La storia, o signore, non ci presenta solo un grande arringo in cui vengono a conflitto il Vero e il Falso, il Bene e il Male; è ancora un campo glorioso alle lotte del Bello e del Brutto; e certe razze hanno portato in queste lotte una predestinazione di glorie incomparabili.

La Grecia tiene il primo posto. Accettò i miti dell'Oriente, ma col suo potente genio estetico vi esercitò sopra una selezione di bellezza. Escluse più che potè il deforme; e i miti bestiali si tramutarono in Dei raggianti di giovinezza e di beltà. Anche quando non respinse l'orrido e il mostruoso gli diede forma artistica; quando ritenne qualche elemento bestiale seppe mitigarlo e innestarlo con grazia incomparabile. Esempi la Sirena e il Centauro.

L'«anima italiana» all'uscire del medio evo si mostrò non indegna sorella della greca; e questo avvenne perchè i germi e i ricordi dell'antica civiltà non furono mai in lei nè spenti nè oscurati del tutto.

Si potrebbe occupare una lunga conferenza, o signore, raccontando tanti particolari e tanti aneddoti della storia provante che di tanto in tanto il fantasma dell'antica bellezza ripullulava negli animi di quegli uomini accasciati dalla tristezza, dall'ascetismo e dalle grandi calamità della storia. Quel fantasma era considerato come il Nemico, era cacciato via come il Maligno; ma questo Nemico e questo Maligno avevano delle seduzioni irresistibili; e talvolta il povero monaco apriva la finestra dell'anima a questo seducente fantasma.

E si vide anche in alcune testimonianze di grandissimo significato.

Il genio latino, per quanto combattuto e devastato dalle influenze anti-estetiche medievali, riuscì a conservare belli certi tipi che sovrastavano alla sua vita ideale; e sopratutto il tipo del Cristo Redentore.

Non so se sia mai stata segnalata tutta la importanza che ha questo fatto nella storia morale ed estetica dell'Occidente cristiano. È certo che anche sulla faccia di Cristo, su questo tipo consolatore del genere umano, cercò di estendersi l'ombra fredda della bruttezza. Quando si stava per entrare nel medio evo ci fu grande dissidio nella Chiesa. I Padri Orientali e sopratutto quelli d'Africa sostenevano che Cristo era stato singolarmente brutto fra tutti gli uomini; e così argomentavano non senza una certa concezione audace e grandiosa, basandosi sopra certi testi biblici: che Gesù Cristo essendo venuto a redimere il genere umano avesse voluto pigliare sopra di sè tutte le colpe e tutte le miserie del vecchio Adamo, compresa la bruttezza corporea. Ma contro questa teoria insorse il genio italo-greco e l'istinto estetico della Chiesa latina. E la Chiesa latina fece trionfare invece il concetto che corporeamente nella figura di Cristo si erano accumulate tutte le perfezioni, basandosi anch'essa sopra un testo biblico: speciosus forma præ filiis hominum. E notate un altro fatto: la figura di Cristo storicamente non ci viene tramandata da nessuno; nè dagli Evangelisti, nè dagli Apostoli. Le pie donne che lo seguirono e lo confortarono, «Maddalena che amò, Maria che pianse» non ci hanno tramandate le sembianze di Cristo; e cominciarono nondimeno a correre e stabilirsi in mezzo alla Chiesa d'Occidente delle notizie precise sulle sembianze di lui: la statura elegante e maestosa, le mani lunghe e sottili, i capelli biondi, inanellati e spartiti al sommo della fronte, il volto ovale, gli occhi tagliati a mandorla, cerulei, pieni di dolcezza.... È ben questo il bel profeta che traeva le turbe, che consolava le donne, e che faceva sì che i pargoli andassero a lui! Chi ci ha lasciato questo ritratto? Notatelo. Un latino, il proconsole Lentulus, che ai giorni di Cristo vivea presso Erode e scriveva al Senato romano. La lettera di Lentulus è senza dubbio apocrifa, ma nel caso nostro prova più che molti documenti autentici; prova che anche in questo la latinità agì potentemente sull'indole e lo svolgimento del Cristianesimo. E fu una vittoria importantissima del Bello sul Brutto. Così rimase fissato e ci fu conservato quel tipo di Cristo, che potè variare in alcune modalità, ma rimase identico nella sostanza attraverso i secoli: dall'umile arte delle catacombe, lungo il medio evo, sotto il pennello di Giotto, sotto la stecca di Donatello; così placidamente bello nella calma della morte come nella Pietà di Michelangiolo; così umanamente triste nella Cena di Leonardo da Vinci; così trasfigurato dalla gloria nell'ultimo quadro di Raffaello; così potente di pensiero e di volontà nella figura del Cristo taumaturgo del Rembrandt; così tragico nel Cristo morto di Holbein; così elegiaco e amabilmente sentimentale nelle teste di Wandick; così romantico in quelle di Guido Reni.

Ai nostri giorni pur troppo degli artisti italiani e forestieri, tratti da non so quali considerazioni archeologiche ed etnografiche, hanno voluto rimpastare il tipo di Cristo, e ci hanno dato un non so che di siriaco, di cananeo, di samaritano.... Forse, quanto alla storia, saranno più vicini al vero. Ma la coscienza popolare ha respinto questa innovazione ed io dico che ha avuto le sue buone ragioni di respingerla. La coscienza popolare ha capito che, in ogni caso, non è per considerazioni archeologiche ed etnografiche che l'umanità ama di veder ancora riprodotte le sembianze del Cristo; ed ha detto agli artisti: ridateci il nostro bel Cristo latino quale ha attraversato incolume tante vicende di storia umana, quale ha seguitato a consolare i nostri padri, quale è stato per tanti secoli dall'umanità amato ed adorato!

Ora voi capite subito che questo fu un grande coefficiente per la conservazione e ricostituzione dell'ideale estetico presso le nazioni cristiane. Data la bellezza di Giove, tutto l'Olimpo greco doveva parteciparne; dato bello il tipo di Cristo, tutte le gerarchie del Cristianesimo dovevano riflettere alcun che della sua bellezza; e se voi esaminate i quadri dei più antichi pittori voi trovate che in tutte le figure degli Apostoli, degli Evangelisti, dei Profeti viene come a riverberarsi, quasi aria di famiglia, un raggio della bellezza splendente nel volto di Cristo.

Ma questo certo non avrebbe bastato. Ripeto che ciò che rese possibile il risorgimento artistico in Italia ed in Toscana fu l'immanenza dei ricordi della bellezza classica. Una leggenda rabbinica, resuscitata e commentata molto ingegnosamente da Ernesto Rénan, racconta che nel medio evo il popolo di Roma (e notate che quando si diceva Roma s'intendeva tutta la latinità) sotto le macerie che ingombravano la città eterna teneva nascosta una bellissima statua di donna nuda; che questa bellissima statua era conservata con mistero; che la sua esistenza era tenuta gelosamente nascosta alle potestà civili ed ecclesiastiche; ma che i Romani di tanto in tanto per consolarsi delle dominanti miserie, delle continue devastazioni, degli spettacoli di reità che venivano loro da ogni parte, scendevano in quel sotterraneo e si fermavano lungamente a contemplare questa bella statua, e la baciavano e la bagnavano delle loro lacrime. — A me par di vedere, o signore, in questo culto di una bellezza sepolta il ricordo inestinguibile, che durò sempre in fondo alla fantasia del popolo latino, di quell'arte stupenda che Roma aveva saputo redare dalla Grecia, e che per molti rispetti aveva saputo così spontaneamente, così validamente, con tanta genialità, checchè ne dicano alcuni, assimilarsi.