Tra i termini storici segnati da codesti due grandi nomi italiani tra la seconda metà del secolo XI e quella del XIII stanno la giovinezza e la maturità della Scolastica. Nel primo periodo storico quell'accordo tra il contenuto del Cristianesimo e la forma nazionale che essa cerca di soprapporgli per trarne fuori un sistema d'idee ordinato e ben definito, comincia nel credo ut intelligam, (io credo per comprendere) di sant'Anselmo, e muove dalla sua celebre dimostrazione dell'esistenza di Dio e dall'interpretazione filosofica che egli dà del dogma della Trinità e di quello dell'Incarnazione. Nel secondo periodo, che comincia col secolo XIII e con Alessandro d'Hales e Alberto Magno, maestro di san Tomaso, il sistema della Scolastica si svolge intero in una sintesi immensa (Summa), la quale comprende tutti i possibili punti di contatto che l'arte dialettica ormai adulta ha saputo trovare e fissare tra il domma e la ragione che cerca di compenetrarlo di sè, senza però, si badi, alterarne di un atomo i dati e i presupposti fondamentali.

Al di là dell'unico centro, se posso dir così, d'equilibrio tra il peso di codesti dati del domma, che prevarrebbe da sè, e quello della ragione che vuole invece preponderare lei — centro che il sistema di san Tommaso ha saputo trovare secondo i criterii de' suoi tempi e su cui, come su taglio sottilissimo di squisita bilancia da saggiatore, egli riuscì a far gravitare una mole d'idee che stupisce — non sarà poi possibile al pensiero medievale spostarsi di un punto di più senza che codesto equilibrio sapiente si alteri, il dissidio tra il domma e la ragione filosofica, fatta sempre più esigente, diventi inconciliabile e la fede sia rimandata nel proprio campo, e il pensiero laico già nascente seguiti da sè senza tutela il suo cammino verso il Rinascimento.

E notate. Questo spirito intimo di critica e di libertà d'esame del contenuto del domma, che poi sul finire della Scolastica (nella seconda metà del secolo XIV) cresce ed attira a sè quanto di forza viva delle menti si va ormai ritirando da lei, s'era già mostrato in germe ne' filosofi che l'avevano iniziata, specie nel primo e in uno dei più arditi tra tutti, in Scoto Erigena, che per uno strano caso pare abbia avuto comune la razza e la patria (l'Irlanda) con Giovanni Duns Scoto, col grande avversario dei Tomisti, dalle cui dottrine comincia poi la dissoluzione finale della Scolastica.

Vissuto nel IX secolo dopo la grande restaurazione delle scuole medievali fatta da Carlomagno, e educato in quelle irlandesi che allora serbarono maggiori elementi di cultura e ne fecero parte anche a noi, l'Erigena aveva ne' suoi cinque libri De Divisione naturae concepito la creazione, al modo degli Alessandrini e sulle orme del falso Dionigi Areopagita, come una grande scala di emanazioni digradanti dall'alto dell'unità primitiva e divina, che tutto accoglie in sè, giù giù per classi di esseri sempre men generali ed estesi, dagli universali dei generi superiori esistenti in sè, alle specie, poi agli individui e alle proprietà loro; in quello stesso ordine in cui nella nostra mente, lungo la scala dell'astrazione, le idee più generali e più semplici precedono le particolari e complesse.

Così s'era accennata e spuntava proprio alla radice del sistema della Scolastica per poi aduggiarlo tutto di una vegetazione di dispute senza fine, quella dei Realisti e dei Nominalisti. Essa doveva prendere occasione da un celebre passo dell'Introduzione di Porfirio alla Logica d'Aristotele, tradotto da Boezio, ove è detto «di non voler affermar nulla de' generi e delle specie, della differenza, della proprietà, degli accidenti, se siano o no sostanze, o esistano solo nelle menti, se siano o no cose corporee, e se siano separate dagli oggetti sensibili o invece non separabili da questi.» A tale questione avevano già accennato l'Erigena e i primi scolastici, ma essa sorse poi e crebbe sempre più per un intimo bisogno che il pensiero umano ha sentito in tutti i tempi di proiettare al di fuori di sè l'ombra di sè stesso e dei suoi processi mentali, dandole quasi corpo e solidità nelle cose e sostituendo ad esse le idee, le astrazioni. È in fondo la stessa concezione idealistica della natura che faceva dire a Benedetto Spinoza «l'ordine delle idee va di pari passo con l'ordine delle cose.» Essa è stata in ogni tempo, anche in tempi prossimi a noi, in filosofia l'analogo di quello che nelle religioni dei popoli primitivi e fanciulli è l'animazione della natura, embrione rozzo dello spiritismo. Essa fa di Scoto Erigena uno dei più arditi precursori dei grandi panteisti moderni tedeschi, degli Schelling, degli Hegel.

Ma non tutti i realisti trasportavano l'ordine e il processo delle idee astratte nella realtà dando loro natura di sostanze e di essenze, preesistenti o almeno superiori per grado o per gerarchia di potenza causale alle cose particolari e concrete. Così pensavano i realisti estremi platoneggianti, che poi scrissero sulla loro bandiera: universalia ante rem.

