Ebbene, che cosa abbisognava perchè l'arte risorgesse? Abbisognava che ciò che era fantasia prendesse parvenza di realtà; bisognava che questa «bella statua» uscisse dalle tenebre delle catacombe e splendesse novellamente alla luce del sole d'Italia; bisognava che, o collettiva o individuale, sorgesse un'opera di ricostituzione, di ripristinamento. — L'Italia non poteva risorgere all'arte se non rinvigorendo questo ricordo classico al punto di renderlo, come per opera di spirituale contagio, così attuoso che da quelle stesse mani che avevano conservato l'antico capolavoro uscisse se non il capolavoro completo, almeno una degna opera artistica.
E così accadde, o signore. L'opera, prima che collettiva, fu individuale. Dove sorse l'uomo che operò questo miracolo? Chi fu l'evocatore della bella statua antica? Se fosse nato a Roma, coloro che trattano la storia dell'arte con molta ingegnosa filosofia ma con dei procedimenti che qualche volta somigliano un po' troppo ai processi buoni per la botanica e per la chimica, avrebbero esclamato: vedete! L'uomo è nato a Roma, nè poteva nascere altrove che a Roma. Invece la storia, che spesso si compiace di schernire certe generalità, ci narra che quest'uomo nacque in una città tutta dedita ai traffici ed alla combattuta vita del mare. Niccolò Pisano! Ecco l'uomo che evocò il fantasma della classica bellezza addormentata per tanti secoli e tenuta gelosamente sepolta nelle catacombe dal popolo di Roma.
Niccolò Pisano è uno dei nomi che suonano più gloriosi nella storia dell'arte poichè, ripeto, la sua è opera grandemente individuale. V'è un salto, e si potrebbe dire anzi un abisso fra quel che egli fa e quel che facevano gli artisti di poco precedenti o contemporanei a lui. Guardando alla sua opera, non vediamo neanche quella preparazione e quel certo rapporto di avviamento che pur notiamo nei più prossimi Bizantini i quali, nella pittura, precedettero, apparecchiarono Cimabue e ne accompagnarono l'opera. Si è costretti a riconoscere che quest'uomo fu privilegiato dalla natura di doni singolarissimi. Quanti erano passati davanti ai ruderi dell'antichità, quanti avevano veduto il mito di Meleagro e di Ercole e di Fedra e di Ippolito balzare, sorridere inutilmente dai vecchi sarcofaghi! Pare che tutti avessero sugli occhi una specie di cateratta artistica! Invece Niccolò Pisano ruppe questa cateratta e con uno slancio d'arte ammirevole, che non ha forse esempio nella storia artistica di altri tempi, portò la scoltura dalle forme rozzissime a quelle forme sue, che se non sono perfette, se accusano l'inesperienza della tecnica, ritraggono però tutti gli elementi dell'arte antica, e chiudono i germi di tutti i capolavori futuri, fino a Michelangelo, al Bernini, al Bartolini. Per convincervene voi dovreste, con questo intendimento di comparazione, fare un viaggio in qualunque direzione di questa vostra privilegiata terra di Toscana. Muovere per esempio da Pistoia a vedere l'architrave della porta di San Giorgio e poi fermarvi un momento a Groppolo a vedere la statua dell'Arcangelo Michele, archeologicamente preziosissima, ma deforme. Poi passare a Lucca ad esaminare la celebre vasca di San Frediano e finalmente giungere a Pisa.... Ma che dico? Quando sarete a Pisa vi convincerete che quel viaggio è stato inutile. Non c'era bisogno di muoversi. Là in quella città di mercanti e di marinari abbiamo, nello spazio di pochi metri quadrati, raccolti e messi un di fronte all'altro tutti gli elementi per un confronto vero, concludentissimo. Vedete là una specie di triangolo: la Cattedrale, il Battistero, il Camposanto. Cominciate con esaminare nella porta della Cattedrale che cosa fosse la scultura in un periodo di poco precedente a quello inaugurato dal grande Niccolò. Quanta goffezza nella scultura di quelle porte, quanta deformità!... Appena qua e là qualche movenza ingenua, appena qualche concetto spirituale che vi ferma e vi soddisfa. Volete vedere il miracolo? Fate solamente pochi passi; partite dalla Cattedrale, entrate nel Battistero ed esaminate il pulpito. Se i documenti non testimoniassero, vi parrebbe impossibile che a poca distanza di tempo la scoltura avesse potuto fare un passo così enorme. E donde ha tratto le forze esteriori per farlo? Fate ancora alcuni passi; andate nel bel Camposanto ed esaminate con qualche attenzione il sarcofago della contessa Beatrice, che fu madre della contessa Matilde. Guardate il mito di Fedra e d'Ippolito e subito il mistero vi è svelato. Le sembianze di Fedra sono diventate le sembianze di Maria, le sembianze degli altri personaggi del sarcofago si riproducono nel pulpito di Niccolò. Vi sono figure di vecchi che ricordano filosofi antichi, vi sono teste di cavalli che vi fanno pensare alle quadriglie degli antichi trionfi. Insomma è una evocazione, una risurrezione, pel tempo e per le circostanze del tutto maravigliosa!
