Più dei duchi e più dei conti, dei quali ho avuto occasione d'intrattenervi a proposito di Milano, i «marchesi» rappresentavano quella massima forma di sovranità che era possibile esercitare, dopo e sotto l'autorità suprema dell'impero feudale.

A Milano, e in genere nelle città di pianura, prevalevano i conti; ma alle falde delle Alpi e degli Appennini, d'onde calavano d'ordinario i nemici, prevaleva l'istituzione dei marchesati, i quali raggruppavano sotto essi parecchie contee, ed erano propriamente grandi autorità militari, destinate a contenere, a frenare o a respingere i primi assalti di nuovi invasori. Perciò la dignità marchionale, pur essendosi tramutata in ereditaria, come le altre dignità feudali, non era però mai trasmessa alle donne, nelle quali non si supponeva sufficiente il genio militare. E infatti, non sono marchese, ma contesse, quell'Adelaide e quella Matilde, alla cui grandezza ed autorità politica s'inchinarono in quel tempo i più potenti uomini dell'Europa.

Non erano stati che tre in origine i marchesati istituiti da Carlo Magno in Italia: quello del Friuli, quello di Spoleto e quello di Toscana. A dieci erano saliti verso la fine del secolo decimo; e di questi il territorio corrispondente al Piemonte odierno ne comprendeva soli quattro: quello di Torino, quello d'Ivrea, quello di Genova, affidato agli Obertenghi, e quello di Savona, occupato dagli Aleramici, intorno alla cui leggenda ha scritto un dramma così soave quel simpatico ingegno di Leopoldo Marenco.

È facile dunque immaginarsi che potenza e che riputazione dovesse avere il capo di una famiglia, nella quale si trovavano congiunti due marchesati. Senza notare che fratello ad Olderico Manfredi era il signore del potente comitato di Asti, quel vescovo Alrico, che doveva più tardi mescolarsi nelle guerre civili di Milano e perire fra quelle stragi.

Per Ivrea e per Susa i dominî di Olderico Manfredi si riattaccavano, al di qua e al di là delle Alpi, con quelli del conte Umberto Biancamano; sicchè poco dovettero tardare le due illustri famiglie a stringere fra esse rapporti amichevoli; i quali, per fortuna loro e nostra, riuscirono ad un matrimonio fra Oddone, quarto figlio del conte Umberto, ed Adelaide, primogenita del marchese Olderico.

Questa unione, avvenuta, pare, nel 1045, pose il suggello alla grandezza politica della casa Umbertina. Questa cominciò a poco a poco a staccarsi dalle sue valli indigene per salire alla sommità delle Alpi e di là scendere, come disse il poeta, colle onde del Po. Da conti in Borgogna preferirono diventare marchesi in Italia; vuoi perchè l'antica tradizione romana flagellasse involontariamente il sangue di chi era diventato borgognone solamente a metà; vuoi perchè il sorriso del nostro cielo e la speranza di più gentile dominio traessero quei robusti guerrieri verso ipotesi del futuro, che il futuro non ismentì.

Dal matrimonio di Oddone colla contessa Adelaide, rimasta erede del vasto dominio della sua famiglia, uscirono tre figli e due figlie. Uno dei primi andò vescovo e si appartò dalle famigliari vicende. Pietro ed Amedeo governarono dopo la morte del padre; ma, premorti entrambi alla madre, la loro fama rimase assorbita dall'attività e dall'autorità personale che questa seppe esercitare fino alla morte.

Le due figlie furono entrambe imperatrici di Germania e destinate a combattersi. L'una, Berta di nome, sposò quell'Enrico IV della casa di Franconia, che doveva giungere a celebrità piuttosto per la sua abbiezione a Canossa che pe' suoi trionfi a Roma. L'altra, Adelaide, impalmava quel Rodolfo di Rheinfeld che abbiamo visto succedere a Umberto Biancamano nella somma autorità di Borgogna, e che appunto i ribelli tedeschi, impauriti dalla scomunica di Gregorio VII, acclamarono per qualche tempo imperatore, contro Enrico IV, ramingo e scoronato.

Bastano questi eccelsi parentadi a dimostrare che importanza avesse già raggiunta in quell'epoca la famiglia dei conti di Savoia.

Il vecchio conestabile era ancor vivo, quando la piccola Berta, nipote sua, fu promessa al fanciullo erede del trono germanico. Nessuno dei due sposi aveva ancora raggiunta l'età di sei anni; sicchè il matrimonio effettivo non ebbe luogo che dodici anni dopo, nel 1067. Ma allora il Biancamano era già sceso nella tomba, che vollero sicura ed onorata nella loro cattedrale i cittadini di Saint-Jean di Maurienne. Singolare omaggio reso al capostipite dei Savoia da quella città che, per ordine suo, aveva dovuto essere pochi anni prima presa d'assalto! Omaggio che vale da solo parecchi di quei monumenti, nei quali non è riconoscenza o perdono di popoli, ma lusso di marmi e vanità di artisti!