Che, accettate queste condizioni, i nobili si rassegnarono a smettere le loro pretese alla supremazia politica e ritornarono, in dimessa attitudine, nella città;
Che, per iniziativa di Lanzone, furono subito discussi, in un comitato di arbitri, gli ordinamenti necessari per attivare, sulle nuove basi, il governo della città; ordinamenti che poterono essere intralciati, interrotti e ripresi, ma che finirono per ottenere la formale adesione dell'imperatore Enrico III; il quale li sanzionò e li fece entrare nel diritto pubblico del Regno alla solenne Dieta che tenne nei prati di Roncaglia il 5 maggio dell'anno 1055.
Così sorse in Milano il comune autonomo, che ebbe poi non breve e non ingloriosa esistenza. Certo, istituzioni consimili non hanno mai una data precisa di battesimo storico. Ned io vorrei discutere se proprio l'anno di nascita del comune milanese sia il 1042, nel quale i nobili furono cacciati dalla città, o il 1045, nel quale rientrarono, assoggettandosi ai nuovi patti, o il 1055, nel quale gli Statuti comunali furono riconosciuti dalla suprema rappresentanza del Regno, o magari il 1066, nel quale pare che questi statuti fossero pubblicati.
Se non vivessimo noi in tanta luce di pubblicità multiforme, forse fra dieci secoli i nostri posteri disputerebbero se l'anno del risorgimento italiano sia stato il 1848 o il 1859 o il 1860 o il 1866 o il 1870. Le grandi mutazioni organiche hanno fasi e fremiti e oscillazioni, che abbisognano di tempo per tradursi nella soluzione tranquilla. Ma nè dieci, nè venti, nè trent'anni rappresentano in questi casi più che un momento storico. E quando dall'unità dei pensieri e degli sforzi si rileva chiaro uno di questi momenti, poco importa se la loro durata non coincide esattamente col numero dei giorni nei quali la terra suol compiere la sua evoluzione intorno al sole.
Nel fato di Milano, oltre il momento storico, anche il processo storico appare evidente.
Dapprima la conquista barbarica, che distrugge lo Stato e vi sostituisce il regime anarchico della feudalità.
Poi, con Ottone I, il despotismo intelligente, che è il periodo primordiale del rinascimento politico. Il popolo vede un tiranno solo più forte dei molti di cui si lagnava; e ingenuamente gli batte le mani, come ad un liberatore. È il trionfo della politica ghibellina.
Succede, con Ariberto, il potere arcivescovile. Il despota v'è ancora; ma, oltre ad essere intelligente, è indigeno, è vicino, è mite per l'indole sua, comincia a trarre dalle forze e dalle volontà popolari elementi di amministrazione e di governo. E il popolo accetta il dominio di Ariberto con entusiasmo, persuaso che valga, più di quello del lontano imperatore, a frenare le intemperanze rinascenti dei vecchi despotismi feudali. È il trionfo della politica guelfa.
Ma ad Ariberto non basta l'animo di continuare l'iniziata opera di emancipazione; e, dopo la vittoria contro Corrado, ricade nella tradizionale alleanza coi feudatari maggiori.
E allora il popolo, fatto maturo dall'esperienza e dai casi, reclama la libertà come unica guarentigia di ordine e di benessere. Compare Lanzone, che non è nè guelfo nè ghibellino, che nell'ordine dei progressi politici è più grande di Ariberto e di Ottone, e che della sua immensa popolarità si giova per annullare sè stesso e per sostituire al potere personale l'universalità dei cittadini, disciplinati a comune sovrano. Il genio sparisce; ma la sua necessità è minore, perchè è sorta l'istituzione. L'emancipazione civile ha raggiunto la sua ultima formola.