Io vi confesso, o signori, che ho provato sempre un'intima simpatia per queste grandi anime mistiche piene di visioni, per questi ammalati di Dio. Oggi molti incontrandoli nella storia, li guardano con compassione perchè, dicono, hanno del malato, non spirano in sè forza. Di questa parola si abusa oggi quasi più che non si sia abusato sempre della cosa che essa significa. Io ho paura che noi ora per un eccesso di reazione ai languori del romanticismo, rischiamo un po' troppo di prendere per unico tipo di forza l'Ercole Farnese; di scambiare la viva, la ricca energia del carattere con l'aridità del cuore e del sentimento; ho paura che dimentichiamo nei nostri ideali d'educazione troppo positiva come il voler chiudere tutto l'uomo in certe nostre formule date, non riesca ne' più de' casi che ad immiserirlo, e che anche da giovanetti visionari, pieni d'idealità, quali erano Aurelio Agostino e il Dante della Vita Nuova, son venuti su uomini di vigore indomabile, tanto più atti a trasfonder sè stessi negli altri, quanto più accoglievano nell'animo una potenza più ricca, più varia e feconda di elementi umani. Il secolo XVII non vide caratteri più virili e più forti di quelli degli asceti e dei mistici solitari di Porto Reale che, come nota il Renan, attingevano vigore e fermezza appunto in quel tetro concetto della fatalità della Grazia da cui erano dominati.

Ma, o signori, è anche vero che le grandi idealità del sentimento e l'intimità della ispirazione mistica non potrebbero avere una parte troppo larga nella coltura e nella vita di un popolo senza scemargli nerbo e sicurezza d'intuito del vero e della realtà. Gli eccessi e le utopie di riforma predicate dalle sette cristiane medievali avrebbero sovvertito l'ordine civile e la Chiesa, ed essa non terrebbe anche nella storia delle idee e della filosofia e della politica di quel tempo, cogli effetti di quella forte disciplina accentratrice che seppe portare nel regime delle menti, il luogo che certo le spetta, se l'ideale dei suoi santi e dei suoi filosofi, dei suoi uomini rappresentativi, come li chiamerebbe l'Emerson, fosse stato quel frate dei Fioretti che vive sempre rapito in contemplazioni, occupato sempre di sante inezie e che per vilificarsi si mette una volta per strada a girare sopra sè stesso tanto da cadere per terra preso dal capogiro. A queste follie sacre resiste sempre la parte sana delle tradizione ecclesiastica, che ispira tutta la filosofia medievale, e che come ha i suoi impulsi quasi sempre da Roma, così prende più che altro impronta da ingegni e da menti italiane. Al misticismo degli asceti e dei visionari che essa non respinge, ma contiene in giusti limiti, la Chiesa coi suoi maggiori rappresentanti in filosofia contrappone quello che ho già chiamato qui un alto buon senso religioso. Esso è la regola sottintesa da cui prende norma il temperato razionalismo (così lo chiamano parecchi storici della filosofia) professato con differenze non sostanziali dai due sommi scolastici italiani, da sant'Anselmo e da san Tommaso.

Il primo ammette che la fede preceda la ragione e determini coi suoi principii i punti, da cui alla ricerca del vero la mente umana non può deviare affidata solo alle proprie forze, ma concede molto anche a queste, e come nel suo famoso argomento ontologico sull'esistenza di Dio vuol dimostrare che la realtà d'un essere del quale non può pensarsi il maggiore, è implicita necessariamente nel concetto che ne ha ogni uomo, così nel suo scritto il Monologio si appoggia a sole prove di ragione per costruirvi sopra la dottrina teologica della Trinità e nell'altro libro Cur Deus homo? cerca di dar forma razionale a quella della Redenzione. In questo libro che è, dice Kuno Fischer, il programma della Scolastica, sant'Anselmo sostituisce all'antico e rozzo concetto, che anche alcuni Padri avevano della Redenzione, quasi di un riscatto delle anime umane ritolte da Dio al demonio, il concetto giuridico di una soddisfazione, che non poteva esser data alla giustizia divina se non dai meriti infiniti di Cristo, offertosi per ciò a morte in luogo dell'uomo, insufficiente per parte sua a riparare l'offesa infinita della colpa d'origine. È la dottrina che poi la Chiesa ha fatta sua[15].

