Bologna stessa finì col prendere parte alle grandi lotte del secolo; e questa fu non ultima causa che l'aiutò a salire. La contesa tra il Sacerdozio e l'Impero si è agitata appunto a Bologna nel campo scientifico, prima ancora di passare nuovamente in quello delle armi, per chiudersi con la vittoria di Legnano e con la pace di Costanza. Già sul principio del secolo XII la lotta scientifico-giuridica si combatteva a Bologna in nome del diritto romano da un lato, del diritto canonico dall'altro, invocati entrambi ed applicati a risolvere quistioni, che in sostanza avrebbero dovuto rimanere estranee all'uno e all'altro diritto. Un gruppo di legisperiti, capitanati da Irnerio, ha discusso nel 1118 a Roma sulla elezione del Papa e favorito lo scisma, che dovea protrarsi poi ancora per qualche anno. Nel 1158 troviamo i suoi discepoli, invitati da Federico Barbarossa, a Roncaglia. Si trattava di sapere quali fossero i diritti della corona, e di affermarli solennemente in confronto delle città italiane, che li avevano usurpati: quei giuristi si pronunciarono per l'imperatore in danno della patria; e n'ebbero taccia di traditori! È una taccia che han meritata, e che pesa sulla loro memoria; ma ci guarderemo dal credere che lo facessero per sentimento servile. Gli è che obbedivano al sistema: l'ambizione cosmopolita degli antichi Cesari era, si può dire, ricomparsa in quei grandi discepoli d'Irnerio! Dall'altro lato c'era Graziano, c'era il Bandinelli l'amico di S. Bernardo, l'austero abate, c'era tutta una folla di canonisti, che, forti della grazia divina e della autorità delle leggi ecclesiastiche, si fecero a combattere i civilisti, i quali finirono con l'avversare addirittura il diritto canonico. Sono note le parole irriverenti di Pietro Bellapertica, grande dispregiatore dei canonisti intorno alla metà del secolo XIII. Dal canto suo la Chiesa reagì, fino a bandire il diritto romano dalle scuole. Così la lotta tra il Sacerdozio e l'Impero si riproduceva nel dominio della giurisprudenza; ed io non so, ma dubito forte, che l'antagonismo abbia maturato conseguenze fatali. Certamente ne derivò un divorzio solenne tra l'idea del diritto e quella della religione; e gli uomini, non ben pagani nè ben cristiani, finirono coll'essere balzati fuori dal mondo morale. Intanto però la scuola s'era mischiata nelle dispute, e ciò bastò ad alzarla, se non altro per un momento, nella estimazione dei contemporanei. Per un momento gli sguardi dei migliori e sommi ingegni si fissarono su Bologna, la grande lottatrice.
Bologna però deve anche molto a sè stessa. Una nuova causa, e questa volta tutta intrinseca del suo splendore, sta nel rinnovato studio del diritto romano, e nel nuovo indirizzo, ch'esso venne acquistando per opera dei Bolognesi. Vorrei anzi dire che ne è la causa percipua; e non c'è dubbio che abbiamo a che fare con una vera rinnovazione. Certo, gli studi del diritto romano destavano nel secolo XI un grande interesse più ancora che nei secoli precedenti. Era infine un diritto, che, per effetto di circostanze diverse, tendeva ad assurgere alla dignità di una legge comune in Italia e fuori. E per il momento si trattava di una restaurazione pura e semplice, che s'imponeva in tutto e da per tutto, anche a scapito delle condizioni reali del paese. Le quali, certamente, non mancheranno poi di reagire; ma intanto dovevan piegare la testa. Il diritto romano trionfava; ed era il diritto romano puro; cioè il diritto quale era uscito dalla officina di Giustiniano, che, per una ragione o per l'altra, tendeva a imporsi alla nuova società uscita dalle crociate, non badando alle trasformazioni, che essa aveva subìto nel corso dei secoli. Specie gli imperatori favorivano cotesta risurrezione pei loro fini. Se vogliamo, era un indirizzo diametralmente opposto a quello che vedemmo dominare da ultimo nella scuola di Ravenna; e non vogliam dire che fosse migliore, ma ad ogni modo avea il merito di corrispondere alle esigenze del momento. Era naturale che la scuola, che lo seguiva, se ne avvantaggiasse, e facesse in breve oscurare i vanti di tutte le altre. E fu il caso con Bologna.
Quell'indirizzo poi comprendeva più cose. Certo, si deve a Bologna se il diritto romano rimase alla perfine separato dalla dialettica e dalla rettorica, due discipline con le quali era stato unito per lungo tempo, in tutto il medio evo. E questo è già un merito. Insieme si ritornò alla compilazione giustinianea, che si considerava come un diritto vivo, destinato ancora a reggere il mondo. L'epitome di Giuliano, e altri rimaneggiamenti del Codice e delle Istituzioni, a cui il medio evo più antico avea cercato la norma del vivere civile, dovettero cedere il posto ad uno studio più paziente e accurato e coscienzioso di tutte le parti del Corpus Juris. Anzi è stato uno studio fatto indipendentemente dalla vita, senza alcun contatto con essa; e ciò dette fin dalle prime un carattere tutto dottrinario e teorico all'attività della scuola. Il solo diritto vero, il solo che dovesse trovare applicazione, era, a' suoi occhi, il diritto romano; e tutti i suoi sforzi son diretti a questo scopo: studiare e illustrare il diritto romano nella sua purezza, quale l'avea foggiato l'imperatore Giustiniano. Nè importava che, nei secoli venuti dopo, le condizioni della civiltà si fossero mutate e rimutate più volte; e i bisogni e gli interessi e i rapporti fossero altri; e il diritto stesso avesse dovuto piegarsi più volte alle esigenze della vita: Irnerio e la sua scuola non conoscevano, non volevano, che il diritto romano, il puro diritto romano, tutto il diritto romano; e lungi dal piegarsi alle esigenze della pratica, che in sostanza erano le esigenze della vita, pretendevano anzi che la pratica e la vita avessero obbligo di adattarsi al diritto romano ed alla scuola. In questo senso aveva ragione l'autore della Cronaca Urspergense di dire: domnus Wernerius libros legum qui dudum neglecti fuerant, nec quisquam in eis studuerat.... renovavit.
