Di tanto moto di vita non resta ora nella Scolastica che una tradizione formale di dottrine quasi ossificata per decrepitezza, e che si ritira più e più in sè da ogni contatto col pensiero laico dei nostri tempi. La Chiesa però non solo tiene a questa tradizione ma la vuol viva nelle sue scuole e riattinta sopra tutto alle dottrine di san Tommaso, di cui una celebre enciclica di Leone XIII raccomandava lo studio come ritorno desiderabile della mente del clero ai principii della filosofia cristiana. E la sua parola sembra non sia caduta vana. I libri dei Padri e dei Dottori scolastici e più in particolare quelli della tradizione tomistica, seguita nella sostanza anche dai Gesuiti, non furono, mi si dice, da un pezzo mai così ricercati come ora dagli ecclesiastici, specie dagli stranieri. Nelle pubbliche vendite che se ne fanno a Roma gli enormi in folio polverosi di quelle edizioni vanno via a ruba comprati ad alti prezzi dalle università, dalle biblioteche dei seminari e delle chiese cattoliche di America, d'Irlanda e di Germania, che fanno a gara a provvedersene per gli studi dei chierici.
Ma è un vero risveglio di studi? A molti segni la risposta parrebbe non potere esser dubbia. L'alto clero romano non solo non compra più libri moderni ma lascia vender gli antichi; e ogni passo che fa oggi nell'insegnamento filosofico e teologico la tradizione centrale rappresentata da Roma, è un suo chiudersi sempre più in sè, è un alienarsi dal laicato e da ogni pur lontano sentore d'idee scientifiche moderne. Ieri appena uno scrittore, mi pare, della Civiltà Cattolica voleva trovare in san Tommaso persino la chimica. Se san Tommaso, che ai suoi tempi professò e spinse all'estremo la compenetrazione delle verità religiose con la ragione, e studiò e riferì con onestà scrupolosa, in tutta la loro forza, le obiezioni che allora si facevano alle dottrine ortodosse, se san Tommaso tornasse oggi al mondo, io credo che riconoscerebbe più di sè stesso e della sua filosofia, in Antonio Rosmini condannato da Roma, e che solo ai nostri tempi ha ravvivata la Scolastica, e nel liberale e colto clero di Lombardia suo seguace, che non ne' loro avversari.
Chi segua con attenzione i segni dei nostri tempi e delle condizioni morali d'Italia, da qualunque parte vengano, non può restare indifferente, o signori, a quelli che danno di sè la coltura e l'indirizzo intellettuale filosofico della Chiesa. Il problema se e come sia possibile in avvenire una trasformazione delle dottrine del cattolicismo romano d'accordo col pensiero e coi bisogni morali del laicato e delle classi più culte; questo problema c'è — chi può negarlo? — ed è dei più vitali ed importanti tra quelli che s'impongono alla nuova vita e alla coscienza del nostro paese. L'Italia laica, pensante vi porterà, lo spero, un giorno o l'altro per risolverlo, non apostasie che sarebbero anacronismi, contrarie a tutta la nostra tradizione e all'istinto del popolo, non mere negazioni infeconde, ma molto di quel sano buon senso pratico che ha pur la parte sua anche in materia di religione. Poichè, se è vero che le vie di quella fede alta, madre di forti caratteri e di larghe menti e di moralità operosa, di cui vive ogni popolo grande, non sono state punto chiuse dalla scienza — la quale respinge più indietro l'arcano delle cose ma non lo toglie — è anche vero che tra codeste vie la più dritta sarà sempre quella in cui l'uomo potrà entrare con tutto sè stesso: con in cuore gli impeti di un'anima credente nel bene e nell'ideale, ma anche con gli occhi volti alla buona scorta di un sapere largo, rigoroso, disinteressato.
LE ORIGINI DELL'ARTE NUOVA
DI
ENRICO PANZACCHI
Signore e Signori!
Io credo di non ingannarmi affermando che, quando da principio voi conosceste il concetto generale che doveva ispirare, regolare e contenere in una certa unità le Conferenze che si sarebbero tenute in questo luogo, la vostra mente volò subito al tema bello e attraentissimo che la Commissione Direttiva — pur troppo! — volle affidare a me ed alla mia povera parola, per la quale caldamente invoco tutta la indulgenza del vostro buon volere. — Ho detto che non credo d'ingannarmi perchè ho più volte fatto l'esperimento in me e in altri che quando si torna col pensiero a quei «primi albori» della vita italiana, dopo il lungo letargo del medio evo, con la nostra immaginazione ci pare subito di sentire come un soffio caldo e potente di rinnovamento artistico, ci pare di vedere una vasta rifioritura d'arte che da lontano ci rallegri coi suoi bellissimi colori. — Il rimanente di quel grandioso e complesso fatto storico che è il rinascimento italiano, o non lo pensiamo o lo penseremo poi, o lo vediamo come in una penombra e quasi nei piani inferiori del quadro. Gli storici coscienziosi e corretti intervengono e ci dicono: ma badate; voi commettete un grande errore di prospettiva storica! L'arte non è mai, per quanto importante essa sia, elemento primigenio e principalissimo nel sorgere di una civiltà. Tanto è vero che vi sono popoli i quali risorsero a nobile vita civile senza arte grande; o l'ebbero molto più tardi, come gli Inglesi e gli Spagnuoli, o l'ebbero in parca misura. — Tutto vero, o signore, quello che dicono gli storici; ma è altresì innegabile una legge dello spirito nostro per la quale noi siamo tratti a sintetizzare e quasi a simboleggiare tutta un'epoca per certi suoi caratteri dominanti. Quando pensiamo l'antica Roma, noi vediamo subito fasci consolari e lotte di patriziato e di plebe, vediamo legioni armate moventi alla conquista del mondo. — Invece quando pensiamo al risorgimento italico e massime Toscano dinanzi alla nostra fantasia si delineano subito delle magnifiche fabbriche marmoree sorgenti in luogo dei tristi manieri medioevali, vediamo per la città un popolo festante ed orgoglioso del canto dei suoi poeti e dei quadri dei suoi pittori; pensiamo a Dante Alighieri e a Guido Cavalcanti, a Niccolò Pisano e a Giotto di Bondone; pensiamo alla Cattedrale di Pisa ed a Santa Maria del Fiore. Insomma quest'epoca è sintetizzata nell'arte; la bandiera che precedette gli Italiani nel glorioso loro esodo fuori delle tenebre del medio evo è la bandiera dell'arte, e senza l'arte il rinascimento italico pare che noi non potremmo nè spiegarlo, nè immaginarlo.
E di questo argomento, o signore, io dovrò intrattenervi. Una voce autorevole ed amica mi ha detto che al mio discorso sono prescritti dei limiti che io non potrò varcare. Ha detto questa autorevole ed amica voce che muovendo dal medio evo dovrò fermarmi al dugento, al puro dugento. Quegli stessi avvenimenti i quali, pure avendo la loro origine cronologica in questo secolo, si svolsero caratteristicamente e si compierono nel secolo che vien dopo, sono rigorosamente banditi dal mio discorso.
Io starò a questo limite. Confesso che così la parte forse più attraente del mio tema viene ad essere resecata, ma si tratta di un principio ed io piego la fronte, consolandomi con la memoria di quel detto eroico: perano le colonie ma si salvino i grandi principii!