Da sant'Anselmo d'Aosta, che anche prima di Abelardo applica la dialettica ai dommi fondamentali della fede, sino a Pier Lombardo, il maestro delle sentenze, autore della celebre Somma, rimasta per secoli nelle scuole come libro di testo per la teologia; da Alessandro di Hales ad Alberto Magno, che la fanno entrar tutta poco a poco, pure eccettuando sempre alcuni dommi, nella forma della dimostrazione metodica, e aprono e segnano così, specie il secondo, la via a san Tommaso; la Scolastica, in questa sua elaborazione più che secolare di tanto materiale d'idee su un disegno che esce a poco a poco dall'opera di molte menti, fa pensare a una di quelle grandi cattedrali del medio evo, lavoro di più generazioni d'operai e di capimastri e di artisti, condotto non col rigore di un disegno unico, ma con unità e continuità d'ispirazione e di fede comune, e che vien su lento sino a che sorge il grande architetto che lo corona e ne volta la cupola immensa. Agli archi più antichi, più aerei e, direi così, più ideali di questo grande duomo delle menti medievali, ove esse non potevano entrare a pensare se non dopo aver pregato, aveva fatto da céntina l'idealismo platonico. Più tardi, e più specie nella Somma di san Tommaso, alla curva gigantesca e massiccia di tutto il sistema della teologia voltato da lui, fa invece da céntina quello di Aristotele, interpretato dagli Arabi, e che con la sua concezione della natura, ascendente tutta di forma in forma verso l'atto puro, verso l'intelletto primo che tutto muove, si adatta più al senso della dottrina teistica della Chiesa, e in questo suo prestarsi a lei ne esce trasformato. E da vero la costruzione della Somma di san Tommaso per l'ampiezza, per l'eleganza delle linee nella distribuzione delle grandi masse d'idee che ha in sè, non meno che pel lavoro finissimo di ricamo intellettuale con cui ne sono trattate le parti, è una grande e mirabile opera d'arte. Concepita da un ingegno religiosissimo e vôlto per abito di disciplina potente più a confermare con la ragione e a comprendere ciò che allora si credeva che ad innovare, essa, per quanto ora non basti più al nostro pensiero, è uno tra i maggiori esempi del come tutto un mondo d'idee in cui si è mossa e ha respirato l'intelligenza di una società e di un'epoca intera, abbia potuto passare traverso una sola mente e imprimersene tutto e prenderne in ogni parte forma, ordine, misura, trasparenza razionale. Stupisce e spaventa l'acume con cui il santo, divenuto a un tratto di architetto grande quasi intarsiatore e miniatore d'idee, penetra nelle parti più profonde ed ardue del domma, — per esempio, nel concetto della Concezione Immacolata di Maria — e rasenta di un pelo il punto, oltre il quale si vede che mente d'uomo non potrà più seguirlo. E pure egli è così cauto, così equilibrato sempre! Le asperità di alcuni dei dommi più tremendi del Cristianesimo primitivo, tra gli altri di quello agostiniano della predestinazione, sono temperati da lui con la scorta del grande buon senso della tradizione ecclesiastica, che oramai, pur senz'aver l'aria di piegarsi, si adatta alle nuove esigenze dei tempi mutati. Il rigore del concetto indeterministico dell'assoluto arbitrio divino, a cui più tardi si spingeranno Duns Scoto e i Nominalisti, preparando così la fine della Scolastica, cede nella Somma al concetto più razionale del determinarsi del volere in armonia con l'intelletto divino all'atto del creare le cose. Nel vasto disegno del sistema la natura apparisce tutta, dice il Fischer, come un ordine di gradi che salgono verso l'ordine soprannaturale della Grazia compartita nei Sacramenti, e l'estro religioso del teologo tocca il colmo nel trattato sulla natura degli angeli, che a leggerlo fa venire le vertigini. Ma nelle altre parti della dottrina tomistica, e specialmente in quelle relative all'uomo e alla vita civile e politica, spicca una temperanza e un senso pratico, degno d'un uomo d'azione più che d'un teologo e di un frate.

È che, o signori, egli aveva in sè una vena di grande uomo d'azione e di fine conoscitore delle cose e della vita; ingegno che ebbe forse in sè per eredità qualche goccia di sangue normanno e tedesco, ma che sopratutto teneva dalla tempra fra latina e italo-greca delle menti meridionali la vivacità potente e l'ampiezza dell'immaginativa filosofica temperata da un intimo senso di misura e di intuito del vero umano. Ingegno, lasciatemelo dire un'altra volta, italiano nel più alto senso della parola, affine più che non paia a prima vista, a quello dell'Alighieri, di cui una delle qualità dominanti è il saper sempre tener fermo il piede nel vero anche quando sembra spingersi più alto con la fantasia, sapere all'ampiezza e alla profondità della concezione speculativa far rispondere sempre la determinatezza scultoria della visione poetica. Voi sapete quanto Dante, che si può chiamare il poeta della Scolastica, debba alle dottrine di san Tommaso; Dante che attinse ispirazioni e immagini da Boezio e nel concetto e nella distribuzione delle pene prese molto da Aristotele, ma la filosofia di Aristotele e gran parte della cosmologia e tutta la teologia del poema e massime il Paradiso concepì con la mente di san Tommaso, e quasi direi lucidò dal disegno della Somma.

