Nè diverso fu il pensiero del calabrese abate Gioacchino, che ancor più severa riforma aveva inaugurata nelle alpestri solitudini di San Giovanni in Fiore, e maggiori e più copiosi frutti se ne imprometteva, perchè nell'ardente fantasia vedeva prossima una terza età del mondo, in cui non solo l'ordine benedettino, ma la cristianità tutta andrebbe radicalmente riformata.
Di queste teorie gioachinitiche discorreremo a suo tempo. Per ora tornando al nostro proposito, dico che i due caratteri del movimento riformatore dei cenobii, l'opposizione contro il clero non pure secolare ma regolare e il rigido ascetismo, sono altresì le molle più potenti dell'eresia medioevale. Perchè non s'ha da credere che l'eresia medioevale nella maggior parte delle sue forme si opponga alla Chiesa stabilita per vendicare, poniamo, o la libertà della coscienza o l'autonomia dello Stato, o per ridare alla natura ed alla vita quei diritti, che l'ascetismo le aveva tolti. Tutto al contrario l'eresia medioevale è più ascetica dello stesso Cattolicismo. E per questo lo combatte e l'assale da più parti, perchè non lo crede abbastanza agguerrito contro i tre nemici dell'anima, il mondo, il demonio e la carne. Questa comunanza d'intendimenti tra i riformatori e gli eretici, per quanto parziale e momentanea, rende ragione del fatto stranissimo che alcune eresie prendano le mosse da movimenti al principio non ereticali, anzi protetti e incoraggiati dalla Chiesa. Così i Patarini, che negli editti di Federico II sono accomunati colla peggior genìa di eretici, nel secolo XI non erano altro se non il clero minore milanese, che sotto l'inspirazione dei papi insorgeva contro gli abusi e le rilassatezze del clero maggiore. Anche oggi si chiama a Milano dai Patari una contrada, dove abbondano i patari, o rivenduglioli di roba usata. L'italiano rigattiere non esprime tutto il disprezzo che si collega col patari o patee. E appunto patari o patarini furono denominati i membri del basso clero che ardivano di muover guerra all'alto, nome che sulla bocca degli uni poteva suonare scherno o dileggio, ma sulla bocca degli altri era titolo di gloria o per lo meno di cristiana umiltà. Certo è che il basso clero accusava l'alto di due vizii capitali: il concubinato e la simonia. Intorno alla prima di queste due accuse bisogna però bene intendersi, perchè non è da credere che tutto l'alto clero milanese conducesse vita dissoluta. Per lo contrario molti sacerdoti credevano di aver menato moglie legittimamente, e di non essere divenuti per questo peggiori degli altri. Perchè il celibato dei preti non è un articolo di fede, ma una misura disciplinare, dalla quale la Chiesa stessa talvolta si allontana, come anche oggi rispetto ai sacerdoti di rito greco. E a qualunque tempo, più meno antico, questa misura rimonti, certo è che la Chiesa milanese per lunga consuetudine se n'era dipartita, e si contava in Lombardia sì gran numero di preti ammogliati, che lo stesso Leone IX riconosceva non esser lecito mettere sul lastrico tante povere donne, non di altro colpevoli se non di aver seguito un uso inveterato del loro paese. Ed anche sull'altro capo d'accusa bisognava osservare, che la simonia (così chiamata da quel Simone Mago, che voleva comprare a contanti la dignità apostolica) era un male non della Chiesa milanese soltanto ma di tutta la Cristianità. I beneficii ecclesiastici davano così larghi profitti, che quanti avevano il diritto di conferirli, volendo prendervi qualche parte, li solevano dare al migliore offerente; nè dopo secoli di lotta si riuscì a sradicare il male. Ma se la Chiesa milanese poteva addurre in suo favore vecchie consuetudini ed esempi di tutti i paesi, non aveano torto i papi a imporre al clero quello che credevano più utile nell'interesse della cristianità. E potevan ben pretendere che la milizia di Cristo non da altre cure fosse distratta, nè altre famiglie riconoscesse fuor del consorzio dei fedeli a lei affidato, e che i beneficii ecclesiastici fossero dati al più degno non al migliore offerente. Al che aggiungete la Chiesa romana mal soffrire che l'arcivescovo di Milano, divenuto come a dire principe della città, aspirasse ad un'autonomia non conciliabile con la rigida gerarchia del cattolicesimo, e non vi parrà strano che sia scoppiata terribile la lotta tra il clero minore, obbediente ai cenni di Roma, e il clero maggiore forte delle sue clientele e degli antichi diritti.
