La preoccupazione assidua, insistente, l'idea fissa della tradizione scolastica medievale era dunque, o signori, questa: serbare intatto nell'artificioso tessuto di argomentazioni, a cui collaboravano migliaia d'intelletti fatti più acuti dal raccoglimento forzato della vita claustrale, l'ordito su cui quella tela sottile e pericolosa doveva esser condotta, dato dalla fede che era il sostegno delle coscienze e di tutto l'edifizio sociale e civile dei tempi. E le difficoltà e i rischi di cotesto geloso lavoro di forma razionale su una materia già data e intangibile, erano centuplicati dall'intrecciarsi che facevano con quell'ordito di dommi fila maestre di tutt'altra materia. Poichè accanto all'autorità della fede e dei libri santi ce ne era un'altra, che faceva essa pure da testo, quella della tradizione dei filosofi antichi e specie di Aristotele. Era un'autorità già di per sè stessa repugnante almeno in gran parte all'altra, resa poi per di più incerta, oscura, disputabile da quel pochissimo che nell'occidente d'Europa durante la prima parte del medio evo era restato vivo degli scritti dei filosofi antichi. Di Platone non era sopravvissuta che una parte del Timeo nella traduzione di Calcidio, e i lineamenti veri delle sue dottrine trasparivano appena agli occhi degli studiosi di sotto alle ombre e ai ritocchi che vi avevan fatto i neoplatonici e sant'Agostino. Degli scritti logici di Aristotele non furon conosciuti fin quasi alla metà del XII secolo che le Categorie e l'Interpretazione tradotte da Boezio. I libri degli Analitici e la Topica furon diffusi a poco a poco in occidente dal 1128 in poi, quelli della Metafisica, della Fisica e dell'Etica ci furono fatti conoscere prima dagli Arabi e dagli Ebrei, poi il testo ne fu portato da Costantinopoli, e se ne fece una traduzione latina che però non fu per lungo tempo apprezzata più delle altre condotte sui testi arabi. Solo dopo che è venuto a poco a poco in contatto più largo con la forma della grande tradizione filosofica antica, alla cui efficacia, sebbene modificata profondamente dal Cristianesimo, la cultura medievale non riesce a sottrarsi, l'organismo della Scolastica si spiega tutto in un sistema di dottrine che abbracciano ogni parte della filosofia e Alberto Magno e san Tommaso scrivono le loro Summæ.

La Scolastica vien su così a un tempo col crescere e coll'allargarsi di quel primo moto di coltura comune a gran parte d'Europa destato nel nono secolo dalla dominazione mezzo feudale e teocratica di Carlo Magno. E anche dopo che le forze dell'Impero si accentrano in mano ai Tedeschi, resta per un pezzo viva in quelli che erano stati i maggiori focolari di codesta coltura, nei paesi di stirpe anglo-sassone e franca. Solo più tardi si estende maggiormente fra i popoli latini e germanici, e così prima come poi non esce dalle mani del clero. Guardata tutta insieme, essa è la più grande collaborazione intellettuale che forse abbia mai avuto la storia, e nasce dal bisogno, sentito allora da tutta la società medievale, di raziocinare il domma, di comporlo a dottrina, in una forma in cui la mente comune a quella società avesse potuto adagiarsi tutta d'accordo con le condizioni sociali e morali de' tempi, con tutti i suoi abiti tradizionali di pensiero e di sentimento.

Mai forse un codice di legislazione più stretta e più inflessibile nei suoi principii fu accettato da menti umane, e in tempi più repugnanti da ogni legislazione ne' costumi e nella vita; tempi in cui se l'individualità vera del lavoro e della produzione intellettuale non si può dire ancora apparsa, come nota il Burckhardt, in quella forma che poi prende ne' tempi moderni, era però in pieno rigoglio di vita un'altra individualità, la barbarica, ribelle a ogni altro freno così del pensare come del sentire che essa stessa non avesse provato il bisogno d'imporsi da sè. Ora un tal freno in età, così propensa com'era quella alla fede, non poteva esser dato se non da un grande sistema d'idee religiose assolute, inflessibili, ferree, in cui la mente di lei, come in una pesante cotta di maglia, che noi non potremmo nè anche più alzare, si moveva spedita e ne prendeva anzi nell'opera una dirittura rigida e quasi ferrata, un impeto come di braccio che, appunto perchè tutto coperto di acciaio, ripiombi più pesante. Il chiudersi in una autorità creduta infallibile era così proprio a quelle menti, che persino i ribelli alla Chiesa, gli eretici, gli scolastici dissenzienti, e non furono pochi, rinnegavano un'autorità in nome di un'altra. Tra gli scolastici i primi in specie, meno stretti alle parole e alle decisioni della Chiesa, che non quelli del periodo successivo e dell'ultimo, si appellano pure quasi tutti all'autorità de' Padri e la mettono a pari con quella delle scritture, anche là dove i maggiori tra i Padri esercitavano gli uni contro gli altri una grande libertà d'esame.