E ora noi, o signori, giunti così a Dante, cioè alla seconda metà del secolo XIII, quando con l'opposizione di Duns Scoto e della sua scuola alle dottrine di san Tommaso s'inizia quel moto di scissura assoluta tra la ragione e la teologia dommatica, che poi farà morire la filosofia medievale, noi ora qui ci arrestiamo. Dante che, come nota bene Giosuè Carducci, osò nel Convito e anche nella Commedia trarre la filosofia dalle scuole religiose e introdurla nella vita civile, apre o almeno prenunzia, non fosse che con questa delle sue grandi iniziative, i tempi nuovi. E pure egli è ancora alle origini, è sull'alba della nostra letteratura, ma vi spunta come un sole che appena comparso la fa splendere più che se fosse un pieno meriggio.

Nella scolastica e nella teologia si accentrava tutta la scienza medievale dominata in ogni sua parte dall'idea religiosa. Qualche barlume di notizie e di cose e di fatti naturali apparisce pure qua e là a mano a mano che, per opera più che altro dei nostri viaggiatori, si comincia a diradare un po' l'ombra da cui era stata avvolta la scienza della natura in quell'alienarsi dell'intelletto umano dall'esperienza e dall'osservazione diretta dei fatti. Ma quanto fosse povero e misto d'errori e di favole puerili il contenuto delle cognizioni positive anche nel secolo XIII, basta a mostrarlo il Tesoro di Brunetto Latini, maestro di Dante, che attinse alle enciclopedie scientifiche più in onore a quei tempi, specie allo Speculum majus di Vincenzo di Beauvais, all'Image du monde di Gautier de Metz; basta a mostrarlo lo strano libro di Ristoro d'Arezzo sulla Composizione del Mondo. Ingegni larghi e comprensivi come quello di Alberto Magno, divinatori come quello di Rogero Bacone, poterono abbracciare tutta la scienza naturale del tempo, e il grande monaco inglese potè proclamare la necessità dell'esperimento in Fisica e accennare a scoperte fatte più secoli dopo. Ma la via per cui era ormai l'intelletto de' tempi loro era tutt'altra, e doveva esser percorsa tutta prima che alla grande voltata storica del Rinascimento apparisse già in cospetto l'età moderna.

E a ogni modo fatta pure una giusta parte a quello che le prime iniziative intellettuali dei nostri anche nelle scienze esatte — Leonardo Fibonacci è dei primi del duecento — possono avere anticipato delle scoperte e del sapere venuto poi, valore e importanza vera per la storia della nostra coltura filosofica non ha nel tempo a cui ho accennato se non solo quel tanto dell'opera della mente italiana che si spende nell'imprimere un forte indirizzo di accentramento e di disciplina tradizionale alla Scolastica. Lasciate che prima di finire io richiami ancora la vostra attenzione su questo fatto: lo spirito del popolo italiano novatore a un tempo e conservativo, come lo disse Giosuè Carducci, si mostra già con fisonomia tutta sua nel sorgere della nostra coltura anche per ciò, che l'Italia riceve, è vero, nei primi tempi della Scolastica impulsi e uomini da altri paesi, dall'Irlanda, dalla Francia, dalla Germania, ma più tardi e nel maggior fiorire di quella dà alla tradizione centrale ortodossa e alle cattedre di Parigi e agli arcivescovadi inglesi gl'ingegni più larghi e più sani, gli animi più retti che onorino la Chiesa e la storia. Fatto notevole che attesta il persistere e il prevalere tra noi della stirpe e della tradizione latina. Come nei primi svolgimenti delle scuole del diritto, come più tardi nelle dottrine politiche, così allora nelle religiose e filosofiche lo spirito italiano, pure osando molto, osò e innovò con senno moderatore, con un sano e largo e pratico intuito del vero e del reale; si attenne, affine anche in ciò allo spirito inglese, a quella tra le parti, l'una in contrasto di ideali con l'altra nella grande tradizione civile dei popoli, che è stata sempre sicura di aver per sè il consenso della parte più sana e più vera dell'animo umano. Le utopie settarie, pazze, trascendenti, che pure han luogo anche nella nostra storia ci vennero quasi tutte di fuori. Quelle che nacquero tra noi andaron per lo più a dare frutti lontano. Gli eretici e i visionari esaltati che hanno avuto seguito, sono stati, come Arnaldo da Brescia, o almeno furon creduti, come il Savonarola, riformatori politici. Di grandi ribelli gloriosi, avversi all'autorità falsa e tirannica e all'ignoranza, noi ne abbiamo avuti, se non più, non meno certo di altre nazioni; ma i più grandi, e, oso dire, i più nostri pel consenso della simpatia universale che provocarono nella coscienza nazionale, furono intelletti come Galileo, che ebbero di tutte le facoltà costituitive del genio la più alta forse di tutte: il sommo del buon senso.

