E la Chiesa facendo sue tante di codeste forme, accogliendo, in occidente, il latino come lingua sacra, molto aveva salvato del sapere e del pensiero antico nelle opere dei Padri, della tradizione grammaticale e letteraria nelle scuole unite alle parrocchie, alle cattedrali e nei seminari. Nelle biblioteche benedettine dove, come narra Benvenuto da Imola, qualche volta cresceva l'erba, s'eran distrutti, è vero, col raschiarli, non pochi codici antichi; ma spesso anche aveva brillato nelle veglie di qualche pallido monaco curvo sui libri una lampada che, come quella del pensatore, secondo la bella espressione di Gian Paolo Richter «avrebbe rischiarato il mondo.»

Il papato fin da quando mettendosi dalla parte del popolo respinse da noi il moto bizantino degli Iconoclasti, aveva concorso a salvare l'avvenire delle arti. E nella tradizione ecclesiastica del diritto canonico, nelle immunità vescovili strappate agl'imperatori, e da cui in più luoghi avean cominciate le franchigie delle città, molti germi di coltura e di consuetudini più umane in età così violente s'eran potuti preservare. Anche fuori del breve giro delle sette arti, da cui di rado osava uscire il sapere medievale, una parte delle dottrine naturali e matematiche coltivate dai Greci s'era con le scienze occulte trasmessa a noi dagli Arabi. Siciliani, se non altro, di nascita erano un traduttore della Materia medica di Dioscoride vissuto nel decimo secolo, e nella prima metà del duodecimo sotto Ruggero il Normanno l'ammiraglio Eugenio interprete dell'Ottica di Tolomeo. Era compilato in Sicilia per ordine del Re Normanno, e, come crede l'Amari, da uomini forse la più parte italiani, il celebre libro di geografia detto il libro di Ruggero e attribuito ad Edrisi. E accanto a questi studi che poi doveano giovar tanto ai primi viaggiatori e navigatori d'Italia, un altro ne era sempre sopravvissuto per tradizione tutta nostra, quello del Diritto romano, ultimo splendore dell'occaso italico, come lo chiama il Carducci, e che sembra ritardare resistendo in faccia ai Goti l'oscurità barbarica, sembra interromperla balenando nella legislazione dei Longobardi. A Roma nella scuola imperiale d'arti e di giurisprudenza, a Pavia nella scuola regia longobarda, a Ravenna nell'interpretazione dei libri di Giustiniano, poi a Bologna da Pepone ad Irnerio, il diritto teneva vivo tra noi quanto di più alto ci era rimasto della romanità spenta, per poi uscir dalle scuole e mescolarsi alle contese tra la Chiesa e l'Impero e prestare all'una e all'altro armi di cui poi dovean valersi, venendo su tra quelle contese, i nostri comuni.

Ma intanto, se non comuni, città in parte almeno indipendenti erano cominciate a sorgere qua e là anche innanzi e dopo l'entrare del secolo undecimo; prime le marinare: Genova a riparo dei monti, Venezia fatta sicura dalle lagune e ben presto signora dell'Istria e della Dalmazia, Pisa, coi suoi navigli, uniti poi a quelli di Genova, in caccia dei Saraceni; nel mezzogiorno Gaeta e Amalfi, che già nel secolo X fioriva di commerci, e Salerno insigne per la sua scuola, che già aveva medici di grido prima del mille.