Ma i realisti temperati — scusatemi, signori e signore, se io vi debbo portare ancora per qualche momento con me traverso il prunaio di questa terminologia, non più noiosa però nè più vana di certe terminologie delle infinite parti parlamentari d'oggi — i realisti temperati professavano la dottrina aristotelica che le idee universali (essere, sostanza, causa, ecc.) hanno bensì come tali esistenza reale, ma solo, diremmo, incorporata negli individui e combattevano sotto questa parola d'ordine: gli universali sono nelle cose: universalia in re. La dottrina nominalistica sosteneva invece non darsi esistenza reale che degli individui; le specie e i generi essere non altro che forme comuni astratte di concepire e di designare collo stesso vocabolo i punti e le proprietà simili di più oggetti individuali date a noi dall'esperienza e dall'osservazione: essere, in altre parole, concetti e nome di classi. E secondo che alcuni tra i nominalisti si riferivano alla esistenza del concetto astratto delle somiglianze nella nostra mente, si dissero concettuali (dottrina a cui si avvicinò Abelardo); e secondo che non ammettevano altro di comune tra le cose raccolte in classi generali che il nome, si chiamarono nominalisti veri e propri. Gli uni e gli altri ebbero per grido di battaglia: universalia post rem; gli universali sono dopo le cose.

Se non che questa controversia famosa, che è come il nodo primo di tutte le altre infinite delle scuole medievali, non scende nel campo aperto di queste e non vi porta con sè schiere di dialettici, armeggianti l'una contro l'altra a colpi di sillogismo e qualche volta anche di pugnale, se non assai più tardi, alla metà del secolo XI. Allora Roscellino, un bretone, il Maestro d'Abelardo, l'avversario di sant'Anselmo d'Aosta, espresse a voce dottrine che contro il suo volere lo fecero designare dalla Chiesa e condannare come capo di una setta di nominalisti. Anselmo col patos eloquente dei grandi dottori cristiani, lo chiama eretico della dialettica, e vedremo perchè. Guglielmo di Champeaux, suo discepolo, nato nel 1070, morto nel 1121, vescovo di Chalons sur Marne, amico del gran Bernardo da Chiaravalle, contrappose a quella di Roscellino una dottrina realistica che faceva contenuta tutta l'essenza comune del genere in ogni individuo. Il quale non veniva così per lui a distinguersi dagli altri che per mere varietà accidentali; in modo che — gli opponeva Abelardo — una stessa sostanza presente tutta in individui diversi avrebbe perciò attributi repugnanti fra loro. La stessa cosa, la stessa sostanza verrebbe allora a trovarsi presente nel tempo stesso in luoghi diversi. «Se tutto l'essere dell'uomo esiste in Socrate, non esisterà in chi non è Socrate. Ma, siccome esiste anche in Platone, così ne seguirebbe che Platone sarebbe Socrate, e che Socrate si troverebbe in un solo e medesimo momento anche là dove è Platone.» Se — giudicatene voi, o signore, — se Abelardo non avesse avuto per innamorare Eloisa ragioni e discorsi un po' più attraenti di questi, c'è da credere che egli non sarebbe riuscito a farla sua. Perchè, è vero, anche il cuore ha pure a momenti la sua logica, ma è di quelle con cui la filosofia e qualche volta anche, pur troppo! il buon senso non hanno proprio nulla da fare.

Sottigliezze dunque che ci fanno sorridere e pure chiudono in sè in germe dottrine che anche oggi dividono pensatori acutissimi e positivi. Per esempio, la opinione sostenuta dallo Stuart Mill nella sua classica Logica che le idee universali e persino i principii supremi della nostra mente siano ottenuti solo per associazione e per astrazione di elementi simili raccolti poi e fissati nel concetto soggettivo, designato o, come dicono i logici inglesi, connotato nel vocabolo, nel termine generale, è un vero e proprio nominalismo. Ma tornando agli scolastici, il sorriso ci cessa sulle labbra subito, e se si pensa quanta serietà, quanta importanza aveva per quelle menti e quelle anime dominate da una fede potente, l'intimo motivo teologico e religioso che era travestito sotto le strane forme di quei problemi. È che tutta quella vegetazione apparentemente così vana di fronde dialettiche poteva celare, celava spesso un verme velenoso per le anime. L'eresia vi strisciava dentro. Nelle varie forme di soluzioni di una questione, che poteva parere delle più innocenti, si aprivano vie diverse che potevan riuscire a interpretazioni non ortodosse dei misteri del Cristianesimo, tra gli altri di quelli dell'Eucarestia e della Trinità. Codeste interpretazioni avevano avuto quasi tutte i loro antecedenti nelle sette combattute dai Padri della Chiesa. Ma poichè si ripetevano e in forme nuove secondo i tempi, i Dottori proseguivano l'opera dei Padri, confermavano e fissavano con nuove determinazioni razionali il senso del domma per sottrarlo alle fluttuazioni pericolose delle opinioni individuali. E questa parte, sostenuta più in ispecie dai grandi scolastici italiani, da sant'Anselmo a san Tommaso contro gli eretici della dialettica, è più che due terzi forse della grande opera storica, disciplinatrice delle menti, compiuta dalla scolastica.

Ne abbiamo un esempio a proposito del nominalismo di Roscellino, nella fiera polemica sostenuta contro di lui da sant'Anselmo d'Aosta. Una conseguenza del nominalismo, per cui solo gli individui esistono nella realtà, era che le tre persone della Trinità dovessero esser pensate come tre sostanze individuali e quindi come tre dei, tre eterni, diceva Roscellino. Anselmo sosteneva la realtà eterna e l'unità sostanziale dell'essere divino e diceva: «Chi non comprende come più uomini siano nella unità della loro specie un uomo solo, come potrà capire in che modo nel mistero della natura divina più persone, ciascuna delle quali è Dio, siano un Dio solo? E chi ha mente così oscurata da non discernere che il proprio cavallo non è il color suo, come potrà arrivare a distinguere l'essere unico di Dio dalla pluralità di relazione tra le persone divine?» L'ironia qui, come vedete, tocca quasi la satira.