Chi comprenda bene in tutto il suo valore storico la grande egemonia che la Chiesa romana esercitò su tutta la società medievale, specie dopo la riforma dei chiostri e il trionfo del potere teocratico contro l'Impero, comprenderà come e perchè il moto delle dottrine scolastiche abbia finito con l'essere astratto in ogni sua parte nell'orbita dell'unità del pensiero e della tradizione della Chiesa. Essa rappresentava nel processo storico della sua formazione la necessità fatale del convergere di tutte le forze e di tutti gli ideali del Cristianesimo a un'unità organica di tipo vitale, da cui il bisogno del conservarsi, intimo alle istituzioni come ai corpi, doveva spingerlo a non deviar mai. E perciò la Chiesa con l'autorità immensa che le veniva da un istinto, dirò così, di altissimo buon senso religioso, aveva nel suo primo svolgimento storico escluse da sè o contenute per mano dei Padri le forze eccentriche che avrebbero portato l'organismo della fede al di fuori del tipo storico più atto a farla vivere. E così ora con l'autorità dei Dottori recide da sè le eresie, le sette che contraddicono a codesto tipo, e sopra tutto contiene, tra le forze più vive che esso chiude in sè, quello che vien più dalla sua radice e che lo alimenta più, ma che anche potrebbe farlo più deviare. È la forza della libera ispirazione del sentimento mistico individuale, intima alla primitiva coscienza cristiana e dominante nelle prime comunità apostoliche, continuata poi sempre lungo tutto il medio evo per una via sua, accanto e sotto la rigida unità della tradizione ecclesiastica, come corrente sottomarina che poi sboccherà fuori irresistibile nella Riforma.

Ora anche questa grande forza, che nelle sette medievali — ve ne ha discorso il mio amico Felice Tocco — devia dal tipo storico centrale della tradizione della Chiesa, ci apparisce invece disciplinata sotto la forte unità della Scolastica in quella delle sue due principali direzioni che è stata chiamata mistica, appunto perchè in essa valse come impulso e come guida unica al vero e alla salute, non, come nell'altra, il pensiero metodico, raziocinante, ma il sentimento ascetico, l'ispirazione, il rapimento dell'estasi, l'impeto dell'assorbimento, e, come dicevano, della morte in Dio.

È la direzione tracciata in tutto il secolo duodecimo alle menti avide di spiritualità e a cui i grandi pensieri, i pensieri migliori venivano, direbbe Chamfort, dal cuore, nella scuola di san Bernardo di Chiaravalle (1091-1153), del grande avversario di Abelardo, e da Ugo e da Riccardo di San Vittore. Per san Bernardo la maggior beatitudine umana è nel misterioso ascendere dell'anima verso il cielo, nel suo rimpatriare da questo carcere del corpo nella pura regione degli spiriti, nell'abbandonarsi e perdersi in Dio. Solo per questa via, egli pensava, nella quale però l'anima non entra se non per dono della Grazia, ci si può immergere fino alle profondità più inesplorate del vero ed esser rapiti al di fuori di noi.

Ugo da San Vittore diceva: la incorrotta verità delle cose non potersi trovare per via di ragionamento. E per lui e per Riccardo si distinguono tre forme di attività della cognizione: la cogitazione, rispondente all'immaginare, e che ha per termine le cose sensibili, la meditazione e il discorso della mente che passa di concetto in concetto, e la contemplazione che senza moto d'idee coglie in sè l'oggetto della mente in modo immediato. La contemplazione ha più gradi e nel più alto di tutti, ch'è sopra la ragione ed è quanto all'intensità un'alenatio mentis, lo spirito s'incontra faccia faccia cogli arcani che oltrepassano ogni nostra potenza conoscitiva e col massimo tra questi, col mistero della Trinità. Ricordate, o signori, la fine stupenda del paradiso di Dante, quando egli è sul punto d'immergersi nel mistero della visione di Dio, e

«all'alta fantasia qui mancò possa?»