E badate io non voglio dire che la potenza sublime dell'utopia, l'impeto delle grandi speculazioni, la idealità e la libertà ispirata della coscienza religiosa che rifà a sè stessa dal fondo la propria fede, non siano come la parte alata dell'ingegno di un popolo che lo leva alto là ove col pensiero si respira aria più pura: e che l'essere finora mancata troppo questa parte alla coscienza religiosa del nostro popolo sia stato un bene per noi. No, io dico solo che nella storia della Scolastica l'Italia porta di questo felice contemperarsi d'audacia innovatrice e di tendenza a conservare e a comprendere, propria al suo grande spirito, la parte migliore, più sana e più forte che prende persona in uomini come Anselmo d'Aosta, Tommaso d'Aquino e Dante.

In codesto tratto di storia corsa da noi, nulla mi par così notevole agli occhi di quella psicologia della mente d'Europa che si va oggi sempre più formando, come il veder già disegnarsi sotto la superficie uguale del pensiero scolastico, contenuto dall'autorità dell'ossequio alla Chiesa, tutte quelle che poi saranno le correnti più vive del pensiero moderno, e aver già in sè ciascuna il getto primo di quelle attitudini e abiti di mente nazionali e di razza che poi esse porteranno seco nella coltura comune d'Europa. La forma d'intelligenza che Amiel chiamava matematica e che egli dà ai Francesi, portati sempre ad applicare la logica delle astrazioni a priori alle cose e alla vita, è già tutta nel concettualismo razionalistico di Pietro Abelardo, egoista voluttuoso e freddo che fa di sè centro all'amore per Eloisa ed al mondo, che ragiona e sillogizza la passione e non le si sacrifica mai, e che rammenta a una certa aria di famiglia un Rousseau o un Saint Preux o uno Chateaubriand d'allora, come nella sua filosofia ha già i germi di quella del Cartesio. E quel Rogero Bacone, che ha nella sua cella accanto al breviario le storte e i fornelli dell'alchimista, che alterna le astrazioni di uno scolastico e i fervori di un mistico ispirato con le fini osservazioni analitiche pei fenomeni naturali, è già un precursore dei filosofi e dei naturalisti inglesi dei secoli XVII e XVIII, spiriti liberissimi e religiosi ad un tempo, potenti nell'indagine minuta, positiva dei fatti e inclinati a fantasie idealistiche. E ancora in quell'Eckhart tedesco della seconda metà del secolo XIII, seguace di Alberto Magno e domenicano anche lui, che modifica in senso mistico e quasi panteistico la dottrina del suo maestro sull'unità di spirito dell'anima umana con Dio, e si allontana, se non dalla lettera, dal senso della tradizione romana che lo condannò; in Eckhart senti già la prima parola dei riformatori protestanti, senti già i pietisti e balena il misticismo teosofico dello Schelling che s'ispirò anche da lui. E finalmente, o signori, non vi pare abbia, a un tempo, e del Don Giovanni e del Don Chisciotte della Scolastica quel Raimondo Lullo spagnuolo del secolo XIII, autore della fantastica Ars magna? Del quale si racconta che, giovane dissoluto, ardente negli amori, mentre inseguiva una sera la donna da lui più desiderata persino sotto gli archi solitari di un chiostro, ella, ad un tratto, s'era voltata e s'era scoperta parte del seno divorato da un cancro; e allora Lullo lasciando moglie, figli, ricchezze s'era fatto frate minore; anima fervida di cupo entusiasmo, intelletto geniale e fantastico di sognatore delirante, tra il mago e l'apostolo, che percorre l'Europa facendo nelle corti esperienze d'alchimia e predicando l'insegnamento delle lingue orientali per convertire gl'infedeli, e va più volte e persino vecchissimo in Terrasanta finchè non ottiene il martirio.