Ecco perchè quattro o cinque volumi pensati, dei più moderni, bastano a sostituire, in questo argomento, le voluminose compilazioni dei tempi andati, e a persuaderci che, fino a nuove scoperte di documenti difficili a presagire, il padre di Umberto Biancamano resterà, come Giove, col capo avvolto fra le nubi.
Nè di questa relativa impotenza dell'indagine storica possono sembrare eccezionali i motivi.
A buon conto, quanto più ci avviciniamo all'epoca delle invasioni barbariche, tanto più scema il numero degli scrittori e la probabilità che le carte siano sopravvissute alle ingiurie del tempo. Appena si riesce ad accertare l'ordine cronologico dei Papi e dei Sovrani, intorno ai quali si concentrava l'attenzione e l'adulazione dei cronisti. Di Umberto Biancamano anzi si conosce assai più che non si conosca di personaggi anche maggiori dell'epoca sua.
D'altronde, nell'incendio di Susa, avvenuto per opera del Barbarossa nel 1174, si vogliono distrutti gli archivi privati della casa di Savoia[11], nei quali stavano probabilmente i pochi documenti autentici e gli alberi genealogici della famiglia. Costretti a rifare questi ultimi per debito d'ufficio e per vanità di dottrina, i cronisti famigliari non poterono raccogliere carte equipollenti che fino ad Umberto I e dovettero ricorrere, per completarli, al metodo pericoloso delle induzioni. Ma allora si trovarono di fronte alle difficoltà ermeneutiche ed alla confusione dei nomi. Gli Umberti, gli Adalberti, gli Oddoni, gli Amedei, i Rodolfi, le Adelaidi e le Ermengarde suonavano frequenti al di qua come al di là delle Alpi. Uno storico che s'aggiri in mezzo a questi nomi per trarne identità di personaggi e di epoche, ci arieggia troppo quel Polifemo cieco, che palpa il vello dei montoni, sotto il cui ventre s'è rattrappito Ulisse. Le probabilità d'ingannarsi sono infinite; perchè nessun cronista credeva importante di dare intorno al proprio personaggio particolari di date o di parentele o di età, che naturalmente non erano ignote al piccolo numero di uomini pei quali scriveva. Ogni cronista chiudeva le proprie aspirazioni e le proprie indagini nei confini del proprio Stato; parlava de' suoi Umberti e de' suoi Oddoni, come se altri non ne esistessero sulla superficie del globo. Tra quei piccoli principati v'erano relazioni di commercio o di violenze, non ve n'erano di indole intellettuale o letteraria. Sicchè nessuno pensava di identificare con particolari estrinseci personalità notissime nell'ambiente in cui si scriveva, a beneficio di ragionamenti, di paragoni o di ricerche future, di cui non si poteva neanche sospettare la possibile utilità.
È perciò che quei rispettabili eruditi, a cui duole di non poter ispingere più in alto la loro curiosità genealogica, arrivano talvolta agli assurdi ed agli anacronismi, brancicando fra i montoni senza mettere la mano sul mitico Ulisse. Ed è ciò che voi ed io fortunatamente eviteremo; persuasi che oggimai troppo onore viene dai fatti certi alla famiglia di cui studiamo i primordi, perchè si possa sperare di accrescerlo, tuffandoci nelle ipotesi.
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Torneremo dunque, se non vi dispiace, al conte Umberto dalle bianche mani. E lo vedremo, in cinquant'anni di storia, crescere di riputazione, d'autorità e di fortuna, senza potergli rimproverare nessuna di quelle azioni, che sarebbero giudicate riprovevoli dal nostro criterio morale, tanto più austero di quello che allora prevaleva.
Alla corte di Rodolfo III re di Borgogna teneva l'ufficio di Conestabile; forse la più alta carica militare e politica che i tempi permettessero ad un vassallo feudale. Nel 1003 lo vediamo conte di Salmourenc nel territorio viennese; nel 1017 possiede la contea di Nyon sul lago di Ginevra; nel 1024 è già conte di Aosta, valle cisalpina che però apparteneva in supremo dominio ai re transalpini di Borgogna.
Questa marcia ascendente del conte Umberto verso gli onori e i possedimenti non si deve a nessuna di quelle violente occupazioni, così consuete ai forti dell'epoca sua; ma unicamente a vincoli di parentaggio, a donazioni reali, giusta ricompensa della sua condotta, che fu in ogni occasione leale e vigorosa.
Lo dimostrò sopratutto nella crisi dell'anno 1032, in cui avvenne, per la morte di Rodolfo III, privo di prole, la dissoluzione del vecchio reame di Borgogna.