste sí ne féne. Lo re condanna la regina a morte, ched ella ne fosse arsa in fuoco e in pene. Armato fu Gibel, quando lo 'ntese, colla sua gente lo palazio prese.

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E lo fratello ne fe' gran sollazzo, disse:—Io non vo' che la reina s'arda!— Imantanente montò in sul palazzo con quella gente ch'egli ha in sua guarda. E ciascun de' baron, se non fu pazzo, e' giovani ubidir niente tarda; e lo re Tarsian mena gran duolo, ch'a tal bisogno si ritruova solo.

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Veggendosi cosí 'l re abbandonato da' suoi baroni, gran dolor n'avía. Allor Gibello, savio ed insegnato, co' molta gente al padre se ne gía. Davanti a lui e' si fu inginocchiato, umilemente parlava e dicía: —Padre mio, a ragion or m'intendete come dritta giustizia mi facete.—

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E 'l padre rispondea con gran dolore: —Di' ciò che vuoi, ched io l'ascolteròe.— Allor Gibello rispuose e parlòne: —A onor di Dio i' si vel conteròe: come non fu 'mpossibile al Signore di fare Adamo, primo uom che formòe, cosí non gli è 'mpossibile di fare duo figliuol' in un'ora in generare.—

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