Molte vittime caddero dalle due parti e tra gli altri i capi stessi dei patarini Arialdo ed Erlembardo, che ben presto furono levati sugli altari. Ma cessato il moto patarinico, e fiaccata la potenza degli arcivescovi milanesi, non cessarono per questo gli scandali, e almeno per la simonia le cose continuarono come prima, che per isvellere il male dalla radice bisognava togliere al clero i lauti beneficii, e la potestà secolare con quelli congiunta, a cominciare dalle somme cime sino agli ultimi gradini della gerarchia. Quest'audace riforma fu proclamata altamente da Arnaldo da Brescia e dagli Arnaldisti, i veri continuatori del movimento patarinico. Ma ormai le sorti erano mutate, i nuovi Patarini non obbedivano ai cenni di Roma come gli antichi, e furon dichiarati eretici, e il loro capo, non che levato sugli altari, fu gettato nel Tevere. Nè io negherò che in qualche punto dommatico gli Arnaldisti non si allontanassero dalla fede, come nel sostenere che la dignità sacerdotale immediatamente si perda quando chi l'eserciti ne sia indegno, e che i sacramenti somministrati da un prete concubinario o simoniaco non abbiano valore; ma anche su questo punto i Patarini antichi non pensavano diversamente dai nuovi, e certo è che gli uni e gli altri volevano informata la vita del clero a più rigoroso ascetismo.
Quello che i Patarini chiedevano al clero, altri eretici, o i cosìdetti Catari, lo volevano esteso a tutti i fedeli. Ben per tempo il nome di Patarini si scambiò con quello di Catari o Catarini come si diceva presso di noi. Ma originariamente ed etimologicamente i due nomi erano e sono distinti. I Catari sono una setta venutaci dalla Bulgaria (e però furono detti anche bulgari o bougres), di cui si sentì per la prima volta parlare nell'alta Italia quando non erano ancora cominciate le agitazioni patariniche, e si dicevano Catari dal greco καθαρὸς (puro) che da noi divenne catàro o anche cazàro e in Germania si trasformò in Ketzer, usato d'allora in poi a significare eretico per antonomasia. I Catari si chiamavano così in quanto si vantavano di non esser lordi delle colpe che osavan rimproverare alla Chiesa cattolica. Ammettevano anch'essi essere tre i nemici dell'uomo, il mondo, la carne e il demonio, ma i due primi credevano fossero creati dall'ultimo. Imperocchè seguendo l'antica dottrina manichea, ponevano due spiriti eterni e lottanti fra di loro, lo spirito del bene, o Dio buono, e lo spirito del male, o Demonio. Ciascuno dei due Dii avrebbe creato a modo suo, il Dio buono le anime nella loro purità nativa a lui rassomiglianti, il Dio malvagio invece i corpi e tutte le cose visibili. Insegnavano inoltre, seguendo le antiche tradizioni pitagoriche, che un bel giorno le creature del buon Dio deviarono dal dritto sentiero e precipitando dal cielo vestirono la carne, dando così principio a quell'iliade di mali che non avrà mai fine, finchè non sarà dato loro di ritornare al Cielo onde partirono. E concludevano: l'unico mezzo di conseguire sì eccelso fine essere questo, sequestrarsi dal mondo, opera del malvagio Dio, e mortificare la carne fonte di ogni corruzione. Nè soltanto ai preti ma benanco a tutti i fedeli interdicevano il matrimonio, perchè mettere al mondo nuovi figliuoli è come costringere le anime a rientrare un'altra volta nella prigione della carne. Se tale strana religione avesse potuto attecchire, la conseguenza sarebbe stata questa, che il primo giorno del suo trionfo sarebbe stato l'ultimo della umanità, perchè la generazione, che accettando in buona fede il catarismo, ne avesse seguite scrupolosamente le massime, non avrebbe avuto discendenti, e si sarebbe verificato così quel suicidio cosmico, che qualche filosofo contemporaneo ha osato di spacciare come una grande novità. Pur troppo in fatto di stranezze e di pazzie si può dire con l'Ecclesiaste: nulla di nuovo sotto il sole.
