Che poi, malgrado questa e malgrado la magnanimità di Lanzone, periodi di anarchia o di dominio personale abbiano ancora turbata per qualche tempo la risurrezione politica della cittadinanza milanese, ciò non basta a sfatare la benefica rivoluzione compiutasi in quel momento istorico. Il diritto è stato riconosciuto; la legge è stata promulgata. La violenza, dopo ciò, rimane, se anche vincitrice, un fatto transitorio, di cui la legge e il diritto non tardano a ottenere riparazione. Anche il ladro ruba; ma il giudice che lo condanna dimostra come la proprietà fosse inviolabile prima del furto e tale rimanga dopo.

Più di otto secoli sono corsi dagli avvenimenti che vi ho ricordato, ed è lecito chiedersi se a quelli proprio risalgono gli albori della moderna vita italiana.

A me pare indubbiamente che sì.

Il carattere italico, la reazione del romanesimo contro la lunga iliade di spogliazioni e di umiliazioni inflittegli dalle razze teutoniche, appare evidente, a misura che gli antichi servi, assaporando nuove forme e nuove ragioni di vita, si raccozzano dappertutto per iscuotersi di dosso il giogo degli antichi padroni. Ogni comune è una patria; ma da ogni comune si sprigiona un sentimento nuovo, che vorrebbe quasi trarre dal ricordo del potente organismo a cui tutti avevano appartenuto, gli elementi d'una solidarietà che ancora non s'è fatta nazionale, ma che già respinge e sconfessa dominî non nazionali.

Già ad Ariberto era parso e giustamente un principio di rivincita, che armigeri italiani si recassero oltre l'Alpi a spiegare vittoriose quelle bandiere che erano state tante volte calpestate al di qua. E Lanzone, ai nobili che vuol convertire all'idea comunale, parla addirittura «dell'esempio che dovrebbero dare ai loro eguali in tutta l'Italia». Qui, il discendente dei conquistatori goti o longobardi è già divenuto civis romanus e sente l'orgoglio di essere figlio e difensore di quella terra che i suoi avi hanno riempiuto di desolazioni e di stragi.

Un passo di più ed avremo Cola da Rienzi, sublime fantastico, che purga Roma di baroni, e di banditi, ricostituendo, nel più fitto delle tirannidi indigene, il Tribunato dell'antica Repubblica. Poi, dugent'anni dopo, vedremo un gran politico fiorentino ritornare al sogno del desposta intelligente, purchè si chiuda nel pugno tutta l'Italia e spenga, con milizie italiane, i principotti indipendenti innalzatisi sugli indipendenti comuni. Passeranno altri cent'anni, e udremo la scuola politica dei letterati inneggiare all'Italia coi sonetti del Filicaja e colle canzoni di Gabriele Chiabrera. E ancora dugent'anni dopo, il Mazzini scriveva al discendente di Umberto Biancamano: «Fate l'Italia, e saremo con voi.» Sarà toccato in sorte alla nostra generazione di vedere il meriggio di quegli albori del mille; Vittorio Emanuele II che ricompone in Roma l'asse ereditario usurpato da Odoacre; Lanzone, che rigetta ad un tempo l'autorità di Cesare e quella di Ariberto, e chiama il popolo italiano a ricostituirsi in comune indipendente.

Questo filo conduttore di una italianità, che attraverso i secoli viene sempre più accostando fra loro gli uomini d'azione e gli uomini d'intelletto, ci aiuta a difenderci dalle eccessive induzioni di una scuola storica, di cui Carlo Hegel è il più formidabile campione.

Secondo i critici di siffatta scuola, non è dall'idea romana, o latina, o italica che è sorto il comune lombardo del secolo undecimo; bensì da una evoluzione intima del concetto germanico, che a poco a poco innalza le plebi romane, beneficandole coll'autonomia.

Non è qui nè da me che può essere utilmente discussa una questione così profonda. Però mi sia lecito dire che il voler attribuire propositi di emancipazione popolare a quegli stessi elementi dominatori che dieci anni prima avevano promulgato il codice del feudalismo, addita piuttosto lo sforzo dell'ingegno che la severità della logica. Queste lancie d'Achille, atte a guarire le piaghe che cagionano, perdono un po' di fede al difuori della poesia mitologica.

Sarà meno scientifico, ma è certo più semplice il criterio che attribuisce ordinariamente agli oppressi qualche merito nella sconfitta degli oppressori.