Soltanto non vorrei asserire che siffatta tendenza fosse divisa da tutti. L'indirizzo della scuola era quello; ma si capisce che la pratica non potesse sempre acconciarvisi di buon grado, e a volte finisse col reagire. In realtà la pratica sbugiardò più volte le teorie della scuola. Ciò che più importa alla storia della giurisprudenza è il vedere, come in seno alla scuola stessa ci sia stato qualcuno che cercò di tener conto della equità e darle la preferenza sulla morta lettera della legge. Voglio alludere a Martino, che, per questo riguardo, ripiglia le tradizioni della scuola ravennate. E anche Piacentino, e Alberigo di Porta Ravegnana, e Pillio, seguono Martino; ma i più gli si mostrano avversi. La stessa glossa d'Accursio lo trasanda quasi affatto. Certamente i tempi non correvano favorevoli al suo indirizzo.
Del resto appunto quel ricorso alle fonti e la tendenza tutta dottrinaria della scuola han dato buoni frutti. Certamente la scienza ne guadagnò e ne guadagnò la scuola. La legge fu meglio approfondita, e anzi lo fu in modo, di cui da lungo si eran perdute le traccie. Ed era naturale! Non distratti da altro, con l'occhio tutto intento al testo, non vedendo che questo, non volendo saperne che di questo, non poteva non essere che i glossatori ne cogliessero gl'intimi segreti e ne indovinassero lo spirito; e si formasse in breve l'opinione, che chi volea studiare diritto non potesse studiarlo che a Bologna.
Una epistola di Pietro Blesense accenna già a ciò. Essa è diretta ad un chierico inglese, e veramente lo sconsiglia dallo studiare giurisprudenza, che era una cosa piuttosto ardua e difficile e pericolosa per la salute dell'anima, e lo sprona a darsi invece alla teologia; ma si capisce che, volendo studiare giurisprudenza, avrebbe dovuto recarsi a Bologna.
E mi si conceda anche un'altra citazione tolta da queste medesime lettere di Pietro Blesense, che mostra il vero fascino, che lo studio del diritto romano esercitava su le menti, cosa che forse farà inarcare le ciglia a più d'uno, e anche mostra la memoria gratissima, che lo scolaro, a quei tempi, conservava per l'alma mater, che prima lo aveva nudrito col latte della scienza. Pietro Blesense avea verso il 1160 studiato legge a Bologna e poi si era ridotto a Parigi a studiarvi teologia; ma anche in mezzo agli studî teologici, tornava volentieri agli antichi amori, e, scrivendone all'amico, non gli nasconde quanti amari sacrifici gli avesse costato il cambio. Ecco un brano della lettera: Vester vobisque devotissimus operam theologiæ Parisiis indulgeo, Bononiensis castra militiæ crebro suspirans, quæ vehementer amata citius et premature deserui. Più sotto passa a discorrere della legge; e dalle sue parole trapela nuovamente un vergine entusiasmo giovanile per questa legge laica, così attraente, così seducente, in confronto della severa legge teologica, a cui s'era dato. La legge romana lo aveva addirittura affascinato. D'altronde non s'era ancora tanto impelagato nello studio delle leggi divine, che non gli avanzasse un po' di tempo per darsi alla letteratura del Codice e del Digesto, e lo facea per mero suo sollazzo e non per uso. La lettera continua osservando il grave pericolo, che c'era pei chierici di studiar legge, tanto essa assorbiva tutto l'uomo, da lasciargli poco agio o voglia per le cose divine. — A me non resta che augurare agli studenti dei nostri giorni, che tutti i loro amori possano somigliare a codesti ardenti e casti dello scolaro bolognese del secolo XII.
Intanto Bologna, mercè il suo studio, si meritò presto il soprannome di dotta. Già il poeta, che cantò la guerra tra Milano e Como, la chiama così: docta Bononia. Col tempo poi la cosa diventò proverbiale, e il nome di Bologna finì con l'essere indissolubilmente unito a codesta sua speciale missione d'insegnare: Bononia docet.
Ed ora, vorrem dire che Bologna sia meno grande, perchè non spezzò il filo delle vecchie tradizioni, ma si riattaccò ad esse e ne fece suo pro'? Certamente lo studio di Bologna si riannoda al passato; ma insieme porta anch'esso il suo contributo alla storia: lo porta al pari di Roma e di Ravenna, al pari di Pavia, e s'afferma e s'impone e appare improvvisamente circonfuso di splendida luce, quale non si era vista per molti secoli, quale forse non si vedrà più. Chiaro è: come al banchetto della vita, così a quello della scienza, c'è posto per tutti — intendo gli uomini di buona volontà. Dopo tutto, è una cosa che conforta il vedere che la parola della scienza non va perduta, ma resta, anche in mezzo alle mille vicende e traversie e tristizie dei tempi. Simile alle stelle che nel mare Egeo sornuotavano a indicare dove stava sprofondata la lira di Saffo, anch'essa sornuota a tutto; e le nuove generazioni la raccolgono, e amorosamente la custodiscono, e aggiungendovi, o anche non aggiungendovi nulla del proprio, la trasmettono, vigili lampadofore, alle generazioni venture.
Signore e Signori!