Il Catarismo è certamente agli antipodi del Cristianesimo, perchè l'uno è rigorosamente dualista, l'altro monoteista; l'uno proscrive il matrimonio, l'altro lo proclama un sacramento: l'uno infine crede di compiere ed inverare l'Ebraismo, l'altro condanna il vecchio Testamento, e crede il Dio terribile e vendicativo degli Ebrei non essere se non il Dio malvagio degli antichi Parsi. Ed è molto strano come in pieno Medio Evo, quando la fede era più viva, e la Chiesa aveva riportato o stava per riportare, le più splendide vittorie sugli avversarii suoi, è strano, ripeto, come una credenza così anticristiana, e che per giunta fa violenza alla natura umana, abbia potuto trovare tanti proseliti. Eppure è così. Il Catarismo si diffuse in tutta l'Europa, e l'Italia nostra, tenuta da noi stessi per il paese meno adatto alle innovazioni religiose, ne era per così dire il centro. Tutte le classi partecipavano alla nuova fede, e le donne non meno degli uomini. Di qui, da Firenze, partì una donna coraggiosa ed intrepida alla volta di Orvieto, ove una calda parola trasse molti alla nuova fede. E cosa più strana ancora, un altro paese che rivaleggiava coll'Italia per il favore dato al Catarismo, fu appunto quella Provenza, dove fioriva il culto della nuova lingua e della nuova poesia, e dove tutti i trovatori cantavano e sfinivano di amore anche quando non ne sentivan punto. In mezzo a tanto sorriso di cielo e a cosiffatta gaiezza di vita pur trovò modo di prosperare la più tetra ed ascetica delle religioni, la quale si diffuse così largamente nelle diocesi di Tolosa, di Carcassona e di Albi, che il nome stesso di albigese divenne a così dire sinonimo di cataro. E fu duopo di lunga e sanguinosa crociata, e di una inquisizione ancor più terribile della guerra stessa, per ispiantare l'eresia da quel paese dove aveva messe sì profonde radici. Le ragioni di questo fatto meraviglioso sono molte, ma non temiate che io abusi della pazienza vostra per isvolgerle tutte. La principale è questa, che i Catari non ostante le opposizioni si credevano cristiani, più cristiani ancora, dei cattolici. E sapevano a mente il nuovo Testamento, e lo traducevano in volgare perchè tutti l'intendessero. Ed ogni loro opinione avvaloravano con citazioni bibliche per ridurre al silenzio gli avversari loro. Essi credevano anzi di interpretare nel vero spirito i precetti evangelici. Così nell'Evangelo è detto essere più agevole che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio, ed essi esagerando e frantendendo aggiungevano: nessuna eccezione potersi dare, e poniamo anche che il ricco adoperi buona parte delle sue sostanze a benefizio degli altri, non tornerà per questo nel grembo di Dio buono, perchè la povertà assoluta è di rigore, e possedere e amare le ricchezze torna lo stesso come attribuire un pregio alle cose di questo mondo, che quale opera del malvagio Dio non ne hanno alcuno. E se nell'Evangelo è scritto: voi avete udito che fu detto agli antichi: non uccidere, ma io vi dico che chiunque s'adira contro a suo fratello senza ragione, sarà sottoposto a giudizio, essi aggiungevano: non potersi uccidere in nessun modo, nè in guerra, nè in nome della legge, e la Chiesa che bandisce crociate e condanna al rogo i suoi nemici, non seguire i precetti di Cristo, che