Io non trascinerò — non temete — le vostre mani gentili entro i polverosi scaffali dove quelle pergamene hanno riposato per tanti secoli inesplorate. Ma, costretto dalla fatalità mia e dalla vostra a sostituire qui il brillante oratore[9] che avrebbe dato ai suoi veri tutto il fascino dell'estetica e della poesia, cercherò di non dare alla storia maggiore severità di quella che si accompagna necessariamente alla fisonomia dell'epoca ed alla precisione dei fatti.
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Fra i popoli migratori che, nella prima metà del medio evo, scesero da regioni ignorate nel mezzogiorno d'Europa, i Borgognoni furono senza contrasto i meno numerosi e i più miti. Guerrieri per difesa, piuttosto che per conquista, la sorte li aveva spinti nel grande bacino del Rodano dove s'erano acclimatati. In lotta coi Franchi e più volte sconfitti, non lo furono però mai tanto compiutamente da far perdere al territorio da essi occupato il nome della loro razza e l'impronta delle loro leggi. Fra queste, una specialmente apparve mirabile per ispirito di politica tolleranza e fu la legge Gombetta (Gundobada), che pare sia stata liberamente discussa in pubblica assemblea[10]. Per quella legge, nessun vinto era obbligato ad accettare il diritto pubblico dei vincitori. Ciascuno dichiarava di voler vivere sotto la legislazione che preferiva; sicchè i giudici erano obbligati, prima di pronunciare sentenze, a chiedere ai convenuti sotto che rito intendevano di essere giudicati.
Questa larghezza di regime civile, di cui non appare nessun esempio nei paesi caduti in balìa dei Longobardi o dei Franchi, permise alle popolazioni di razza italica, rimasto sui versanti alpini della Savoia e della Provenza, di stringere con invasori così moderati rapporti assai più amichevoli di quelli che permetteva agli abitanti della valle del Po il ferreo regime sotto cui erano mantenuti.
Così si spiega una certa fusione fattasi più presto che altrove, fra gli antichi elementi romani e i nuovi elementi della stirpe borgognona. La feudalità fu istituita anche in Borgogna, come dappertutto dove passarono gli eserciti dei Carolingi; ma non ebbe lì quel carattere acerbo di sovrapposizione dei conquistatori sui vinti. Sicchè la diversità di razza non impedì che sorgessero a potenza e dignità feudale anche famiglie discendenti da stirpe italica; le quali continuavano a reggersi in ogni altra parte dei diritti civili e pubblici, secondo la legislazione romana, garantita dalle istituzioni organiche del popolo borgognone.
Fra queste famiglie, una appare già illustre e potentissima alla corte di Borgogna, negli ultimi anni del decimo secolo e nei primissimi dell'undecimo. E di questa famiglia i più antichi documenti dell'epoca ci rivelano capo e personaggio preponderante negli affari politici del Regno un conte Umberto, che la cronaca di Hautecombe designa coll'aggiunta blancis manibus; vuoi perchè una speciale gentilezza fisica distinguesse il gran gentiluomo; vuoi perchè, secondo la versione, forse un po' cortigiana, di alcuni scrittori, la sua indiscutibile riputazione di onestà fosse così alta da doverlo celebrare come bianco e puro di mani in mezzo a tanti potenti che le macchiavano nella preda o nel sangue.
È da questo Umberto Biancamano che discende, per genealogia accertata e non interrotta più la famiglia di principi, che ci onora della sua rettitudine e che noi onoriamo del nostro affetto.
Che se voi desideraste sapere intorno a siffatto capostipite, più antiche notizie; se mi chiedeste, come Farinata all'Alighieri: chi fur li maggior sui, potrei rispondervi con cinque congetture, non vi darei una sola certezza. Al di sotto del Biancamano, tutto a poco a poco diventa facile, chiaro, ricco di particolari e di prove; al di sopra tutto è buio, ipotesi, immaginazione. Come il Nilo, la casa di Savoia nasconde le sue scaturigini in una regione fantastica, dove i nuovi Argonauti non giungono a penetrare. Però ciò non impedisce al gran fiume di versare, innanzi alla sua foce, i larghi beneficii del suo limo fecondatore; come non ha impedito alla nobile dinastia di avvincere a sè stessa col prestigio del bene quei «volghi dispersi» che non avevano un nome, e che non le chiedono d'onde venga, ma sanno dove va.
Non mancarono gli storici cortigiani. Alcuni, pur di trovare un re ed un eroe al vertice della piramide, fecero risalire gli antenati del Biancamano a quel sassone Vitichindo, che mise per un istante in forse la gloria di Carlo Magno. Altri si fermarono al re, se non all'eroe, e innestarono la casa di Savoia su quel tronco laterale della dinastia franco-borgognona, che ebbe in Lodovico il Cieco un così inetto e così infelice imperatore. Altri finalmente posero ad obbiettivo delle loro ricerche un'origine nel tempo stesso regia ed italiana, facendo discendere il conte Umberto da quella razza dei Berengari d'Ivrea, che furono, per la loro violenza, così disformi dal tipo umano e leale dei principi di Savoia.
Oggidì tutte queste opinioni sono sfatate. E non è neanche necessario, per esserne persuasi, di svolgere i cinquanta volumi, in cui queste ipotesi sono discusse, affermate ed escluse. Il che prova, per incidenza, come non debba temersi quel pericolo, che fra alcuni anni non basti la vita di uno studioso ad approfondire neanche uno dei rami dello scibile umano. No, la scienza è rimedio a sè stessa; ricerche nuove, pur di piccola mole, bastano a rendere inutili i volumi, farraginosi di ricerche antiche; sintesi logiche e verità elementari si sostituiscono con autorità indisputata alle faticose lungaggini di analisi non ravvivate dal lume critico. Basta ai nostri contemporanei — e i nostri posteri saranno in ciò più fortunati di noi — assai meno tempo di quello che dovessero impiegarvi gli antenati nostri, per accertare storicamente la verità e le proporzioni dei fatti. Ogni scrittore coscienzioso abbrevia la via; sicchè la scienza che è stata aristocratica fino ai padri nostri, potrà essere democratica fra cinquant'anni.