E la Germania ha una parte troppo gloriosa nella storia del mondo perchè non debba permetterci di ascrivere a virtù di resistenza italiana piuttosto che a virtù d'iniziativa tedesca una rivoluzione comunale che si è manifestata collo sgominare due eserciti tedeschi, quello di Corrado il Salico e quello dell'imperatore Barbarossa.
LE ORIGINI DELLA MONARCHIA IN PIEMONTE
DI
ROMUALDO BONFADINI
Chi volesse trovare in Europa qualche analogia possibile, in qualsivoglia argomento, tra le condizioni odierne e quelle di nove secoli fa, si accingerebbe a ben duro e disperato mestiere.
Mutata l'indole dei governi e dei sodalizi religiosi; rinnovate le teorie del diritto e le basi della legislazione; divenuti predominanti migliaia d'interessi, onde allora non si sospettava pur l'esistenza; capovolte addirittura le fondamenta del consorzio civile, ci abbisogna uno sforzo gigantesco d'immaginazione per riprodurre anche in minima parte, dinanzi al nostro sguardo intellettuale, i fenomeni di una umanità, che sembra avere coll'umanità contemporanea quella stessa parentela, di cui una scienza evoluzionista moderna si compiace trovare le traccie, per esempio, fra un chimpanzé ed una bella signora.
Non parliamo poi dello stato territoriale, della geografia politica dell'Europa. Appena si salvano i nomi grossi e complessivi d'Italia, di Germania, di Britannia. Regni sostituiti a repubbliche e repubbliche a regni; città non ancor nate e città da un pezzo sparite. V'era una Spagna senza Spagnuoli, v'erano degl'Ungheri senza un'Ungheria, v'erano i Franchi prima che la Francia apparisse. I popoli, così teneri ora dei loro confini e dei loro territori, erano qua e là sbalestrati da convulsioni capricciose; i Normanni diventavano Siculi; i Saraceni s'appollaiavano sulle creste degli Abruzzi e delle Alpi Cozie. Cento rivoluzioni hanno scombuiato conquiste e conquistatori, hanno menato nella loro rapina Stati, famiglie e dominii; sicchè oggi, quasi nel 1900, nulla appare più falso di ciò che era l'unico vero nel mille.
V'era però una stirpe, che ha resistito all'onda dei secoli e al vituperio dei nomi. V'è una famiglia sovrana — l'unica in Europa — che ha questo privilegio di poter guardare da qualcuno de' suoi castelli reali il territorio circostante, e di poter dire che dal mille in poi hanno continuato ad esercitare su quello autorità principesca i suoi antenati, legittimamente succedutisi colla propria discendenza e col proprio nome.
Questa famiglia — l'avete senz'altro indovinato — è la famiglia dei principi italiani; i quali non trovano, nelle valli di Susa e di Aosta, nessun nome che rompa, fosse per un giorno, l'eco tradizionale del loro grido dinastico; i quali firmano nel 1890 Umberto di Savoia come firmavano nel 1003 Hubertus comes «in agro savogensi»; i quali, con privilegio sovrano, battevano moneta nel mille ad Aiguebelle, come battono moneta a Roma nel 1890.
È forse questa antichità e continuità di dominio che ha fatto delle origini della dinastia di Savoia l'argomento caro ad un nugolo di scrittori, impeciatisi nell'esame di pergamene, che a ciascuno parevano conferma di sistemi diversi e di induzioni opposte.