In codeste forme di reggimento politico, mezzo tra il feudale e il popolare, non s'era ancora però potuta comporre una società nuova, una società vera. Quando essa, quasi a un tempo, cominciò a venir su in più parti d'Italia, e prima nelle città lombarde coll'incremento del comune, più tardi ordinato sotto i consoli, dal confondersi e contemperarsi del sangue e delle forze delle classi soggette, dei vassalli inferiori, de' borghesi, degli artigiani con la vecchia nobiltà feudale, e ne scoppiò un fermento, un rigoglio nuovo di vita popolare nascente, contro al cui urto doveva poi rompersi a Legnano la furia dell'Imperatore, allora, o signori, in quelle origini della forma di società civile che fu nostra e fatta dal genio nativo del nostro popolo, vediamo concorrere tutte insieme a produrla e più a farla poi fiorire di arti e di alta coltura quelle che sono state, che saranno sempre le prime condizioni di qualsiasi grandezza umana nelle cose morali e sociali: non la indipendenza e la libertà politica sole, che non bastano, ma sopratutto il forte consentire delle volontà individuali in un grande intento comune, il loro eroico obliarsi in qualche grande idea impersonale, tale da oltrepassare la vita e i suoi interessi e i suoi piaceri, e farla gettar via, al bisogno, con gioia per ciò che vale più di lei.

Questo era il lievito da cui fermentò, penetrata tutta di una grande idealità di pensiero e d'arte, la coltura dei comuni italiani. Sorti fra le lotte di due grandi potestà, che parlavano e combattevano così l'una come l'altra in nome di un'idea, essi paiono, in quest'ultimo tratto del deserto medievale, avviarsi esploratori di una civiltà nuova con l'occhio volto a due grandi miraggi storici: a quello dell'Impero, come di tutto un passato di signoria sui popoli da restaurare qui da noi; a quello della Chiesa teocratica, quale l'aveva pensata e riformata un nostro, Ildebrando, come di una grande dittatura delle menti e degli animi, di una romanità restaurata nel campo della coscienza. Miraggi, se si vuole, l'uno e l'altro che per secoli sviarono la storia italiana da quel cammino sicuro dell'unità e della concentrazione nazionale per cui già nel secolo undecimo s'eran messi altri popoli d'Europa. Ma quante grandi contemplazioni di pensiero geniale, quante visioni di arte ispirata fruttarono codesti miraggi da sant'Anselmo d'Aosta a Tommaso d'Aquino, dal cantico al sole di Francesco d'Assisi, dall'Itinerarium di san Bonaventura, alla Monarchia, al Convito e al Paradiso di Dante! Anzi non peraltro io credo che l'Italia, sebbene la sua lingua sia stata scritta tanto più tardi delle altre lingue romanze, le abbia precedute nella maturità precoce della sua letteratura, se non perchè qui da noi sotto questo suolo pieno di così grandi memorie non mai spente, campo delle maggiori lotte morali e storiche di quel tempo, covava, lasciatemi dir così, una maggiore semenza fecondatrice d'ideali ispiratori del pensiero e dell'animo umano. La riforma dei chiostri, che precede ed inizia l'opera di Ildebrando e la contesa per le investiture; — poichè solo nella solitudine e nel raccoglimento l'uomo si è sempre apparecchiato ad agire potentemente sugli altri; — questa riforma muove da Cluny onde esce anche Gregorio VII; ma l'impulso più potente viene dall'Italia, da grandi solitari come san Romualdo, san Giovan Gualberto, da pensatori eloquenti come Lanfranco e san Pier Damiano. Uno dei centri più importanti di tal moto di riforma fu, nella seconda metà del secolo XI, la nostra Firenze; dove il rogo di Pietro Igneo precedeva nel 1068 il nascere della Repubblica, allo stesso modo che, dice il Villari, doveva nel 1498 precederne la morte il rogo di Girolamo Savonarola. E allora e anche più tardi dopo che col suo svolgersi in forme più larghe la storia dei comuni e dei popoli d'Italia trae più della sua materia dagli interessi economici, sociali e politici dal laicato, il motivo ideale delle sue iniziative più grandi resta per un pezzo in un ordine di pensieri che accenna al di là e al disopra della vita. N'è prova la pittura che è tutta, si può dire, fino al cinquecento un'epopea sacra figurata; n'è prova quella mirabile fioritura di monumenti ecclesiastici, primavera dell'arte di cui l'Italia si cuopre tutta nei secoli duodecimo e decimoterzo, mentre le prime ispirazioni alla letteratura appena nascente vengono dalla pietà e dal sentimento mistico e si esprimono in cantici e laudi, in leggende e vite di santi. Certo quell'impeto di fede armata che trascinò gran parte d'Europa nelle Crociate investì appena l'Italia. I nostri comuni ebbero da quelle imprese più che altro occasioni a guadagni e commerci nuovi, a viaggi avventurosi fecondi di contatti intellettuali con l'Oriente. Ma s'ingannerebbe chi argomentasse da ciò che quella intensità d'eroismo religioso non abbia tramandato anche da lontano molto del suo calore ne' cuori italiani. Quanto se ne siano accese le fantasie lo mostra la parte, minore certo che in altre letterature, ma pur sempre notevole che ebbero nella nostra, specie ne' racconti, le avventure dei Crociati. E il sentimento popolare che li accompagnò veleggianti verso il glorioso acquisto dovette vibrare anche fra noi intenso, se tanti secoli dopo potè fare quasi da corpo della risonanza all'eco profonda che la Gerusalemme del Tasso ha destato in tutta la nazione.

