*
Il secondo eroe della casa di Savoia è certamente la contessa Adelaide; che, in nome dei figli, e più dei figli, e senza i figli, governò il vasto Stato fino al 1091, nel quale anno, quasi ottuagenaria, mori. Donna di alti spiriti, di fermo consiglio e di virile risolutezza, che assai rassomiglia all'amica ed emula sua, la contessa Matilde di Toscana. Cara ai maggiori prelati dell'epoca, come Ildebrando e san Pier Damiano, che le scrivevano affettuosissime lettere, mescolava ai terreni interessi la pietà religiosa, in quella misura soltanto che non turbasse l'intera guarentigia dei primi. Delle libertà comunali non ebbe il sentore; anzi, non esitò a far scempio della città di Asti, appena le parve che questa mirasse a scuotere l'alto dominio della famiglia sua. Ma in verità, richiedere dai principi d'allora incoraggiamento ad emancipazioni politiche sarebbe una esigenza che nessun salto storico potrebbe giustificare. Bastava che allora i principi fossero giusti, umani, generosi, e ad Adelaide queste virtù non mancavano. Sarebbe poi toccato all'erede e nipote suo, Umberto II, di aiutare, alcuni anni dopo, la costituzione di comuni indipendenti; ed è ancora una gloria per la casa di Savoia, che, nel corso dei secoli, sia stata in Italia la prima famiglia sovrana a mettersi per questa via.
Adelaide era già vedova da sedici anni, e da altrettanti governava, in nome de' suoi figli, lo Stato, quando scoppiava acuta nell'alta Italia la crisi delle relazioni fra il Papato e l'Impero.
Gregorio VII, spinto dalla logica della sua dottrina, aveva scomunicato l'imperatore Enrico IV, e con fiera novità, prosciolto i sudditi suoi dal loro giuramento di fedeltà. Dal canto suo, Enrico IV, spinto dal desiderio di conservare il suo trono, aveva fatto manifestare al terribile Pontefice il suo desiderio di trattare con lui in qualche città di Germania.
I Papi allora erano grandi, ma non esitavano a viaggiare fuori del loro Stato.
Gregorio VII era già arrivato nei dominî della contessa Adelaide, diretto alle Alpi, quando udì che l'Imperatore s'era mosso egli pure per varcarle nella direzione opposta. Incerto sulle intenzioni imperiali, retrocedette e venne a chiudersi nel castello reggiano di Canossa, che la contessa Matilde aveva posto a sua disposizione. E intanto la contessa Adelaide riceveva i messaggi dell'imperiale suo genero, coi quali la supplicava a concedergli il passaggio attraverso alle Alpi, di cui essa era signora.
L'Imperatore infatti, traccheggiato da' suoi rivali tedeschi, s'era visto chiusi i passi delle Alpi elvetiche e carniche; aveva dovuto scendere a sghembo nella Borgogna; e di lì era stato costretto a chiedere l'assenso della nobile suocera, che poco innanzi egli aveva fieramente offesa co' suoi tentativi di divorzio dalla virtuosa Berta.
Questa però rimase anello di conciliazione fra il marito e la madre, come la madre stette poco dipoi autorevole mediatrice fra l'Imperatore ed il Papa.
L'incontro degli eccelsi congiunti ebbe luogo sulle rive del Lemano verso gli ultimi giorni del 1076. E furono giornate terribili per geli e tormente quelli in cui la splendida comitiva superò il Gran San Bernardo per giungere a Torino. Parecchi servi perirono assiderati; e perchè lo stesso destino fosse risparmiato alla contessa ed alla imperatrice sua figlia, dovettero entrambe essere avvolte in pelli di buoi appena uccisi, e portate in siffatto abbigliamento al piede della montagna.
Enrico IV aveva fretta di abboccarsi col suo formidabile antagonista; sicchè non tardò a partire per Canossa, accompagnato dalla moglie Berta, dalla suocera Adelaide, dal cognato Amedeo, dal conte Azzo d'Este e dall'abate Ugo di Cluny.