E come poteva essere altrimenti, o signore? Guardiamo un poco. Il medio evo è pieno di terrori, di tristezze, di scoramenti. È inutile che io vada qui enumerando le cause storiche che danno alla psicologia dei popoli occidentali di quell'epoca questo carattere; ma è fuori di dubbio che l'arte per vivere, per fiorire ha bisogno di amore, di giocondità e di speranze. Bisogna guardare a questa vita con un certo fiducioso compiacimento perchè l'arte fiorisca. La negazione pessimista, sia essa mistica o atea, è un vento di deserto che impedisce all'opera d'arte di nascere, oppure, nata appena, la mortifica e la brucia.
E poi nel medio evo predomina troppo la fantasia del brutto. Il predominio del diavolo che è incarnazione di tutte le deformità e di tutte le bruttezze fisiche e morali, ha uno strano, un soverchio ascendente nella vita intellettuale e fantastica degli uomini e delle donne del medio evo. Il Diavolo è da per tutto. La vita è tutta una specie d'infestazione diabolica, è tutta un tessuto di tentazioni, di persecuzioni, d'insidie, di scherni, d'insudiciamenti diabolici. Sapete, o signore, quando il mondo cristiano cesserà di essere inestetico e quando si formerà una temperatura favorevole all'arte? Quando, secondo la leggenda narrata da Giorgio Vasari, il Diavolo comparirà in sogno ai pittori e si lamenterà con loro e dirà che è tempo di smettere, di farlo così brutto; e che egli non è poi tanto brutto come lo si dipinge!... Egli è, o signore, che l'epoca inestetica simboleggiata in questa leggenda comincia a passare, egli è che una grande redenzione artistica va facendosi nel mondo; e in quella redenzione anche il Diavolo sarà beneficamente coinvolto. E Belzebù, e Berlicche e tutta quella iconografia diabolica che infesta e domina il medio evo darà luogo a delle visioni meno tristi e meno deformi. Avremo in seguito la, ancora brutta, ma pur grandiosa concezione dantesca:
L'imperator del doloroso regno;
e poi ascendendo ancora arriveremo al Satana della Gerusalemme liberata:
Orrida maestà nel fero aspetto....
I suoi occhi splendono «come infausta cometa» ma anche quella delle comete è luce siderale. E ascendendo sempre arriveremo alla concezione di Giovanni Milton. Il brutto e ridicolo Diavolo delle tregende, lo sconcio Berlicche sconciamente baciato dalla strega nei sábbati, scomparirà a poco a poco dall'orizzonte dell'arte cristiana. Sottentrerà Lucifero, l'angelo peccatore, l'angelo caduto, ma che pure nella fronte fulminata serba, se non un raggio, almeno un vago riflesso della sua primitiva bellezza.
E altra causa, o signore, delle condizioni inestetiche del medio evo voi la dovete trovare nell'abbiettamento del corpo umano che il medio evo prescriveva. Dopo il Diavolo il grande nemico del medio evo, tenetelo bene a mente, è sempre il corpo umano; anzi il Diavolo stesso non avrebbe presa e dominio sopra di noi, se non l'acquistasse per mezzo del nostro corpo. Questo predicava con tutte le sue voci l'ascetismo medievale. Ora, o signore, io credo di non essere nè ingiusto, nè irriverente verso di lui. Ebbe anch'esso certamente il suo lato buono nel grande poema dell'umanità. Il corpo umano nelle civiltà pagane aveva troppo esultato, aveva troppo tripudiato, aveva troppo tiranneggiato col fascino delle sue forme; troppo aveva sacrilegamente abusati i misteri dell'amore e della morte.... Bisognava che gli fosse inflitta una lunga penitenza: questa penitenza gl'inflisse l'ascetismo cristiano; e fu forse giustizia. Ma voi dovete ancora comprendere che in un'epoca in cui questo corpo umano era considerato come il grande nemico, dove continuamente bisognava pensare a domarlo, a invigilarlo, a correggerlo e sopratutto a nasconderlo, l'arte si vedeva tolto un grandissimo elemento alle sue rappresentazioni. Quale differenza coi Greci! Essi invece avevano per la bellezza corporea una specie di culto, la consideravano come una benedizione degli Dei e quasi l'equiparavano alla virtù. I bei corpi ignudi lucenti di puro olio d'oliva e lottanti nelle palestre, erano degni di ammirazione, di premio, quasi di culto; e allora si capisce che Fidia e Cleomene cogliessero dal vivo quelle belle forme e le trasportassero nella giovinezza immortale del pario e del pentelico come una seconda apoteosi.
Questo, o signori, non poteva accadere nel medio evo, perchè avrebbe troppo avuto odore di peccato. — Anzi notate un fatto. Visitate certe chiese medievali: entrate per esempio nella bella chiesa di Santo Stefano a Bologna, esaminate la cattedrale di Ferrara, quella di Modena, parecchie chiese in Lombardia; in questa stessa Firenze recatevi in quelle chiese che meglio vi danno il carattere dell'epoca e osservate una curiosa progressione. Quando la scultura si ferma al puro mondo vegetale, voi la vedete, malgrado la rozzezza della tecnica, dare dei saggi di una non ispregevole abilità e anzi assurgere ogni tanto a forma di rara bellezza. Se dal campo dell'ornamentazione, per via di steli, foglie e fiori, passate in quello tolto dal regno animale, anche qui non di rado v'imbatterete in alcuni pregevoli risultati. Invece quando la scultura entra a cimentarsi con la figura umana, ecco che essa ricade in tutta la sua impotenza e il goffo e il brutto vi regnano sovrani. Alcuni crederanno di spiegare questo progresso negativo adducendo essere molto più facile all'artista ritrarre un elegante convolvolo vegetale o un serpente, un grifo, un leone che una figura umana. Ma la spiegazione è insufficiente. Quando l'arte ha potere di cogliere e ritrarre fedelmente le linee esteriori dei corpi, per quanto questi mutino, una certa abilità dovrà sempre dimostrarla. Nel caso nostro invece non abbiamo solo gradazione, ma salto a dirittura. La scultura non sembra più un'arte quando ritrae la forma dell'uomo e della donna. Perchè? Il perchè adeguato non si ritrova se non si pensa che l'artista medievale, o consapevole o per abito o per istinto, mettesse nel suo lavoro qualche cosa di quel disprezzo pauroso del corpo (contemptus corporis) che l'ascetismo predicava di continuo e prescriveva.
Stando le cose in questi termini, e tali essendo le condizioni dell'arte, si domanda: come potè la civiltà occidentale, e la civiltà italiana in ispecie, uscire da queste condizioni inestetiche e rifornire gli elementi di vita alle arti belle? Come potè la calda e luminosa concezione del bello rivivere negli intelletti e dagl'intelletti passare nelle mani ubbidiente?
Sulle rive della Brettagna raccontano che, al tempo dei tempi, il mare inghiottì una città. Quella città sprofondata nell'acqua era tutta morta? No. La leggenda continua che quando la calma del meriggio è profonda, quando è profondo il silenzio della notte, i pescatori sentono uscire di giù dall'acqua dei suoni di campane, come indizio che la vita non si è interamente spenta in quella città sepolta. È il caso della civiltà in Italia. «L'anima italiana» per dirla con Gébart, anche nel più fitto dell'età di mezzo, non cessò mai interamente di vivere nelle condizioni e nei caratteri che aveva impresso in lei la civiltà greco-latina.