È quello che hanno fatto tante volte i principi di Savoia, riprendendo, da Susa o da Ivrea, il cammino verso quelle pianure che l'uragano flagellava innanzi al loro passi. Finchè poi, una serie di principi vigorosi e fortunati, Tommaso I, Pietro II, Amedeo V ricuperavano, aumentandolo, l'antico patrimonio della contessa Adelaide; preparando quella grandezza militare e politica, di cui toccò il vertice più tardi il grande Emanuele Filiberto.

Fu però negli anni più aspri e più laboriosi di questa fondazione politica che si svolsero i primi germi del programma, a cui la casa di Savoia avrebbe dovuto i suoi trionfi italiani. Vi sono in ciò dei presagi storici, che possono sembrare combinazioni all'osservatore superficiale, ma che forzano il pensatore alla meditazione.

È infatti Umberto II, che, proprio nel più fitto della guerra di successione, riconosce l'indipendenza di Asti e stringe accordi con essa per combattere predominî feudali. È Amedeo III che, dopo il 1130, concede a Susa il primo statuto di franchigie comunali. È Umberto III che, nel 1175, prepara i primi accordi tra Federico Barbarossa e le libere città lombarde. Poi, nel 1215, Tommaso I stringe, per la prima volta, accordi politici con Milano contro il marchese di Monferrato. E finalmente, cinquant'anni dopo, Pietro II si trova in Svizzera di fronte a Rodolfo, allora semplice conte di Habsburg, e duramente lo batte; singolare e provvidenziale contesa, che cominciava proprio tra il primo fondatore della casa d'Austria e il ristauratore della casa di Savoia, quella secolare rivalità di cui abbiamo visto forse l'ultimo atto nella guerra del 1866.

Vanti non piccoli questi, della dinastia che ci regge; poichè, se è facile mostrare generosità e benevolenza, durante i periodi in cui la fortuna accarezza, lo accentuare, nell'epoca dei pericoli, quelle idee e quei propositi che poi governeranno l'epoca della prosperità, è previdenza che non a tutti sorride, — è saviezza che molti avrebbero dimenticata, sotto il pretesto della sventura.

Ora, è proprio la sventura il crogiuolo in cui s'affinano le anime grandi. Ed è questa l'aristocrazia specialissima della famiglia, di cui studiamo le origini; aristocrazia che innalza il carattere di Umberto Biancamano quando s'incammina a Zurigo, custode della detronizzata Ermengarda, e che innalza il carattere di Carlo Alberto, quando s'incammina ad Oporto, per salvare colla dignità della stirpe l'avvenire d'Italia.

Quelle disposizioni dei primi Umberti a favore dei Comuni, appena usciti dall'infanzia feudale; quel desiderio di creare in pieno medio evo solidarietà politiche colla Lombardia o colla Toscana; quell'istinto che metteva contro Rodolfo d'Habsburg i soldati d'un principe di Savoia, preannunciano fin dai secoli oscuri le qualità che renderanno popolare, nei tempi moderni, la dinastia: vale a dire, la fede nei principi liberali, l'accortezza nelle alleanze, il proposito dell'indipendenza, la virtù militare, che non odia i nemici, ma non li conta.

Se questa non è legge istorica, non sappiamo qual sia; e in verità è difficile pensare che altri istituti, altre compagini umane possano vantare fra le loro origini e la fine dei loro svolgimenti eguale coerenza di tradizioni.

Umberto Biancamano, nel secolo XI protegge i suoi nemici contro l'abitudine del saccheggio. Pietro II nel secolo XIII adotta per motto suo: la sovranità viene da Dio, quando è esercitata a beneficio dei popoli. Vittorio Amedeo II nel secolo XVII spezza il suo collare dell'Annunciata per dividerne i brani fra il popolo afflitto dalla carestia. Umberto I nel secolo XIX si tuffa nei contagi omicidi per dare ai popolani sofferenti quel conforto che viene dalla calma, dal coraggio, dalla fiducia.

L'unità dei pensieri e l'unità d'istinti non potrebbero avere, io credo, più perfetta dimostrazione.

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