Il progresso umano è soltanto a questo patto.

LA FILOSOFIA E LA SCIENZA NEL PERIODO DELLE ORIGINI

DI
GIACOMO BARZELLOTTI

Signore e Signori.

Ernesto Renan in uno dei suoi Nuovi studi di storia religiosa dice: «Quella gran notte la quale si stende dalla rovina della civiltà antica al risplendere della civiltà moderna, non è, come molti se la sono figurata, un'ombra tutta uniforme, ma presenta a un occhio attento linee assai chiare, d'un disegno facile a scorgersi. La notte non dura realmente che fino al secolo undecimo. Allora ha luogo un rinascimento in filosofia, in poesia, in politica, in arte. Di questo rinascimento la parte prima, che spetta principalmente alla filosofia e a quel pochissimo di scienza che allora le era unita, può dirsi si accolga tutta nella Scolastica, nella filosofia del Cristianesimo e della Chiesa, che si estende anche in occidente per tutto là ove arriva la grande azione intellettuale e la fede della comunità religiosa guidata da Roma.»

Il momento storico che io debbo descrivervi e che va dall'entrare del secolo undecimo fino a Dante, è come l'albeggiare primo e incerto della coltura italiana che ne precorre il pieno giorno glorioso, già quasi al suo colmo sul finire del secolo decimoterzo. A guardarlo ora, nelle lontananze della storia della mente e dell'anima del nostro popolo, cotesto primo momento del suo risorgere rende immagine di quello che sono sotto il nostro bel cielo d'Italia, là in quella potente natura dei paesi meridionali, così fosca nelle sue tempeste, ma anche così mirabilmente precoce nei suoi risvegli di primavera, quelle mattinate quando a un alito fecondo di vita che la invade tutta, il sereno rompe dai monti e dalla marina e il sole appena spuntato fa già quasi sentire tutta la sua forza. È come una vittoria faticosa, contrastata ma rapida della stagione nuova sull'inverno che si dilegua, dopo una lotta tra il vento e le nubi dense, abbassate, sotto a cui l'aspetto del mare, mutabile, come un bel volto meridionale a ogni soffio della passione, cangia di momento in momento dal ceruleo fosco della tempesta all'azzurro chiaro scintillante di luce. Noi assistiamo dal lido a questa vittoria crescente del sereno e del sole che avventa fasci di strali luminosi e fende e respinge sempre più le grandi masse di nubi, sino a che tutta la curva del golfo di Napoli si apra all'occhio in piena luce tra la punta di Sorrento e quella di Posilippo.

A questo rasserenarsi della natura in un paese meridionale fa pensare, lo spettacolo che dà di sè lo spirito italiano risorgente dopo il mille appena un alito di libertà, d'ideali religiosi e civili e di nuove forze sociali vi spira dentro.

I due ultimi secoli declinanti verso il mille, specie il decimo, che fu detto a ragione un'età di ferro, avean veduto in Italia l'estremo della violenza corrotta e dell'abbiezione, cui aveva potuto trascorrere una feudalità come la nostra, mista degli elementi di tante invasioni soprappostisi gli uni agli altri, discorde in sè stessa, agitantesi in perfide gare di dominio tra, da un lato, gli ultimi fiacchi Carolingi, i Berengari, gli Ottoni e i primi imperatori ghibellini, tutti impotenti a contenerla, e dall'altra parte il Papato. Il quale, scaduto dal primo suo grande ufficio di tutore dei popoli e da quello che si era assunto sotto Carlo Magno di restaurare la dignità dell'Impero, era divenuto ormai poco più e anche meno di un feudo baronale di un dogato romano. Nella notte dei tempi delle Teodore e delle Marozie, l'Italia, minacciata al nord dagli Ungheri, corsa, occupata al mezzogiorno dai Saraceni, era scesa anche più basso nelle miserie civili che non quando alla deposizione di Carlo il Grosso una dieta di signori e di prelati aveva detto nessuna voce poter bastare ad esprimere ciò che il paese aveva sofferto.

E pure in codesto buio era rimasto ancora qualche barlume. Se gli studi classici greci e la conoscenza di quella lingua erano, si può dire, spariti dall'occidente d'Europa, un sentore della coltura antica e dello studio del latino classico s'era potuto però conservare nelle scuole dei grammatici non mai morte. Le enciclopedie di Cassiodoro, di Claudiano Mamerto, di Capella, d'Isidoro, di Beda l'avevano come fatta passare essicandola in rozzi estratti, che pur ne rendevano ancora, se non lo spirito, in parte però i materiali e le forme.