— Ma che vedeste? Che fu? Domandò sollecitamente, non senza affanno il buon Vanardi.

— Nulla. Un bracco della polizia che mi diede la caccia. E' mi ha seguito sin quassù con passo ammorzato; un passo di spia; lo riconosco. Ora egli sa che sono entrato qui dentro e vorrà informarsi di voi, se pure già non è in giorno dei fatti di tutti. Bisogna stare all'erta, ed opporre alla mina una contromina. Ci provvederemo.

— Come avvenne? Richiese Romualdo. Come ti accorgesti di codestui?

— Venivo correndo, perchè l'ora è già tarda, e temevo di trovar chiusa la porta da via. Ma appena messo il piede sulla soglia, il mio sguardo, avvezzo a scrutar tutto per bene, si cacciò nella loggia della portinaia, dove vide un uomo, non dei casigliani; vestito da operaio, ma colla faccia d'un esploratore. Quel grugno lì l'ho già veduto altre volte con altri panni, e non esitai neppure un istante a giudicar quel che fosse. Rallentai di subito il passo e mi spinsi avanti come uomo che fa una cosa ordinaria venendo ad un solito ritrovo. Fissai con tutta sicurezza i miei occhi nel camerino e sul viso di quell'uomo, e passando la testa pel finestruolo, salutai molto amichevolmente la portinaia, «Buona sera, mamma Ghita, il vostro Bastiano sta bene?» — «Grazie per servirla:» mi rispose la portinaia, mentre l'uomo, tuttochè facendo a nasconderlo, mi sviscerava con acuti sguardi di sottecchi. «— È un po' tardi questa sera, soggiunsi io, e avevo paura aveste già serrato il portone, perchè voi siete la più diligente delle portinaie di questo mondo.» — «Oh come? È tardi? Esclamò essa: che ora la è?» — «Presto le undici: guardate là il vostro oriuolo a cassa che ve lo dice.» — «Eh sì che gli è vero. Diss'ella. Tò, soggiunse volgendosi a quell'uomo, voi m'avete trattenuta così bene in novelle che il tempo mi è sfumato via senz'avvedermene.» Ora noi conosciamo tutti la Ghita e sappiamo quindi che cosa ciò voglia dire. Quello sconosciuto l'ha fatta destramente chiaccherare, e la brava donna che ci ha il suo ripesco ha blaterato giù per parecchie ore, dicendo quello che è e quello che non è di tutti quanti quel sornione abbia voluto. — «Ho fatto più tardi del solito ancor io, questa sera (presi a dire), perchè mi fecero fermare sul palco scenico finchè fosse finita tutta l'opera; le altre sere, appena giù il telone dopo il primo atto, dove soltanto ci ho parte, me la svigno, ma stassera il primo baritono era mezzo infreddato ed aveva paura di non poter cantare sino alla fine. Siccome io gli faccio da supplemento, dovetti star lì pronto ad indossare il suo mantello e calzare i suoi stivaloni a tromba. Per fortuna, o bene male, fra scrocchi e stonature, e' si trascinò sino al fine. A proposito di teatro, Ghita, vi darò poi per domenica le polizze d'entrata per voi e pel vostro Bastiano.» La portinaia si profuse in ringraziamenti, ed io li accolsi con tutta la superbia d'un cattivo cantante che si crede un artista. Poi diedi e ricevetti la buona notte, e me ne venni su adagio adagio, canterellando una cabaletta. A quest'ora adunque il poliziotto sa che io mi chiamo Medoro Bigonci, che canto da baritono e faccio la stagione di carnevale al teatro Regio come seconda parte, che ho presa in affitto una cameretta ammobigliata dal pittore Vanardi, e che rientro regolarmente e quietamente a casa tutte le sere verso le dieci. Ci crederà o non ci crederà? Qui sta il punto: ed è necessario che per noi si faccia tutto a far parere codesta la assoluta verità. Perciò questa notte la passerò tutta qui con voi senza andarmene più all'altro mio quartiere. Non occorre che vi disturbiate a farmi posto in letto. Io sono avvezzo a di queste nottate, e starò benissimo allungato su tre o quattro seggiole vicino al fuoco. Del resto ho molto da scrivere, e la maggior parte del tempo la impiegherò nel carteggio.

