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Nondimeno sta il fatto che la scuola di Bologna ecclissò in breve tutte le altre; e interessa di vedere quali cause possano aver conferito a portarla così presto a tanta altezza.
Alcune sono affatto estrinseche.
Certamente molto si deve alla positura della città. Perchè già nel Medio Evo Bologna era un gran centro del commercio mondiale. Situata nel mezzo di quattro provincie: la Lombardia, la Marca Veronese, la Romagna e la Tuscia, si capisce che dovea presto esercitare una grande attrazione per le industrie e i traffici d'ogni specie, e rendere la vita comoda e aggradevole. Certo, era una delle città più ricche e fiorenti, sicchè la chiamavano la grassa; e specie i giovani doveano trovarcisi bene. Anche il poeta anonimo, delle gesta di Federigo I, quando arriva a parlare degli scolari di Bologna, non manca di avvertire ciò. L'Imperatore li interroga: perchè preferiscano questa ad altre terre, e uno di essi risponde:
. . . . hanc terram colimus, rex magne, refertam
Rebus ad utendum multumque legentibus aptam.
La cronaca del prevosto Burcardo di Ursperg accenna anche alla influenza esercitata dalla contessa Matilde. Sarebbe stata essa che avrebbe spronato Irnerio ad insegnare. E non si trattava soltanto di ragioni scientifiche, che certo la contessa, per la sua coltura, avrebbe potuto comprendere e apprezzare meglio di altri; ma anche di ragioni pratiche. Nella sua grande devozione per Gregorio VII, essa certamente non potea veder di buon occhio i giuristi della scuola di Ravenna, che fino allora erano stati adoperati nei giudizi della Tuscia, dacchè Ravenna era diventata la sede e il centro della opposizione contro le tendenze papali. Molto meno le doveva piacere che i suoi sudditi fossero costretti di portarsi a Ravenna per studiarvi legge. Così si rivolse a Bologna, che nella lotta per le investiture aveva, a quanto pare, tenuto per il Papa, e vagheggiò l'idea che l'insegnamento cominciato da Pepone potesse venire continuato. Infine ciò che le premeva era di emanciparsi da Ravenna: soltanto ha sbagliato il conto.
Insieme giovò a Bologna la larga protezione che Federico Barbarossa accordò allo studio sin da' suoi primordi. Era di nuovo una protezione tutta politica, perchè l'Imperatore vi avea trovato un forte alleato. Correano tempi difficili per l'Impero; tempi di lotte gigantesche che minacciavano di travolgerne la sacra maestà romana. Da un lato la Chiesa che gli si voleva imporre col prestigio della grazia divina; dall'altro i Comuni lombardi, che ne aveano usurpato, uno dopo l'altro, i diritti, e pur rispettandone la maestà ideale, miravano a ridurla veramente ad una mera ombra o parvenza di potere. Eran momenti difficili; e l'Imperatore non poteva avere un migliore alleato che nella lettera del diritto romano, come l'avea inteso Giustiniano, e come, dopo tanti secoli, l'intendevano nuovamente i dottori di Bologna. Ora, io ci tengo a dichiararlo altamente: io odio la lettera morta, la lettera che vuole imporsi alla vita, e non corrisponde a nessuna realtà della vita; ma capisco come un imperatore del Medio Evo, che si vantava continuatore dell'antico Impero e chiedeva seriamente ch'esso non avesse cambiato mai nè d'autorità nè di forme, potesse appigliarsi alla lettera morta della legge, che gli dava ragione, senza curarsi della vita, che s'era tutta rinnovellata dattorno a lui, e che gli dava torto.
Bologna ottenne veramente un largo privilegio da Federigo, e un carme di quel tempo ce n'ha lasciata la descrizione, che può metter conto di riassumere: è una bella pagina di vita medievale.
Era la Pentecoste dell'anno 1155, e Federigo si trovava accampato presso Bologna, quando gli uscirono incontro i cittadini portandogli doni e distribuendo gran copia di cose ai soldati. Insieme con essi vennero anche i dottori e gli scolari, tutti ansiosi di vedere il Re Romano; numerosa turba, che dimorava a Bologna, affaticando dì e notte nelle varie arti. Il Re li accolse placidamente, e parlò con essi informandosi con benignità di molte cose. Domandò loro come fossero trattati in quella città, e perchè la preferissero ad altre; se i cittadini, come che fosse, li molestassero, e tenesser le promesse senza frode, e li avesser cari, ed osservassero le leggi dell'ospitalità? Un dottore rispose ordinatamente, mostrando quali fossero i costumi e la vita beata degli scolari. Noi, disse, o gran Re, abitiamo questa terra piena di tutte cose necessarie alla vita e molto adatta ai lettori. Affluisce qui da tutte le parti una turba desiderosa di apprendere; qui portiamo il nostro oro e argento, i pallî, le vesti, e prendiamo in affitto le case che ci convengono, nel mezzo della città. Comperiamo tutto a giusto prezzo, tranne l'acqua, che è d'uso comune. Diamo opera notte e giorno intensamente agli studi; e nel tempo, che passiamo qui, questa ci sembra dolce fatica. Confesso — seguita a dire il dottore — che i cittadini ci onorano in molte cose, salvo in una; perchè a volte ci molestano, costringendo questo o quello a pagare senza che abbia ricevuto nulla, e pegnorandolo per debiti non suoi. Imperocchè dopo aver prestato denaro ai nostri compaesani, lo ripetono da noi, che non ci siamo per nulla tenuti. E dunque ti domandiamo, o padre, di correggere questo perverso costume, e fare una legge, perchè i lettori qui possano esser sicuri. Allora il Re, consultati tutti i Principi, promulgò un editto a tutela dei lettori: che cioè nessuno debba quinci innanzi impedire coloro che si davano agli studi, e sia che stessero o partissero o tornassero; e non fossero costretti a pagare pei loro compaesani, se non vi erano per nulla tenuti. Insieme pregò i cittadini di onorare gli scolari, e serbare intatti i diritti della ospitalità senza frode; e dopo pochi giorni, risarcite le forze, mosse il campo per visitare le città della Tuscia.