dice: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi benedicono, fate bene a coloro che vi odiano e pregate per coloro che vi fanno torto e vi perseguitano. Inoltre questi astuti eretici non tutte le loro dottrine svelavano a tutti, ma solo quelle che più facilmente s'accoglievano, e che servivano a staccarli dalla Chiesa, il resto poi veniva da sè. Nè a tutti i seguaci della lor fede chiedevano gli stessi sacrifizii, ma sapevano ben distinguere tra perfetti e credenti, i quali ultimi potevano ben dirsi Catari senza rinunziare alla loro famiglia o alla loro proprietà. Con tali espedienti la fede catara appariva meno ostica, e guadagnava ogni giorno seguaci, massime per le virtù eroiche e gli atti di coraggio degli intrepidi perfetti, che perseguitati da tutte le parti non cedevano, e piuttosto che smentire la loro fede, salivano animosamente il rogo. Una condotta austera, una vita di stenti e di abnegazioni continue è il miglior mezzo per guadagnare le anime. Si racconta il caso di una fanciulla caduta in sospetto d'eresia, a cui fu ingiunto di assistere al supplizio dei correligionari suoi. Quando il capo di essi, Arnaldo di nome, entrando nelle fiamme, aperse le braccia per benedire i suoi fratelli, la fanciulla svincolatasi dagli sgherri che le stavano ai fianchi, si lanciò nel rogo, sagrificando alla nuova fede la sua bella e fiorente giovinezza.
Non meno disposti a dare la vita alla fede loro si mostravano altri eretici, che hanno ben poco di comune coi Catari, i Valdesi, così chiamati da Pietro Valdo, un mercante di Lione che seguendo il precetto di Cristo, se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e donalo ai poveri, distribuì le male accumulate ricchezze tra i suoi concittadini, e vestito un povero saio andò accattando di porta in porta, e predicando dappertutto la parola del Signore. Questo movimento al principio non era anticattolico, tanto che ad uno dei seguaci di Pietro Valdo, a Durando di Huesca, fu agevole di staccarsi dal novatore e farsi riconoscere e benedire da papa Innocenzo III come capo di un nuovo sodalizio cattolico. Nè alcuna parte del domma o della liturgia cattolica il Valdo voleva attaccare, ma solo tornare la Chiesa alla sua purità primitiva. Senonchè per questo capo i Valdesi non usavan diverso linguaggio dei Catari e Arnaldisti. Da quel giorno, essi dicevano, che Silvestro ebbe l'infausta donazione di Costantino (spuria donazione a cui allora tutti prestavan fede), da quel giorno l'avidità di ricchezze non fu mai satolla, nè mai si estinse la sete di dominio, e la Chiesa vestita di porpora, e incoronata di gemme prese le sembianze della gran peccatrice dell'Apocalisse (17.1). Queste roventi parole uscivano talvolta anche da labbra ortodosse, e i Ghibellini tutti solevano adoperarle da Pier delle Vigne al nostro Dante di cui è nota la terzina:
Ahi Costantin di quanto mal fu matre
e l'altra ancor più vibrata:
Di voi, Pastor, s'accorse il Vangelista.
Ma i Ghibellini, più che una setta ereticale, formavano un partito politico, perchè il non credere alla necessità del potere temporale, non era allora e non è oggi un'eresia, e perfino nelle lotte più ardenti tra la Chiesa e l'Impero i Papi non osarono mai di sollevare all'altezza di un domma religioso una questione sostanzialmente politica.