Gli amici vollero fare qualche cortese opposizione per indurlo a prendere un più agiato riposo; ma il sedicente Medoro Bigonci li interruppe.

— Lasciamola lì: diss'egli bruscamente, con un certo accenno imperioso che pure non cessava di essere simpatico. Abbiamo ben altre più rilevanti cose onde discorrere. Sediamo ed ascoltatemi.

Sedettero intorno al fuoco su cui Maurilio non cessava di gettar della legna. Mario Tiburzio stava in mezzo, e le teste de' suoi quattro compagni erano chine e tese verso di lui con sollecitudine d'aspettativa. Mario si passò una mano sulla fronte la quale, benchè egli fosse giovane, tuttavia cominciava a gittare i capelli e quindi ad apparire più grande e direi più angolosa nella sua forte ossatura da tipo d'antico romano; si raccolse un istante, e poi con voce bassa e contenuta cominciò a parlare.

Mario Tiburzio aveva a quel tempo ventisei anni incirca; ma le emozioni, i pericoli e i disagi di una vita da profugo vissuta sin quasi dall'adolescenza, la contenzione dello spirito e dell'anima in un gran proposito che tutte ne assorbiva le facoltà, davano al suo sembiante l'aspetto d'una età assai più inoltrata. La sua era una nobile figura tutto risoluzione e fortezza. I bei lineamenti del tipo romano erano in lui illuminati, per così dire, da una fiamma interiore, che era una convinzione, che era un culto ad un principio, che era una fede. Figliuolo d'un patriota repubblicano morto nelle carceri pontificie, egli ne aveva ereditato l'amore all'Italia ed alla libertà, e l'odio ai dominatori del nostro paese, contro cui sentiva inoltre ribollire in cuore un tremendo desiderio di vendetta, non solo pei mali e per la vergogna alla patria inflitti, ma per la dolorosa morte del padre, per i dolori alla santa donna, che a lui era madre, cagionati, per le sventure alla sua famiglia prodotte.

A quel tempo qual via aprivasi all'ardente gioventù italiana onde giovare ai troppi danni della patria; onde cercare di abbattere la soverchiante tirannia? Quella soltanto delle congiure, abbracciando le frementi ma vaghe teoriche di Giuseppe Mazzini. Il carattere cupo, dissimulatore e temerario nella sua finzione del congiurato è nell'indole degl'Italiani, massime di quelli del centro della penisola. Abbiamo tutti un po' della politica alla Macchiavelli in fondo dell'animo; ed oppressi ed oppressori giuocavano allora di macchiavellismo in congiure sempre rinnovantisi e sempre sventate dalle migliaia di Arghi delle tante polizie che avvolgevano come nelle maglie di una rete l'intiera Italia.

Mario apparteneva da molti anni alle società segrete che tentavano come talpe pazienti, scavare nella massa popolare, pian piano, sotto terra, un abisso ai piedi dei troni esistenti. La sua intelligenza, la forza del suo carattere e della sua volontà, il coraggio e l'ardenza del patriottismo insuperabili lo avevano fatto salire tra i primi dei capi e guidatori di quell'opera sotterranea. Stando egli in Francia, tutte le fila delle ordite trame facevano capo ad un comitato superiore stabilito a Parigi, di cui Tiburzio era parte. Egli consigliava, ammaestrava, ammoniva, andava preparando quanto meglio potesse per uno scoppio che si augurava e sognava poter essere sollecito e fortunato. Era in relazione coi repubblicani francesi, che intendevano da canto loro a quel segreto lavorìo, il quale doveva ad un tratto rivelarsi coll'immensa sorpresa di tutta Europa nella ibrida repubblica del 1848. Gli uni speravano poter essere d'aiuto agli altri e riceverne.