Assicurato da questa fiducia, il Biancamano non ha più che a lottare contro giurisdizioni vescovili, per lo più sprovvedute di titoli legittimi, e usurpate durante il lungo e fiacco dominio dell'ultimo re, ed egli le combatte in due modi: mostrandosi più forte dei vescovi, allorchè questi spingono l'audacia fino ad assumere contegno di ribellione; mostrandosi più generoso di loro, nei territorî dove la doppia giurisdizione coesiste.
Così egli è costretto a combattere colle armi Everardo, vescovo di San Giovanni nella Morienna, che aveva chiuso in faccia alle milizie imperiali le porte della città. Questa venne presa d'assalto e data alle fiamme; ma, temperando gli ordini crudeli ricevuti dall'imperatore, Umberto non permise che l'onore e la vita degli abitanti restassero in balìa della soldatesca sfrenata, come allora avveniva regolarmente dopo ogni successo di questa natura.
Contemporaneamente egli largheggiava in beneficenze, in erezione di chiese e di conventi, in donazioni a monasteri e a comuni; e siccome i prelati dell'epoca erano d'ordinario più tenaci nell'acquistare che nel donare, la popolarità di Umberto si veniva fondando sopra due fra i sentimenti umani più universali: il rispetto che impone la forza, la simpatia che inspira la generosità.
Anche ne' suoi concetti di governo, il Biancamano mostrava una larghezza d'intelletto, che lascia presagire l'avvicinarsi della civiltà. Quel suo rispetto per la vita e per l'onore dei vinti lo stacca nobilmente da tutta la tradizione contemporanea, che pur troppo avrebbe trasmessa ad altri secoli la crudele indifferenza dei Principi verso i più sacri diritti dell'umanità. E già si affaccia alla mente di Umberto il germe prezioso della pubblica economia; perchè appare mescolato alle trattative condotte qualche anno prima fra la Borgogna e il savio re Canuto di Danimarca, per istringere fra i due paesi un trattato che guarentisse ai commercianti libertà di passaggi e di scambî.
Queste le glorie, le fortune, le opinioni del conte Umberto dalle bianche mani. Senonchè finora sul nostro personaggio non vediamo scendere quel fato che lo farà progenitore della dinastia italiana. Egli possiede bensì in Italia, ma infinitamente meno che nella Savoia e nella Borgogna. Egli è soprattutto un alto rappresentante dei re di Germania nella valle del Rodano. È un principe borgognone ed ha sposato Ancilia, una figlia dei principi del Vallese. Occupa la sommità delle Alpi e dispone dei tre passaggi allora più facilmente usati, il Moncenisio, il piccolo San Bernardo e il gran San Bernardo. Ma nulla addita che il suo avvenire lo porti a scendere piuttosto il versante orientale che il versante occidentale di queste cime. Finalmente nel 1045 il fato smaschera le sue batterie. Cupido s'incarica di combattere, e, come al solito, di battere Marte. La guerra di Borgogna avrebbe potuto determinare una dinastia francese: un matrimonio determina la dinastia italiana.
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Tra le famiglie giunte rapidamente a grande Stato sul versante alpino opposto a quello così largamente dominato dal conte Umberto, era la più illustre, per vastità di possessi e rinomanza di imprese, quella di cui era capo Olderico Manfredi, marchese di Torino.
A differenza della famiglia Umbertina, era di origine forestiera, poichè discendeva da un soldato germanico, Arduino, venuto a cercar fortuna in Italia sui primi anni del secolo antecedente. E la fortuna era venuta, insieme all'onore, poichè la famiglia Arduinica era stata fra le più risolute nel combattere e nello scacciare dalle Alpi i Saraceni: impresa che creava in quel tempo, e giustamente, la nobiltà delle stirpi e l'aureola degli eroismi.
Alla fine del 900 troviamo già Olderico Manfredi, signore di Torino e di Susa, proprietario, per eredità materna, di vasti dominî, posti nel marchesato di Mantova, e sposo a Berta, figlia di un altro marchese, Oberto d'Este, signore di Genova. Vent'anni dopo, la fine drammatica del re Arduino mette a disposizione del re di Germania il vastissimo marchesato d'Ivrea; e questo, per singolare benevolenza di Corrado il Salico, viene aggiunto ai dominî di Olderico Manfredi, il quale si trova così divenuto il maggior proprietario delle valli insubri e probabilmente l'unico personaggio investito di due marchesati in Italia.
Poichè non era piccola dignità nè piccola cura in quei tempi l'essere marchese.