Da poco tempo c'è in Europa un invasione di pittrici; si vedono salire i monti e le colline, vagare lungo le rive del mare e dei laghi azzurri trascinando dietro di sè cavalletti, scatole, sedie pieghevoli, soffermandosi per copiare qualche paesaggio che ha colpito il loro sguardo, oppure nelle chiese, nelle pinacoteche, nei musei, intente a copiare i capolavori dell'arte antica ivi raccolti.
Le donne che ora si dedicano alla pittura si contano a migliaia, non parliamo dell'America dove sono legione, dell'Inghilterra dove se ne contano più di 3000, ma anche da noi il loro numero aumenta tutti i giorni.
Di tutta questa schiera poche e soltanto rare eccezioni si elevano a certe altezze, ma molte mostrano della costanza nella ricerca del vero, forza di volontà per estrinsecarlo, serie attitudini per riuscire buone artiste, e i loro sforzi meritano d'essere incoraggiati. Onde è sperabile che in breve si possa vantare una legione di buone artiste, anche se non sorgerà quel genio che i detrattori del femminismo dicono impossibile esca dalla schiera muliebre.
È naturale che ci voglia molto tempo prima che la donna possa raggiungere certe altezze, dove giungono raramente anche gli uomini. Per troppi secoli è stata tenuta in soggezione e lontana dal mondo; sempre rinchiusa fra le pareti domestiche, è soltanto da pochi anni che venne ammessa a frequentare le scuole d'arte, le accademie, i musei; se la sua arte viene in generale trovata ingenua, timida, è naturale; è così di tutto quello che è giovane; non si può chiedere all'infanzia la sicurezza, il giudizio, l'abilità d'esecuzione che solo possono dare il lungo studio, la pratica e l'esperienza.
La donna appena entrata nel campo dell'arte non può essere subito maestra, quasi fosse uscita come Minerva armata dal cervello di Giove.
Se nei tempi in cui la donna era tenuta lontana dalle lotte della vita, la Vigée Lebrun, la Rosalba Carriera, Elisabetta Sirani, Caterina Vigri, Irene da Spilimbergo, le sorelle Anguissola, Marietta Roberti e molte altre ebbero un bel posto accanto ai pittori del loro tempo, possiamo trar da ciò buoni auspici per l'avvenire.
Nelle esposizioni, specialmente all'estero dove la donna è entrata nel campo dell'arte prima che da noi, c'è sempre qualche quadro femminile degno d'essere ammirato. Poi pare impossibile, ma per la donna si è molto esigenti, e se non presenta un capolavoro si conclude col mandarla a far la calza o a cullare i bimbi.
La grand'arte non è facile nè per gli uomini nè per le donne, e spesso volendo analizzare le opere maschili che pure colpiscono e fermano la folla, ci si troverebbe molto a ridire.
Bisogna poi notare che la donna deve già fare uno sforzo per liberarsi dai pregiudizî che la vorrebbero tener lontana da certi campi riservati finora all'uomo, il quale temendone la concorrenza tenta di porre ostacoli sul suo cammino; poi deve vincere la consuetudine che la tenne per tanto tempo legata alle cure domestiche e in questa lotta per emanciparsene consuma una parte della sua energia, tanto che pur avendo ingegno e amore all'arte non dovrebbe tentarla senza una gran forza di volontà e se non si sente il coraggio di resistere a delle disillusioni. L'arte non si acquista che a furia di fatica, di un lavoro incessante e di un saldo volere.
La donna più debole, ha maggiori lotte da sostenere e più numerosi nemici da combattere. Ma il miraggio dell'arte è così affascinante, le illusioni sorgono così smaglianti nelle fervide fantasie delle fanciulle, che troppe si lasciano attrarre da quel miraggio e tutte quelle che ne usciranno stanche, deluse, vinte, se la prenderanno col mondo, cogli uomini, infelici di non esser state comprese, non volendosi persuadere di aver voluto salire troppo in alto dove non avevano ali abbastanza forti per poter arrivare. Il conoscere sè stessi è la cosa più difficile, e più il campo aperto all'operosità femminile sarà vasto, più aumenterà il numero delle spostate, perchè tutte aspirano a giungere più in alto di quello che comporterebbe la loro natura e l'indole del loro ingegno.