Ma si domanda: questa epoca così gloriosamente iniziata da Niccolò Pisano, poteva considerarsi come piena e definitiva per il risorgimento della nuova arte italica? Non lo credo. Intanto notate che l'impulso di Niccolò, per quanto fosse vigoroso, fu di poca durata ed ebbe un seguito relativamente scarso. I suoi allievi e successori immediati poco aggiungono all'opera sua. Per tutta Italia, oltre Pisa, a Lucca, a Arezzo, a Bologna, a Roma, a Napoli, si ammirano i monumenti della scultura rinnovata per opera del grande artista pisano; ma nè il figliuolo Giovanni, nè fra Guglielmo da Pisa, nè fra Guido da Como, nè lo stesso Andrea e Tommaso e Nerio fanno muovere all'arte dei grandi passi. È fuor d'ogni dubbio che per un periodo di oltre cinquant'anni abbiamo nell'arte una specie di sosta. Attività materiale grande, ma progressi scarsi. Più che d'una corsa in avanti si tratta di un moto circolare sempre dintorno al medesimo centro. Non è più il marasma di prima, ma una stasi incerta e irresoluta di cui, sulle prime, non sappiamo renderci conto.
Ma la ragione non è difficile a trovarsi, o signore. L'opera di Niccolò Pisano non poteva dare la forma definitiva e l'andamento completo al risorgimento artistico in Toscana, perchè in sostanza l'arte sua è un'arte di reminiscenze, è un'arte di pura tradizione. Con essa il Genio italico si riannoda al suo passato glorioso. Era moltissimo ma non bastava. Bisognava fermare i piedi sicuri sul presente e divinar l'avvenire.
Per un'arte nuova facevano mestieri degli elementi nuovi, degli elementi che ritraessero la ragion loro in modo più diretto dalle condizioni della storia contemporanea e dalla natura. Pensate solo a questo, o signore; la donna più morbosamente amorosa dell'antichità, Fedra, che appena Euripide aveva osato portare, tardi, sulle scene della Grecia; Fedra doveva dare per mezzo dell'artista cristiano le sue sembianze alla madre di Cristo, alla personificazione cristiana di tutte le idealità della donna. Questo, voi lo vedete bene, nell'arte metteva i germi di un altro conflitto che, a lungo andare, ci avrebbe forse ripiombati in un altro caos artistico e in una impotenza somigliante a quella dalla quale eravamo appena usciti. Era necessario che il movimento artistico di Toscana si sdoppiasse, o meglio che il primo fosse seguito da un secondo più efficace perchè più comprensivo. E per tutta Toscana voi sentite come scorrere un soffio caldo e primaverile: vedete Arezzo, Pisa, Siena, Lucca, Firenze che vi danno idea di amazzoni gagliarde in gara fra di loro. Corrono, corrono e ognuna vuole arrivar prima!... Arezzo ha il suo Margheritone, Pisa ha il suo Giunta, Siena ha Guido, Firenze ha Cimabue. Già si prevede che, come il periodo precedente ebbe inizio dal risveglio della scultura, in questo secondo la pittura dominerà; la pittura che si stende con ala più vasta nell'orizzonte dell'arte. Si prevede ancora che in questa nobilissima gara la vittoria rimarrà a Firenze; a Firenze che, fra le città italiane, era una di quelle che conservavano in minor numero ricordi e avanzi dell'antica arte classica: fatto importantissimo questo, già notato dallo stesso Benvenuto Cellini; e che doveva grandemente influire sull'indirizzo più libero, sul carattere più originale, sulla schietta modernità insomma dell'arte e che s'andava maturando e batteva alle porte dell'avvenire.
