Aggiungo una osservazione! Per comprendere come questa scuola sia sorta, non dobbiamo dimenticare che correva una età, in cui tutto, o quasi tutto si trovava abbandonato alla iniziativa individuale, specie in Italia, il paese delle grandi iniziative. Eravamo ancora molto lungi dai tempi odierni, in cui tutto si suole attendere dal governo, e di tutto lo si rende responsabile! D'altra parte c'erano stati sempre maestri, che aveano insegnato privatamente verso retribuzione. La qual cosa non vuol dire, che tutti sieno riusciti a fondare stabilmente una scuola. Per lo più la scuola nasceva e tramontava con l'uomo; ma a volte riesciva a mettere radice. Qualche individuo esercitò un fascino troppo potente, perchè altri non ne seguisse l'esempio nel medesimo luogo; e allora non era difficile che la scuola acquistasse un carattere durevole. Così accade a Pavia.
Quant'è alle origini, sono d'avviso che risalgano ai tempi di Ottone I. Le glosse alle leggi langobarde fanno distinta memoria di una giurisprudenza surta in una età, omai remota, durante cui la teoria del diritto pratico avea ricevuto solida forma. L'età in discorso corrisponde, senza fallo, a quella degli Ottoni; primamente, perchè i suoi giureconsulti avean veduto le pratiche osservate nei giudizi di Leone vescovo di Vercelli, che fu nel seguito di Ottone I e vescovo palatino di Ottone III; e poi perchè non conoscono altre leggi langobarde di età posteriore, nè son più citati nelle glosse di questo leggi. I loro successori della seconda metà del secolo li qualificano col nome di antiqui judices, Antiqui causidici, o anche Antiqui semplicemente, e talvolta Antiquissimi, senza dire chi fossero. Lo studio poi continuava ancora nel secolo XII; e nonostante la grande fama, in cui era venuta Bologna, lo si frequentava volentieri, e ci si veniva anche da lontane regioni. Un formulario di lettere, compilato a Pavia tra il 1119 e il 1124, ne riferisce una di uno scolaro allo zio, che comincia così: Vestre paternitati, patruelium piissime, innotescat me exulem Papie studio legum.... vel dialetice.... alacrem aderere. Lo scolaro, manco a dirlo, si rivolgeva al piissimo zio per quattrini.
Del resto non conosciamo che pochi giureconsulti di codesto studio pavese. I principali sono: Walcauso, Bonfiglio, Guglielmo e Lanfranco; ma se ne ricordano anche altri.
La scuola di Pavia esisteva già quando sorse Bologna; ma anche il nuovo studio bolognese vien formandosi a poco a poco, appunto sulla base degli elementi che erano concorsi a formare quello di Pavia. Certamente Bologna aveva, anch'essa, la sua scuola di grammatica e di rettorica: anzi è da credere che già sullo scorcio del secolo X e sul principio dell'XI fosse salita in fama, perchè ci si veniva anche da altre parti d'Italia. San Guido, che poi fu vescovo d'Acqui, vi si recò sul principio del secolo XI, e così San Bruno, vescovo di Segni, nella seconda metà. Ma la scuola continua anche dopo, frequentatissima. Riferisco solo due testimonianze tra molte che potrei ricordare. Il poeta, che cantò le gesta di Federico I, parlando di Bologna, dice appunto, che era un centro di studî, dove gli scolari accorrevano a frotte da tutte le parti del mondo, per impararvi le variæ artes. E Acerbo Morena spiega la cosa: pollebat equidem tunc Bononia in literalibus studiis pre cunctis Ytalie civitatibus. Insieme c'erano a Bologna molti giudici e causidici e dottori di leggi, prima ancora che ci fosse la scuola di diritto. Un Leo notarius et judex si ha già in una carta del 982; e molti se ne incontrano nel secolo XI: un Alberto legis doctor, un Iginolfo, anche legis doctor ed aulæ regiæ judex, Pepone legis doctor, un Pietro di Monte Armato judex, un Rusticus legis doctus, per tacere di altri. Ciò che più importa è il vedere, come questi dottori e giudici fossero venuti su nella scuola di grammatica. Lo stesso Irnerio, il grande Irnerio, aveva prima insegnato in artibus, e fu soltanto dopo che cominciò a studiare nei libri legali e ad insegnare in questi. Anzi Odofredo, accennando a certa sua tendenza sofistica, che mostra, qua e là, nello interpretare le leggi, l'attribuisce all'essere egli stato loicus et magister in artibus. La troppa energia dialettica fa a volte di questi scherzi. Un altro indizio non disprezzabile degli studii e della coltura di questi giuristi, è il vedere come amassero di quando in quando dar la stura alla loro vena poetica (mi si passi la parola), e chiudessero i loro atti con qualche verso. Un Angelo causidicus compie nel 1116 un atto di donazione, e finisce così:
Angelus his metris causidicus ista peregi
Notarii signo subscribens more benigno.
E due anni dopo:
Angelus his metris causidicus ista peregi
Notarii signo subscribens robore summo.
Ora, questi giudici e dottori bolognesi, che certamente nella scuola di grammatica e rettorica aveano, insieme ad altre discipline, studiato anche il diritto, han cominciato, alla lor volta, a tener scuola di legge, precisamente come a Pavia. Nè la scuola è sfuggita a Odofredo, il quale, parlando di Pepone, dico appunto: cepit auctoritate sua legere in legibus. Nè importa se l'insegnamento sarà stato in sulle prime saltuario. Oggi era Pepone, domani sarà stato Irnerio: leggevano come e quando credevano; e gli scolari ne continuavano l'opera. Così veniva a stabilirsi una tradizione scientifica, e la tradizione vuol già dir scuola: solo più tardi vi si aggiungerà uno speciale ordinamento.