E, come piacque alla fata gentile, che gli avíe tolto la forza e la lena, il porco cominciò a diventar vile, perché del sangue avíe vòto la vena, e Gismirante giá non gli era umíle, dandogli per lo fianco e per la schena, tanto che 'l porco cade in terra morto, onde a sparallo fue presto ed accorto.
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E' non poté isparar sí pianamente, che non uscisse la lepre gioiosa, e none istette di correre niente insin ch'andò nella selva nascosa. Dicea Gismirante:—Omè dolente, or ho io fatto nulla d'ogni cosa! O gentil donna, che mi suo' atare, a questo punto non mi abandonare.—
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E l'aguiglia ch'egli avíe pasciuta, com'io vi dissi nell'altro cantare, subitamente a lui fu venuta onde la lepre non poté campare; e, come negli artigli l'ha prenduta, a Gismirante l'ebe a presentare. Disse:—Il servigio non si perde mai tu mi pascesti, e or merito n'arai.—
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Po' si partí, e Gismirante spara la lepre come savio, pro', e dotto, dicendo:—Tu mi gosti tanto cara, ch'i' non vo' che mi sfughi il passerotto, e parte che face la ragion chiara, per la bocca gli uscí l'uccel di botto. —Oimè lasso!—disse Gismirante— che 'l mio sapere non vale un bisante.—
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La lepre gittò via il cavaliere, vedendo il passerotto volar via, e sí dicea:—Omè no' m'è mestiere pensar di riaverlo in vita mia.— Ed eccoti venir quello sparviere, che quel baron da' pruni isciolto avea, e prese il passerotto vivo e sano, a Gismirante sí lo mise in mano,
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