E non molto prima il poeta aveva veduto tra gli spiriti, accolti intorno a quello di Tommaso d'Aquino, anche «la luce» di Bonaventura da Bagnorea (1221-1274), del grande mistico francescano, che nella storia della Scolastica fa parte di questa famiglia di spiriti serafici, di sublimi visionari della filosofia, e nel Soliloquio, che è un dialogo dell'uomo con l'anima sua, va dietro ad Ugo, nell'Itinerario della mente in Dio segue le orme di Riccardo di San Vittore e nelle meditazioni mistiche sulla vita di Cristo rammenta san Bernardo di Chiaravalle.

San Bonaventura si serbò per altro con temperanza e con equilibrio grande di mente scevro dagli eccessi più pericolosi del misticismo. Sebbene, come tutti gli scolastici del suo tempo, abbia subito l'efficacia dell'aristotelismo, contrappose però ad Aristotele Platone, la cui dottrina gli parve più conciliabile con quella della Chiesa; professò come ideale della vita altamente cristiana, la povertà e la renunzia ascetica, ma non ne fece obbligo a tutti, bastando pei più il primo grado della virtù che sta nell'osservanza dei precetti della religione. Così egli espresse anche nell'indirizzo delle sue dottrine quel sano intuito del giusto mezzo serbato dal moto francescano fra le follie ascetiche di altre riforme predicate nel medio evo e dopo, e le astuzie e i compromessi pratici in cui poi andarono a sviarsi nel loro troppo intimo contatto con la vita e la politica altri ordini religiosi sorti a difesa della Chiesa nella grande restaurazione cattolica nel secolo XVI. Il moto francescano, che meritò dal Machiavelli, lodatore non sospetto, l'elogio di aver salvata la Chiesa caduta un'altra volta abbasso nel secolo XIII, riuscì in tutto il suo complesso, se non guardiamo agli eccessi tanto meno evitabili nelle cose umane quanto più esse hanno dell'eroico, opera di alto senno e di pensiero civile nella vita morale del clero e del popolo italiano d'allora; fu per certi rispetti un metodismo italiano, ma con questo di più dell'inglese: con l'impulso, coll'ispirazione potente che esso diede alla spiritualità della letteratura e dell'arte nostra. Ernesto Renan ha dimostrato come le profezie e le aberrazioni mistiche apocalittiche dell'Evangelo eterno siano nate nel secolo XIII, ed abbiano preso alimento anche dopo solo dalla parte più esaltata dell'ordine francescano, che dopo la morte del fondatore interpretò a modo suo il pensiero ispiratore delle riforme di lui. E del resto, anche fatta la loro parte a tutti gli eccessi dei mistici francescani, basterebbero a farceli dimenticare e quasi benedire le pure idealità dei dipinti di Giotto in Assisi e la prosa dei Fioretti e il canto del Paradiso, ove Dante esalta san Francesco, sposo della povertà. Di questa vena di sentimento mistico, che sgorga dal fondo primitivo della coscienza cristiana, sono in tutto il medio evo e poi derivazione e continuazione tanti libri ascetici, il cui modello più squisito resterà sempre il libro dell'Imitazione di Cristo; libri cercati ormai da pochi, ma destinati però ad aver sempre lettori, perchè rispondono ad uno stato dell'anima umana, che, a leggerli, fa loro quasi da sfondo; come, o signori, alla dolcezza indefinibile di certe Madonne e di certi santi del Perugino e di Raffaello e di Leonardo fanno da sfondo quelle cerulee lontananze di paesaggi umbri, appena appena ondulati, corse da fili d'acque chiare, seminate di betule sottilissime e ove si sente che a certi giorni anche a chi non ama la vita deve parere un sollievo il passarla a meditare. Sono di quelle vedute delle quali Enrico Federigo Amiel, uno scettico della stessa famiglia di quei mistici medievali, nel suo ammirabile Journal intime diceva così bene: «Questo paesaggio è uno stato dell'anima.»