Dunque, riassumendo: Pisa doveva dare al rinascimento dell'arte italica l'elemento tradizionale e lo diede con l'opera di Niccolò e dei suoi scolari; lo diede vigorosissimo, lo diede in modo da render ben meritevole la fama gloriosa che il Pisano si è acquistato nella storia. Ma bisognava entrare in un periodo nuovo; e Firenze vi entrò con un vigore e con una fortuna che sconfisse tutte le altre città toscane in gara con lei. Le esagerazioni storiche del Vasari sono già state cribate e ridotte al loro giusto valore. Vasari vide con occhio troppo toscano e forse troppo fiorentino quando entrò nei particolari; ma nella grande linea storica il buon aretino si mantenne nel vero. Firenze doveva essere la sede, doveva essere il faro da cui sarebbe partita la nuova luce. Tutto contribuiva nel conferire a Firenze questa privilegiata e gloriosa missione storica. Il suo popolo era libero, forte, ricco, fidente di sè, guardava con sicurezza al futuro. Era sopra tutto istruito, come nessun altro popolo in quel tempo. Erano i giorni, o signore, in cui i poeti si sognavano di esser messi per incantesimo in una barca insieme ai loro più cari amici ed alle loro care donne e di veleggiare a lungo senz'altra cura, sotto un cielo e sopra un mare tranquillo, ragionando e sognando d'amore. Giovanni Villani ci narra che nel 1283 per un lungo tratto di tempo tutta la città rimase nel grazioso «dominio d'Amore». Era una vita spirituale e gioconda. La parte umana che doveva dare il primo elemento all'arte s'innalzava, si affinava, si ingentiliva. L'altro elemento, l'elemento mistico cristiano, alla sua volta si rendeva sempre più acconcio alla composizione della definitiva opera d'arte.
Sopra una verde collina dell'Umbria un povero uomo pregava Dio; ma lo pregava in una forma insolita dando alla sua preghiera un'insolita intonazione. Chiamava partecipe alla sua prece, al suo inno, il sole, la luna, le stelle, le montagne, le piante, i fiori, le rondini e le colombe dell'aria: voleva che tutte le creature viventi si unissero a lui in una gara immensa di lode amorosa rivolta al Creatore. Da una parte adunque il divino, non dirò no che si abbassasse, ma si rendeva più mite, più dolce, accennava più affabilmente verso questa povera vita umana; l'umano si elevava, si affinava, si ingentiliva.... Insomma, eravamo prossimi, eravamo alle viste di quella «divina simmetria»; a quell'accordo degli elementi materiali e ideali che il medio evo aveva con tanto disagio e inutilmente cercata, da cui doveva balzare luminosa e gloriosa la perfetta opera d'arte.
Mancava l'uomo, e quest'uomo l'aveste voi, e discese, umile pastore, dalle montagne che circondano la vostra Firenze: Giotto. Ho detto il nome del più grande forse fra gli artisti di tutti i tempi, e di tutte le civiltà. Egli non esordì come Niccolò, copiando il sarcofago antico, ma disegnando, in mezzo alla pace de' suoi boschi, una delle sue pecorelle, simbolo gentile del poetico naturalismo, che egli doveva inaugurare. Wolfango Goethe nell'olimpica serenità dell'anima sua lo avrebbe chiamato Euphorion, il figlio di Elena bellissima e di Fausto pensoso; colui che doveva sintetizzare e fondere gli elementi plastici dell'arte antica e gli elementi spirituali e sentimentali dell'arte moderna e cristiana. Come lo chiameremo noi?... Noi ci contenteremo di prendere in prestito da Dante, il suo grande amico, una frase, e lo chiameremo il maestro e l'autore del «dolce stile nuovo» della pittura e dell'arte toscana.
E qui, signore, io sono arrivato ai limiti nei quali debbo fermarmi. — Saluto il bellissimo tema che sarà tratto con forma più degna della mia dal mio successore un altro anno, e in cui si rispecchia così pura gloria italiana, la quale, in tanta parte, è gloria vostra, o Fiorentini.