L'idea religiosa cristiana era, adunque, in quel sorgere della nostra coltura, e rimase poi fino a Dante, sino a che questa tocca, si può dire, con lui quasi la sua maturità, il vero motivo dominatore del pensiero e dell'ingegno del nostro popolo e degli uomini che più ne rendono in sè il tipo; l'idea cristiana, non però côlta e sentita soltanto, come pur fu nei fervori del gran moto francescano e dell'arte primitiva, in tutta la sua ingenuità, nuda e quasi paurosa di forme e molto meno nella rigidità ascetica, nell'immensità cupa del fanatismo dommatico mistico dei suoi seguaci di altre nazionalità, dei precursori tedeschi e inglesi della Riforma.

Anche avuto pur sempre riguardo alla ricchezza di forme e di elementi ideali con cui la varietà d'indole delle stirpi d'Italia, dalle lombarde alle meridionali, si riflette nella storia della nostra coltura, una cosa è certa: che la nota caratteristica tradizionale delle manifestazioni durevoli del genio italiano è un'alta serenità d'equilibrio tra il sentimento, il pensiero e l'immaginativa, tra il moto caloroso della ispirazione e la compostezza della forma; è in somma quasi un abito ereditario di forte disciplina, impresso in noi da Roma, e che ci fa cercar sempre nell'idea, nella forma, nelle linee, nella parola un senso come di misura e di riposo monumentale e d'intima armonia di tutta l'anima umana con sè stessa e con la natura, una decenza come di chi medita, parla e scrive in cospetto di tutti e ha bisogno di sentir ripercossa la verità e l'efficacia dell'opera sua in un intento comune, in un forte consenso sociale.

Questa doveva essere l'impronta del pensiero e dell'arte del cinquecento tornato alle fonti e agli ideali classici. Ma la corrente dell'immaginare e del sentire che lo penetra tutto, deriva dal fondo della vena nativa dell'intelletto italiano, quale si mostra sin dal suo primo sgorgare nel trecento e prima e risale altissima nella Divina Commedia.

Essa è già tutta, nonostante le deviazioni che possono imprimerle gli eccessi di qualche asceta mistico e le fantasie apocalittiche di qualche visionario come Giovacchino di Fiore o Giovanni da Parma, nell'atteggiamento di forte disciplina e di larga comprensione organica che la Scolastica dà per opera, in grandissima parte, d'ingegni italiani o sorti in Italia, alle idee religiose e alla teologia del Medio Evo da Anselmo d'Aosta a Tommaso d'Aquino.

I quali esprimono, il primo, quello che oggi si direbbe il programma della Scolastica nel suo libro Cur Deus homo? il secondo, la sintesi di essa e di tutta la filosofia medievale nella Summa theologica, e segnano, l'uno, l'aprirsi, l'altro il culminare della curva immensa tracciata dal pensiero speculativo dei Dottori della Chiesa a circoscrivere entro i limiti del credo di lei tutto il mondo della coscienza, della società e della storia.